mercoledì, Maggio 12

Tulsi Gabbard, è nata una stella?

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Mentre a Washington si acuisce lo scontro tra il presidente Donald Trump e alcuni settori di punta dello ‘Stato profondo’ che godono di un supporto bipartisan in sede congressuale, nel firmamento politico Usa va emergendo la figura di Tulsi Gabbard. Questa giovane Rappresentante delle Hawaii entrò nel Parlamento hawaiano tra le fila dei democratici nel lontano 2002, quando non aveva ancora compiuto 22 anni, salvo interrompere clamorosamente il mandato per partire come volontaria alla volta dell’Iraq e prendere parte a una guerra che non condivideva.

Nel 2012 ha varcato le soglie della Camera federale, divenendo la prima congressista di religione indù e la prima veterana di guerra nella storia a far carriera in Parlamento nella storia degli Stati Uniti. È diventata, per la verità, anche la prima samoana ad entrare nell’Olimpo della politica Usa, visto che la Gabbard trascorse i primi due anni di vita nel piccolo arcipelago delle Samoa, prima di trasferirsi nelle Hawaii con sua madre induista dell’Indiana e suo padre cattolico samoano.

Fin da quando è stata eletta Rappresentante, la Gabbard non ha esitato ad assumere posizioni scomode e in netta controtendenza rispetto alla linea ufficiale del Partito Democratico. Ha osteggiato fortemente il Trans-Pacific Partnership (Tpp), l’accordo di libero scambio volto ad accerchiare economicamente la Cina su cui Barack Obama e Hillary Clinton avevano investito una fetta sostanziosa del capitale politico a propria disposizione, e si è espressa a favore del ripristino del Glass-Steagall Act, la norma introdotta dal presidente Franklin Delano Roosevelt nel pieno della ‘Grande Depressione’ a tutela del risparmio delle famiglie, attraverso una netta separazione tra banche commerciali e banche d’investimento.

Ma ciò che rende la concezione della politica di Tulsi Gabbard maggiormente incompatibile con quella dell’apparato dirigenziale del Partito Democratico (ed anche Repubblicano) è indubbiamente la sua forte ostilità nei confronti della strategia del regime change. Tale linea politica, fondata sull’ingerenza negli affari interni dei Paesi stranieri, è divenuta uno degli aspetti distintivi dell’approccio dei democratici con il resto del mondo fin dai primi anni del XX Secolo, sotto l’amministrazione di Woodrow Wilson. In base alla sua visione, «gli Stati Uniti – scrive Henry Kissinger – dovevano impegnarsi non per stabilire un equilibrio di forze, ma per diffondere i loro principi in tutto il mondo. Durante l’amministrazione Wilson, l’America si rivelò protagonista degli affari mondiali, proclamando idee che, pur rispecchiando l’ovvietà del pensiero americano, segnavano un distacco rivoluzionario rispetto alle diplomazie del ‘vecchio continente’: la pace dipendeva dall’espandersi della democrazia, gli Stati dovevano essere giudicati in base ai criteri etici che valevano per gli individui e l’interesse nazionale consisteva nell’aderire a un sistema di leggi universali». Veniva così sdoganata la dottrina del ‘destino manifesto’, che considerava gli Usa un ‘nuovo Israele’ incaricato da Dio di portare legge ed ordine a tutti i popoli della terra.

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