lunedì, Settembre 27

Trump-Nixon: parabole parallele?

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Nella storia degli Stati Uniti, occorre tornare al turbolento periodo a cavallo tra gli anni ’60 e ’70 per trovare una situazione segnata dal simile contrasto tra la Casa Bianca e l’establishment. All’epoca, una parte assai consistente dell’oligarchia statunitense fece ricorso ad ogni mezzo per mettere i bastoni tra le ruote a Richard Nixon, presidente tra i più controversi e incompresi.

Originario di una piccola città della California, questo giovane e rampante avvocato educato ai principi della dottrina quacchera cominciò a farsi progressivamente largo nell’apparato dirigenziale del Partito Repubblicano grazie al viscerale anti-comunismo e ad una ineguagliabile sete di potere che avrebbe mantenuto al fatidico 8 agosto 1974, quando fu costretto ad uscire di scena dallo scandalo Watergate. Divenne vicepresidente sotto l’amministrazione guidata dall’ex generale Dwight Eisenhower ma non riuscì a raggiungere subito la vetta del potere. Nel 1960 fu sconfitto da John Kennedy in una delle tornate elettorale più tirate e a minor scarto nella storia degli Usa, senonché l’assassinio di quest’ultimo e la sconsiderata gestione del potere da parte di Lyndon Johnson finirono per spalancargli le porte della Casa Bianca. Nixon vinse le elezioni del 1968 presentandosi come un uomo d’ordine facente riferimento alla ‘maggioranza silenziosa’ che anche in quegli anni stava subendo le ripercussioni più deleterie della fase di grande difficoltà in cui il Paese stava imbattendosi, a causa dei costi incontrollati della sciagurata campagna militare in Vietnam, della sempre più agguerrita concorrenza economica esercitata da Giappone e Germania e dallo scricchiolare dell’architettura finanziaria edificata a Bretton Woods nel 1944.

Per i primi quattro anni di mandato, si vide costretto a fronteggiare un’ondata di proteste da parte di coloro che si opponevano alla guerra del Vietnam, sebbene Nixon avesse ereditato quella situazione dal suo predecessore. Nel 1972, alla vigilia delle elezioni, alcuni gruppi organizzati tennero una serie di manifestazioni in tutte le principali città degli Stati Uniti inneggiando a slogan assai poco lusinghieri nei confronti dell’avvocato californiano che contava di essere rieletto. Un po’ come accade oggi, il presidente era il bersaglio di una feroce campagna di discredito e delegittimazione finalizzata a minarne la riconferma elettorale. Ciononostante, la ‘maggioranza silenziosa’ era ancora saldamente a fianco di Nixon e si schierò a suo fianco per la seconda volta, permettendogli di ottenere il suo secondo mandato presidenziale.

A favore di Nixon giocavano del resto una serie di fattori di notevole rilievo, come la politica di difesa dell’industria nazionale mediante l’imposizione di dazi, la svalutazione del dollaro, il lancio di un grande piano di investimenti pubblici e l’apertura a uno sterminato serbatoio di potenziali consumatori come la Repubblica Popolare Cinese. Nell’arco di appena quattro anni, l’ex numero 2 di Eisenhower aveva preso una serie di decisioni di importanza epocale con lo scopo di far uscire il Paese dal periodo di forte difficoltà in cui stava imbattendosi, attirandosi l’inevitabile ostilità della corrente dell’oligarchia economica nazionale aggrappata alla logica del libero commercio e alla conservazione dei rapporti economici con i grandi Paesi alleati. Non a caso, un gruppo di strateghi con a capo Zbigniew Brzezinski, George Franklin e David Rockefeller fondò la Commissione Trilaterale, incaricata di rilanciare lo schema triadico StatiUniti-Giappone-Europa messo in crisi dalla politica di Nixon, il cui segretario al Tesoro John Connally si spinse a confidare ad europei e giapponesi, all’indomani della messa al bando degli accordi di Bretton Woods e del collegato scoppio del caos valutario internazionale, che «il dollaro è la nostra valuta ma il vostro problema».

Nixon non si lasciò tuttavia intimidire, effettuando la prima visita ufficiale di un presidente statunitense a Mosca per incontrare il suo omologo Leonid Breznev e avviare una politica di distensione che implicava un riconoscimento degli interessi sovietici nel proprio estero vicino. Conformemente a tale impostazione, il duo Nixon-Kissinger patrocinò gli accordi di Parigi, in base ai quali gli Stati Uniti avrebbero progressivamente smobilitato le proprie truppe dal Vietnam fino a una completo ritiro entro un biennio. L’intesa implicava una esplicita presa d’atto della sconfitta militare in Indocina, evento epocale nella storia degli Stati Uniti che fin dalle guerre del XIX Secolo avevano inanellato una serie impressionante di vittorie nei Caraibi, in Giappone, in America centrale, nelle Filippine, in Europa (Prima e Seconda Guerra Mondiale), ecc.

Tutto ciò rese la spregiudicata linea politica portata avanti da Nixon ancor più invisa all’establishment e ad una parte della sua stessa amministrazione, dalla quale cominciarono a filtrare informazioni compromettenti circa l’integrità del presidente che raggiungevano regolarmente due giornalisti del ‘Washington Post’. Woodward e Bernstein si avvalsero di questo flusso di notizie scottanti per lanciare la propria indagine che nell’arco di pochi mesi acclarò che Nixon aveva ordinato ai suoi collaboratori di mettere sotto sorveglianza la sede del Comitato Nazionale Democratico situata presso l’hotel Watergate. Le pressioni della stampa e del Congresso costrinsero il presidente a uscire di scena, rassegnando le proprie dimissioni l’8 agosto del 1974.

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