venerdì, Luglio 30

Tunisia, arriva la nuova Costituzione field_506ffb1d3dbe2

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Jooma

Solo poche settimane sono trascorse da quando lo stallo politico in Tunisia sembrava sancire il fallimento del rinnovamento in corso nel Nordafrica post-rivoluzionario. Lunghi mesi di trattative tra il partito Ennahda e un’opposizione divisa e frammentaria non riuscivano a produrre nessun accordo per la nomina di un nuovo Primo Ministro, successore del dimissionario Ali Laarayedh. Nessun progresso veniva compiuto sulla redazione della nuova Carta costituzionale dal maggio precedente, mentre i membri dell’Assemblea costituente continuavano a scontrarsi sugli argomenti di maggiore importanza relativi al testo. Un clima di sospetto sembrava percorrere da un capo all’altro il Paese, contribuendo ad aggravare ulteriormente la polarizzazione politica nel Paese.

Oggi, il quadro è ben differente: a metà dicembre, gli islamisti di Ennahda e parte dell’opposizione secolare hanno trovato un accordo sulla nomina a Premier di Mehdi Jomaa, indipendente ed ex Ministro dell’Industria. Il permanere di contrasti tra i membri del partito Nidaa Tounes e l’opposizione laica sulla scelta di Jomaa non hanno bloccato la nomina: dopo un mese di transizione, il 9 gennaio Ali Laarayedh ha rassegnato le dimissioni e l’11 gennaio Jomaa ha ricevuto dal Presidente della Tunisia Moncef Marzouki l’incarico di formare un nuovo Consiglio dei Ministri.

La nomina di Jomaa non è stata la sola notizia positiva dell’ultimo mese. A metà gennaio si sono tenute le votazioni per i singoli articoli che andranno a comporre il testo costituzionale, la cui approvazione definitiva sembra ormai essere prossima. Osservatori e analisti internazionali sono rimasti piacevolmente sorpresi dalla misura in cui la nuova carta tutelerà i la parità di diritti tra uomo e donna, creando un importante precedente all’interno del panorama arabo post-Primavere.

«Questa è una costituzione basata sul consenso» ha affermato Rachid Ghannouchi, leader di Ennahda. «Non tutti i tunisini si ritroveranno in essa. Tutti troveranno parte di se stessi, ma non per intero. Un professore di legge costituzionale ben conosciuto e secolare l’ha descritta come nata morta, e lo stesso ha fatto un deputato islamista di Ennahda. Diciamo loro, sia che si punti sul consenso o su alternative come la guerra civile o la dittatura, che il Paese è ideologicamente diviso».

Nel giro di poco più di un mese, il Dialogo nazionale in corso in Tunisia è passato quindi dall’apparire come specchio del fallimento del processo rivoluzionario ad essere preso ad esempio della possibilità di individuare modalità conciliatorie per tornare a porre i percorsi di transizione alla democrazia sulla giusta strada. Improvvisamente la Tunisia sembra diventare un possibile esempio per un Egitto che, in seguito alla violenta repressione effettuata nella scorsa estate dalle forze militari sui manifestanti pro-Morsi, appare sull’orlo del baratro. La capacità di Ennahda di sedere al tavolo delle trattative e accettare di modificare il proprio programma per ristabilire il dialogo con le opposizioni è stato un ottimo esempio di come sia possibile ottenere compromessi tra posizioni fortemente divergenti per donare nuova governabilità al Paese.

La seconda metà del 2013 è stata ricca di difficoltà per la Tunisia. Un periodo di apparente calma si era presentato nella scorsa primavera: un rimpasto di governo aveva momentaneamente riappacificato una società profondamente divisa a seguito dell’omicidio del politico Chokri Belaid, consentendo all’Assemblea di lavorare sulla redazione della carta costituzionale e individuare misure per contenere il deterioramento dell’economia. Il periodo di ripresa è giunto al termine nella scorsa estate quando un nuovo omicidio politico, quello del politico progressista Mohamed Brahmi, ha scatenato la rabbia dei tunisini causando una lunga serie di manifestazioni di piazza che hanno messo Ennahda e i suoi alleati di governo con le spalle al muro.

A partire da luglio scorso, quando 8 militari tunisini vennero uccisi in un’imboscata da parte di militanti estremisti nell’area montuosa del Djebel Chaambi, lungo il confine con l’Algeria, è cresciuto inoltre il timore nei confronti del jihadismo di matrice salafita. La maggiore organizzazione salafita del Paese, Ansar al-Sharia in Tunisia, è stata messa fuori legge dal Governo. Sono cresciuti i sospetti nei confronti di Ennahda, accusata di aver mantenuto un approccio troppo timido nei confronti dei gruppi estremisti presenti sul suo territorio nazionale, e nei confronti di alcuni membri del partito islamista, ritenuti conniventi con alcune ali di Ansar al-Sharia.

Nello scorso ottobre, il Primo Ministro Laarayedh accettò di rassegnare le dimissioni e di sciogliere il Governo nel momento in cui dalle trattative tra maggioranza e opposizione sarebbe uscito il nome di un valido successore. L’organizzazione sindacale UGTT si occupò di mediare il dialogo, cercando di stabilire prima possibile le tappe per portare a termine il processo costituzionale e preparare nuove elezioni presidenziali. Una serie di mancati accordi sul nome del Premier ha frustrato per oltre un mese la cittadinanza tunisina, ansiosa di uscire dall’impasse che stava bloccando la transizione del Paese.

A pochi mesi di distanza, pare evidente come la serie di cambiamenti abbia migliorato la situazione nel Paese e restituito parte dell’ottimismo che era venuto a mancare nel corso del 2013. Nonostante i passi in avanti, c’è ancora molto da fare per portare a compimento la transizione tunisina con successo e garantire un futuro al Paese. Il rischio che ulteriori attacchi di matrice jihadista destabilizzino nuovamente la situazione interna è forte, tenendo conto anche del progressivo deterioramento della situazione della sicurezza nel Paese. La debolezza delle basi economiche del Paese costituisce inoltre un’altra minaccia che potrebbe sfibrare la tenuta del tessuto sociale, costringendo il Governo a impopolari misure di austerità. Il Governo Jomaa dovrà tener conto di questi problemi se non vorrà correre il rischio che nuovi ostacoli complichino il successo della transizione.

 

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