domenica, Agosto 1

Tunisia: cosa sta succedendo al di là del Mediterraneo? La recessione economica sta portando il Paese ai livelli 2011, mentre i flussi migratori continuano a salire. Che conseguenze dobbiamo aspettarci? Ne parliamo con Silvia Colombo (IAI)

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Nonostante la transizione democratica, iniziata dopo il 2011, abbia portato elezioni regolari e un Governo democraticamente eletto, la Tunisia rimane ancora un Paese contraddistinto da forti tensioni politiche e sociali. La disoccupazione giovanile ha toccato il 37%, un fattore preoccupante visto che l’80% della popolazione è composto da fasce d’età basse, e l’alto tasso di povertà, coniugato con un inflazione che si aggira intorno al 6%, stanno portando la società tunisina a livelli pre rivoluzione. A questo, si aggiunge una crescita del fattore migratorio, dovuto sia all’apertura delle rotte mediterranee che dalla Tunisia conducono alle coste italiane, sia al chiusura delle rotte  dal Sahara alla Libia.

A gennaio, la popolazione tunisina è scesa nuovamente in piazza per contestare le misure contenute nella legge finanziaria tra cui l’aumento dell’IVA dell’ 1% disposto nel rispetto degli impegni presi con il Fondo Monetario Internazionale che, nel 2016, aveva accordato un prestito di 2,8 miliardi di dollari, distribuito per quattro anni a patto che Tunisi mettesse mano ad una serie di riforme strutturali, tra cui l’eliminazione di 20mila dipendenti pubblici e la revisione del sistema pensionistico. Ma la mancata impostazione delle riforme, aggiunto ad un aumento del deficit, hanno congelato il prestito.

Dalle ultime elezioni del 2014, il Pil tunisino ha subito una perdita di 12 punti percentuali, scendendo da 47.6miliardi del 2014 ai 41 attuali. Il rapporto debito – Pil ha raggiunto il 61%. Per questo, L’agenzia di rating Moody’s Investor Service  ha recentemente declassato il Paese ai livelli di Nigeria e Cameroon, e questo potrebbe avere degli effetti a lungo termine sullo Stato maghrebino.

Le precarie condizioni economiche e la mancanza di prospettive future, stanno avendo delle conseguenze anche sui flussi migratori provenienti dalle coste tunisine verso quelle italiane. Tra l’ultimo semestre del 2017, e i primi mesi del 2018, infatti, è stata registrata una costante crescita della migrazione tunisina, con dei numeri che oscillano tra i 52 di settembre fino agli 873 di ottobre, e che riguarda soprattutto i giovani. L’aumento del flusso migratorio è dovuto in parte alla chiusura delle tratte libiche, che ad oggi rappresentano il 71% dei luoghi di partenza mentre l’anno scorso erano il 95%, ma anche alla crescente precarietà economica dello Stato maghrebino.

L’Alpha Institute of Geopolitics and Intelligence in un recente studio ha, però, evidenziato come l’aumento dei migranti tunisini sia in realtà collegato non solo all’instabilità economica ma anche ad un aumento della minaccia jihadista proveniente proprio dalla Tunisia, dovuta alla relativa facilità con cui dalla Tunisia si riescono a raggiungere le coste italiane ed europee. Attraverso alcune differenze, come l’ampiezza dei barconi utilizzati, le rotte percorse e i migranti a verso, l’Istituto di Geopolitica ha messo in guardia da questi numeri, che potrebbero nascondere nuove minacce estremiste.

Tra il 2011 e il 2016 si ritiene che siano stati circa 5.500 i tunisini che siano andati a combattere tra le fila dello Stato Islamico, una tra le comunità jihadiste più numerose.

Ma che cosa succedendo in Tunisia? É vero che l’immigrazione dalle coste tunisine porta con sé un rischio jihadista? Per capirlo, abbiamo parlato con Silvia Colombo, responsabile del programma di ricerca Mediterraneo e Medioriente presso lo IAI (Istituto Affari Internazionali)

 

La Tunisia sta affrontando una nuova crisi sociale. Che cosa sta succedendo di preciso all’interno delle istituzioni tunisine?

É una situazione che risente di quello che è successo negli ultimi sette anni, cioè dal 2011, ed è frutto della transizione democratica che, inizialmente, dal 2011 al 2014 aveva dato dei buoni risultati. Negli ultimi tre anni, però, il contesto economico è entrato in una fase di stallo soprattutto per quando riguarda le riforme necessarie che i vari Governi di coalizione, in particolare quelli tra gli Islamisti di Ennahda e i centristi di Nidaa Tounes, non hanno portato avanti. Tra il 2011 e il 2014 il Governo di transizione si è impegnato nel portare avanti alcune importanti riforme istituzionale e nel dare al Paese un framework istituzionale più moderno e in linea con le aspettative della popolazione. Dal 2015, la coalizione governativa, sebbene composta anche dai laici di Nidaa Tounees, è sembrata restia nel dare al Paese le risposte che si aspettava dopo la transizione, soprattutto in campo socio-economico e anti-corruzione. Paradossalmente, la stabilità politica raggiunta ha creato una situazione di stallo economico e non ha più portato avanti quell’idea di cambiamento, e questa situazione è molto risentita dalla popolazione.

Dal 2014 ad oggi, il Pil tunisino è sceso del 12%. Quali sono le principali cause?

Prima di tutto non state prese in considerazione delle riforme economiche strutturali. Ovvero, ci si è concentrati sull’apparato costituzionale tralasciando completamente l’apparato economico. Per far fronte alle difficoltà i Governo hanno richiesto l’intervento di alcuni finanziatori internazionali, come il Fondo Monetario, che hanno messo una pezza a quello che in realtà è un disegno più ampio che comprende disoccupazione, bassa produttività e sistema pubblico in crisi. Così la situazione socio-economica è andata deteriorandosi, con riduzione del Pil, inflazione alta, svalutazione forte della moneta che . Ma quello che conta di più sono le ripercussioni che questi dati hanno sulla vita reale delle persone.

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