venerdì, Maggio 7

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Overview of Tunis,Tunisia. Photo Pierre Terdjman/Cosmos

Dopo uno stallo nelle trattative tra il partito islamista Ennahda e l’opposizione, a metà dicembre l’ex Ministro dell’Industria del Governo Laarayedh Mehdi Jomaa è stato eletto come nuovo Premier tunisino. Due omicidi politici, l’inizio dello scontro aperto tra autorità nazionali e gli ambienti salafiti e il fallimento delle esperienze di governo di Hamadi Jebali e Ali Laarayedh avevano accresciuto fortemente la polarizzazione politica nel Paese maghrebino nel corso del 2013, creando una paralisi istituzionale che ostacolava il proseguimento del processo di transizione. Jomaa, tecnocrate con una carriera di manager nell’ingegneria, avrà ora il compito di formare un esecutivo in grado di compattare i principali partiti con l’opposizione, portare a termine la redazione della Carta costituzionale (posta una nuova scadenza al 14 gennaio prossimo) e accompagnare la Tunisia alle nuove elezioni, che si terranno probabilmente attorno alla metà del 2014.

La complessità del quadro politico in Tunisia, con la crescita delle preoccupazioni legate all’ambiente salafita, solleva un grande numero di interrogativi sulle possibilità del futuro Governo di riuscire a portare a termine le sfide preposte per la prima metà del 2014. Abbiamo discusso con Riccardo Fabiani, analista del centro internazionale di ricerca politica Eurasia Group, le principali incognite che si parano di fronte alla transizione tunisina, cercando di mettere a fuoco i punti nodali che determineranno il successo o l’insuccesso del Governo Jomaa e dei principali partiti.

  

Dopo aver osteggiato la nomina di Mestiri, un politico di orientamento socialdemocratico voluto da Ennahda e osteggiato dall’opposizione secolare, è stato scelto Mehdi Jomaa, un indipendente che alcuni però ritengono legato ai vertici del partito islamista. E’ una vittoria per Ennahda o permane l’incognita?

Io sono convinto che si tratti di una grande vittoria di Ennahda e Ghannouchi, che hanno capovolto una situazione che era molto sfavorevole sin da principio. Ennahda era sotto pressione sin da quando Mohamed Brahmi venne ucciso a luglio, e doveva rispondere a una serie di domande della società civile e dei partner internazionali della Tunisia. Per mesi tutti hanno accusato Ennahda di opporsi al processo di pacificazione, cosa che creava un vantaggio per l’opposizione laica tunisina, che ha potuto permettersi di chiedere un nuovo governo e un processo di dialogo nazionale da una posizione forte. L’abilità degli uomini di Ennahda è stata quella di sfruttare le divisioni in seno all’opposizione e aver portato a capo del Governo Jomaa, sicuramente un tecnocrate, ma che ha forti legami con Ennahda sia parentali che in termini di amicizie. L’opposizione ha inizialmente rifiutato la nomina di Ahmed Mestiri, un democratico, perché troppo vicino a Ettakatol, definendolo troppo vecchio per poi scegliere Ahmed Filali, 92enne, il quale si è poi tirato indietro. Mehdi Jomaa non era certamente la loro scelta ideale: si è trattato di un vero disastro di una sinistra poco compatta, con Nidaa Tounes e al-Joumhouri che hanno avuto posizioni contrastanti e hanno creato spazio a vantaggio di Ghannouchi.

Un uomo forte come Laarayedh ha fallito nel difficile compito di governare un Paese estremamente diviso. Jomaa ha autorità e carisma necessari per assolvere a tale compito?

Sulla carta le condizioni sono in salita. L’opposizione è scettica e ha già messo una serie di paletti riguardanti le nomine dei ministri. L’accusa di vicinanza a Ennahda crea un clima di accuse e sospetti. D’altro canto, Jomaa ha però il rispetto di ampia parte della società civile e della stampa e, considerato il clima difficile, sarà spronato a tenere posizioni di equidistanza e neutralità, con un profilo basso. Sono quindi relativamente ottimista sulla sua capacità di tenere in mano le fila del Paese.

Uno dei principali vantaggi di Ennahda nel panorama politico tunisino è quello di mostrarsi – nonostante le sue divisioni interne – ancora oggi come il partito più compiuto e definito in uno spettro politico a dir poco frammentario. E’ possibile che entro le elezioni del 2014 Nidaa Tounes riesca a rafforzarsi e a mostrarsi come polo d’aggregazione per l’opposizione?

