lunedì, Ottobre 25

Trump e Kim non spaventano i mercati

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La scorsa settimana, le schermaglie tra Donald Trump e Kim Jong-un hanno provocato un marasma nel mercato azionario mondiale mandando in fumo qualcosa come 1.000 miliardi di dollari di capitalizzazione. Le Borse, specialmente quelle asiatiche, hanno registrato cali, in un clima di generalizzato spostamento degli investimenti dalle azioni – che crescono a ritmo ininterrotto da mesi e mesi – ai titoli di Stato dei Paesi comunemente ritenuti più solidi (come la Germania e gli Stati Uniti), alle monete più ‘prestigiose’ (yen e franco svizzero) e al bene rifugio per eccellenza, vale a dire l’oro.

Eppure, le cose potevano andare molto peggio, come testimoniato dal fatto che l’indice azionario di Seul si è attestato a pochi punti di distanza dal suo record storico, nonostante la Corea del Sud rappresenti il bersaglio naturale dei missili nucleari di Pyongyang. Secondo Charles Himmelberg di Goldman Sachs, la ragione di questa inusuale stabilità è dovuta a una sorta di adattamento alle tensioni internazionali: «la nostra sensazione è che gli investitori si sentano sempre più a proprio agio con l’idea che le tensioni geopolitiche si risolvano inevitabilmente in colloqui diplomatici e in questo caso la scelta da attuare è acquistare ogni volta che i listini scendono per questi motivi: la conseguenza è che il mercato ha sviluppato una certa resistenza psicologica al prezzare i rischi geopolitici».

Di per sé, il fenomeno non è affatto nuovo, essendosi verificato quando il Standard & Poor’s 500 recuperò in meno di una settimana la perdita causata dalla scoperta dell’installazione dei missili nucleari sovietici a Cuba nell’ottobre 1962; quando Mosca annunciò che avrebbe rinunciato allo schieramento dei propri vettori, l’indice di Wall Street aveva già ampiamente compensato le perdite. Si tratta tuttavia di un caso sporadico, poiché l’andamento dei mercati durante le congiunture geopolitiche più problematiche è sempre stato influenzato massicciamente dalla paura generalizzata che le schermaglie degenerassero in scontro aperto mandando in fumo miliardi di dollari di investimenti azionari.

Il fatto che attualmente ciò non si stia verificando è probabilmente dovuto all’incredibile massa di liquidità di cui le società hanno avuto modo di accumulare per effetto delle politiche iper-espansive portate avanti dalle Banche Centrali allo scopo di mitigare l’impatto devastante della crisi del 2007-2008. Il flusso continuo di denaro entrato nei bilanci aziendali e dei fondi di investimento è stato tuttavia investito soprattutto nei riacquisti azionari (buyback), onde far lievitare artificiosamente il valore delle proprie azioni, e per versare dividendi all’azionariato. Ben poche risorse sono invece state stanziate ai settori strategici di ricerca e sviluppo. Come riportaIl Sole 24 Ore‘: «i numeri parlano da soli. Le aziende di Europa, Medio Oriente e Africa (Emea) secondo Moody’s hanno nei bilanci una quantità record di cash pari a quasi mille miliardi di euro. Le società statunitensi quotate a Wall Street arrivano a oltre 1.800 miliardi di dollari. Si tratta di una gigantesca montagna di denaro che le imprese dovrebbero investire nell’economia reale […]. Invece negli ultimi anni gli investimenti sono diminuiti drasticamente: secondo i dati di Citigroup, rispetto agli oltre 3.000 miliardi di dollari spesi dalle aziende in investimenti e in ricerca a livello mondiale nel 2013, nel periodo successivo si sono ‘persi’ tra i 200 e i 900 miliardi l’anno […]. A livello mondiale ogni anno sono finiti in buy-back e dividendi oltre 1.500 miliardi di dollari. Questo significa che il cash delle aziende è in parte finito a gonfiare le quotazioni delle Borse. E il fenomeno continua nel 2017».

Anche gli stessi fondi di private equità si sono visti costretti ad investire in Borsa perché il loro tradizionale settore di competenza, le aziende non quotate, era ormai saturato e quindi non in grado di fornire sbocchi sufficientemente remunerativi ai loro capitali sovrabbondanti. Il mercato azionario, in altre parole, è l’unico in grado di assorbire l’enorme disponibilità monetaria in circolazione, malgrado lo spirare dei ‘venti di guerra’. L’impressione di alcuni tra i più avveduti addetti ai lavori è che gli operatori più smaliziati si limitino a usare le tensioni internazionali come pretesto per ridimensionare piuttosto in sordina la propria esposizione verso le azioni, sempre esposte al pericolo di una massiccia correzione al ribasso, e immettere nel proprio portafoglio investimenti meno redditizi sul breve periodo ma in grado di offrire garanzie di gran lunga maggiori. Il fatto che l’oro abbia raggiunto i suoi massimi da oltre due mesi a questa parte è indice decisamente affidabile di ciò, così come il deprezzamento del dollaro rispetto a yen e franco svizzero, specie dopo la pubblicazione dei non troppo incoraggianti dati relativi all’inflazione da parte della Federal Reserve.

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