martedì, Ottobre 19

Tulsi Gabbard, è nata una stella?

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I princìpi dell’idealismo wilsoniano sono divenuti una pietra miliare della politica estera Usa sotto l’amministrazione Clinton, ma hanno ispirato indubbiamente anche George Bush junior e Barack Obama. Sotto questi tre presidenti, l’interventismo motivato dalla difesa dei diritti umani è divenuto un vero e proprio marchio di fabbrica, materializzatosi sul piano pratico sotto forma di aggressioni militari alla Jugoslavia, all’Afghanistan, all’Iraq e alla Libia; di ‘rivoluzioni colorate’ in Nord Africa e gran parte di quello che la Russia considera il proprio ‘estero vicino’ e di operazioni coperte un po’ in tutto il mondo (Somalia, Yemen, Pakistan…). Senza contare i conflitti in Ucraina e Siria, dove una manovalanza debitamente addestrata alle più comuni tecniche di guerriglia ha agito per rovesciare i governi in carica.

Tulsi Gabbard ha preso di mira tutto questo, arrivando a recarsi a Damasco per incontrare il presidente Bashar al-Assad e cercare una soluzione negoziata a un conflitto che ha lasciato sul terreno qualcosa come 400.000 morti e ridotto milioni di siriani al rango di profughi. Una volta tornata negli Usa, la giovane deputata ha rilasciato un’intervista alla ‘Cnn’ nel corso della quale si è spinta a dichiarare che: «qualsiasi giudizio si abbia su Assad, è lui il presidente della Siria, ed è con lui che occorre trattare […]. Durante la mia visita, ho incontrato siriani che erano felici di vedere un’americana camminare per le loro strade, e che mi hanno domandato: perché gli Stati Uniti supportano ed armano gruppi terroristici come al-Qaeda e l’Isis che rapiscono, stuprano, torturano e uccidono noi siriani? Perché gli Usa aiutano coloro che hanno compiuto gli attentati dell’11 Settembre? Ed io non sono riuscita a dar loro una risposta […]. Non esistono ribelli moderati […]. I gruppi più forti che agiscono sul terreno sono al-Qaeda ed Isis. Tutti gli altri gruppi esistenti combattono con loro o gravitano attorno alla loro orbita […]. Dobbiamo sospendere gli aiuti a questi gruppi terroristici e lasciare che sia il popolo siriano a determinare il proprio futuro. Non gli Stati Uniti».

Ma la Gabbard non si è certo limitata a lasciare di stucco il suo intervistatore. Recentemente ha infatti sottoposto all’attenzione del Congresso un disegno di legge mirante a vietare che il denaro pubblico Usa finisca nei forzieri dei gruppi che combattono Assad, e che accusa in maniera diretta la Cia, l’Arabia Saudita, la Turchia e il Qatar di aver fornito appoggio finanziario e militare a movimenti terroristici come l’Isis. Posizioni del genere non potevano che attirare su Tulsi Gabbard in fuoco mediatico dei colossi dell’informazione Usa, tra i quali si è distinto il ‘Washington Post’, che l’ha definita una «portavoce di Assad negli Usa».

Alcuni parlamentari sono addirittura arrivati a ipotizzare sanzioni contro la deputata delle Hawaii sostenendo che il suo incontro con Assad rappresenta una violazione del codice etico del Congresso; una tattica che in questi ultimi mesi è stata applicata in maniera sistematica per impedire l’insediamento o minare l’autorità di alcuni segretari nominati da Trump rei di aver intrattenuto discussioni con l’ambasciatore russo negli Usa. Una prassi che, secondo Stephen Cohen, il più eminente russologo degli Stati Uniti, rappresenta il «nuovo maccarthysmo» dei tempi moderni.

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