Ennahda ha sicuramente mostrato in questi mesi di aver una struttura più compatta e formata degli altri partiti, basti vedere il basso numero di dimissioni interne al partito nel corso della sua esperienza di governo. L’opposizione al contrario ha mostrato le tante divisioni presenti al proprio interno: non è chiaro né il livello di vicinanza tra i vari partiti secolari, né se oltre a Beji Caid Essebsi dentro Nidaa Tounes sia presente un altro personaggio ugualmente carismatico in grado di sostituirlo. Nonostante ciò, non credo che alle elezioni i vari partiti secolari finiranno per commettere lo stesso errore del 2011, quando tutti insieme ottennero il 60% dei voti, ma frammentato tra le varie parti. Credo quindi che i partiti di opposizione avranno una maggiore compattezza alle elezioni, con forti incognite riguardanti però quello che saranno in grado di fare una volta giunti al governo.

Mesi fa si parlava di una polarizzazione interna a Ennahda tra un’ala moderata e un’ala intransigente con contatti con gli ambienti salafiti. Dopo l’esplosione dello scontro tra Ansar al-Sharia e Stato, cos’è cambiato nella morfologia del partito islamista?

Questo è uno degli argomenti di maggior interesse riguardanti Ennahda, che sconta i rapporti ambigui che ha con gli ambienti salafiti e il fatto che Ansar al-Sharia sia passata dalla predicazione alla sfida contro lo Stato. E’ difficile comprendere cosa accada all’interno del partito, sicuramente diviso da una rivalità intestina tra falchi e colombe, ma con schieramenti dai contorni indefinibili. Le uccisioni di quest’anno hanno aperto una spaccatura interna e rivelato il ruolo minoritario dell’ala moderata nel partito, cui però la stampa dà moltissimo credito, dando spazio a figure come Abdelfattah Mourou e Hamadi Jebali, piuttosto che ai falchi come Sadok Chourou o Habib Ellouze, figure più legate all’universo salafita. Rachid Ghannouchi opera un’attività di mediazione tra le anime del partito, cercando di non spaccare Ennahda. La maggioranza del partito oggi è certamente con Ghannouchi, ma ci sono posizioni eterogenee: un aspetto di tale divisione è ad esempio quello relativo al dialogo con l’opposizione, che ha creato malcontento nel partito. Finchè Rachid Ghannouchi sarà presente, il partito rimarrà unito, ma non è chiaro cosa avverrà in seguito.

E’ possibile prevedere una rottura del Fronte islamista?

Probabilmente sì, anche se non nel breve termine: oggi, l’esperienza dell’esilio forzato e della repressione subita sotto Ben Ali mantengono unito il partito, che non vuole arrivare spaccato alle prossime elezioni. Il vero problema sarà sul medio termine, quando tra qualche anno ci si inizierà a chiedere quale spazio può avere un partito islamista in una Tunisia laica.

A suo parere, la minaccia di Ansar al-Sharia può essere letta come il prodotto di trasformazioni interne alla Tunisia o come il risultato della destabilizzazione regionale seguita alle Primavere arabe e ai contatti con attori internazionali come AQMI?

Il fenomeno jihadista tunisino ha una duplice matrice, sia nazionale che internazionale. Il problema internazionale c’è sempre stato e si è aggravato in seguito al 2011, quando gli stabili Stati della regione sono crollati e sono nati governi deboli e i confini sono divenuti porosi. Un rischio di escalation fondamentalista è sempre stato presente in Tunisia e solo ora comincia a essere preso sul serio dopo essere stato a lungo sottovalutato. Per anni il fenomeno salafita è stato represso e ora riesce a organizzarsi, stabilendo rapporti interni e internazionali. AAS è una sorta di macrogruppo con legami regionali: militanti jihadisti sono presenti in varie parti del Nord Africa e del Medio Oriente, dove fanno addestramento, portano armi, effettuano predicazione approfittando del caos diffuso. La maggior parte dei militanti che sferrarono l’attacco di In Amenas era di origine tunisina, indice palese dell’evoluzione della situazione. In vari quartieri della capitale Tunisi, ad esempio Ettadhamen, i salafiti hanno un seguito enorme ed effettuano proselitismo. Si tratta di un fenomeno rimosso per decenni dalla coscienza pubblica tunisina ed esploso a seguito della transizione, nonostante si sia rifiutato di affrontare il discorso. La debolezza dell’autorità centrale apre lo spazio di movimento per questi gruppi e rende difficile prevedere le evoluzioni future.

 

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