lunedì, ottobre 15

Trump rilancia il confronto commerciale con la Cina La Casa Bianca ha annunciato dazi su altri 200 miliardi di dollari di prodotti cinesi; Pechino reagisce

0

Il prossimo 24 settembre, gli Stati Uniti introdurranno tariffe del 10% su una serie di beni di consumo di fabbricazione cinese per un valore di 200 miliardi di dollari nel caso in cui entro la data prestabilita non venisse raggiunto un ‘adeguato’ accordo commerciale con Pechino. Nello specifico, i prodotti presi di mira dalle nuove misure saranno componenti di motori, lampadine, mobili e condizionatori. Con questa nuova ondata di tariffe, l’ammontare complessivo di merci di fabbricazione cinese colpite da dazi salirebbe alla sbalorditiva cifra di 505 miliardi di dollari. In un primo momento, l’apparato dirigenziale dell’ex Celeste Impero si era limitato a calibrare il tenore della rappresaglia, avendo già lasciato trapelare l’intenzione di imporre contro-dazi su prodotti Made in Usa per un valore di 60 miliardi di dollari qualora l’amministrazione Trump si fosse decisa a intensificare la guerra commerciale in atto. Successivamente, tuttavia, la Cina è passata dalle parole ai fatti elevando i dazi del 5% su circa 1.600 tipologie di prodotti statunitensi (tra cui computer, aerei e tessuti) e del 10% su altre 3.500 merci di fabbricazione statunitense (tra cui prodotti chimici, carne, grano, vino e Gas Naturale Liquefatto). Tali incrementi vanno ad aggiungersi a quelli – pari al 25% – attuati lo scorso agosto.

Resta da vedere se la Casa Bianca terrà a propria volta fede alle dichiarazioni rilasciate nei giorni scorsi, attraverso le quali aveva informato Pechino che una qualsiasi ritorsione cinese avrebbe fatto scattare automaticamente la cosiddetta ‘fase 3’, consistente nell’adozione di dazi addizionali su ben 267 miliardi di dollari di prodotti di fabbricazione cinese; nel qual caso, ogni prodotto cinese in entrata negli Stati Uniti sarebbe sottoposto a regime tariffario punitivo.

Va rilevato che i nuovi dazi sono stati concepiti per produrre un impatto ben più contenuto rispetto a quelli imposti in precedenti, implicanti una tassa del 25% su 50 miliardi di dollari di prodotti Made in China. Ciò potrebbe indicare l’esistenza di una tattica negoziale predefinita, conformemente alla quale gli Usa intendevanìno riservarsi la possibilità di minacciare un allineamento delle nuove misure a quelle precedenti in sede negoziale, così da strappare a Pechino concessioni il più rilevanti possibile. Allo stesso tempo, però, la relativa ‘moderazione’ sfoggiata da Trump (alquanto insolita per il soggetto) potrebbe essere dettata dal tentativo di mitigare l’impatto delle nuove tariffe sui prezzi al consumo, anche in considerazione del fatto che dalla lista stilata originariamente sono stati depennati circa 300 beni tra cui spiccano gli orologi della Apple, oltre a caschi per biciclette e seggioloni per bimbi. Quello di contenere l’inflazione rappresenta un obiettivo tattico di primaria importanza per Trump, che il prossimo 6 novembre dovrà affrontare quelle elezioni di medio termine che, in genere, tendono a premiare l’opposizione e colpire i detentori delle redini del potere. Negli Usa, la questione dei dazi ha aperto una profonda frattura intestina: da una parte ci sono tra i candidati sia democratici che repubblicani degli Stati industriali del Midwest, i quali appoggiano la linea protezionista di Trump perché sostenuta con convinzioni dalla locale classe operaia, mentre sul lato opposto della barricata si schierano le principali associazioni confindustriali che intravedono nella politica tariffaria dell’amministrazione in carica i presupposti di una nuova recessione globale, oltre che di un aumento incontrollato dei prezzi.

Fatto sta che i nuovi dazi annunciati da Trump e i controdazi cinesi rischiano seriamente di far saltare il vertice bilaterale previsto per il 27-28 settembre, in base al quale il vicepremier cinese Liu He dovrebbe recarsi a Washington per negoziare con la controparte statunitense. Lo hanno dichiarato gli stessi portavoce cinesi, ai quali Trump ha risposto facendo sapere che gli Stati Uniti non hanno alcuna fretta di raggiungere un’intesa commerciale e accusando il governo di Pechino di essersi finora limitato ad assumere impegni molto generici relativi all’incremento degli acquisti di prodotti (agricoli soprattutto) statunitensi.

Ciò che la Casa Bianca non digerisce è tuttavia la penetrazione cinese nei settori strategici statunitensi – penetrazione che Washington spera di aver stoppato anche mediante il potenziamento del Cfius –, oltre che l’indisponibilità di Xi Jinping ad abbassare le tariffe cinesi e, soprattutto, a rivedere le norme in materia di investimenti esteri che obbligano tuttora le imprese straniere che operano in Cina ad associarsi ad aziende locali trasferendo ai loro dipendenti tutto il proprio know-how.

Negli apparati dirigenziali statunitensi è forte la percezione che la Cina abbia molto più da perdere da questo confronto commerciale con gli Usa; i dati indicano tuttavia che l’ex Celeste Impero ha ridotto drasticamente la propria dipendenza economica dall’interscambio con l’estero. Tra il 2007 e il 2017, il peso delle esportazioni sul Pil cinese è infatti diminuito dal 34 al 19%, mentre quello delle importazioni è sceso dal 27 al 15%. A ciò corrisponde un forte potenziamento della domanda interna associato a forti investimenti – benché in declino – in attività di ricerca e sviluppo. La combinazione tra lungimiranza strategica e praticità tattica hanno reso la Cina molto meno vulnerabile all’urto dei dazi imposti dagli Stati Uniti. Questi ultimi, il cui interscambio complessivo con l’estero (import cumulato all’ export) non supera il 20% del Pil, hanno a loro volta la possibilità di attutire l’impatto delle contromosse tariffarie cinesi, ma sono invece fortemente esposti a rappresaglie di tipo asimmetrico quali ad esempio il taglio della vendita di materiali rari (di cui la Cina detiene gran parte delle riserve) indispensabili alla produzione degli iPhone e di altre componenti elettroniche.

In tale contesto, è quindi possibile che sia l’attuale governo statunitense a rischiare grosso, specie in presenza di un aumento dei prezzi suscettibile di erodere il quel gradimento popolare nei confronti di Trump di cui il tycoon newyorkese ha fortemente bisogno in vista delle elezioni di novembre. Senza contare che «le politiche ispirate allo slogan ‘America First’ della amministrazione Trump – afferma Barry Eichengreen, docente di economia a Berkeley – hanno fatto ben più che escludere gli Usa dalla leadership mondiale. Esse hanno anche creato uno spazio perché altri paesi possano ridefinire il sistema internazionale a loro piacimento. L’influenza della Cina, in particolare, è destinata ad aumentare in conseguenza di ciò. Basti pensare, ad esempio, che se l’Unione europea inizia a percepire gli Stati Uniti come un partner commerciale inaffidabile, sarà più incentivata a negoziare un accordo commerciale con la Cina, secondo condizioni accettabili per il governo del presidente Xi Jinping. Più in generale, se gli Usa voltano le spalle all’ordine mondiale, la Cina si ritroverà nella posizione ideale per assumere un ruolo guida nella riforma delle norme che regolano il commercio e gli investimenti internazionali».

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.

Sull'autore