mercoledì, Agosto 4

Trump – Intelligence: rapporto ad alta tensione

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Venerdì 20 gennaio si è insediato alla Casa Bianca il neo-presidente Donald Trump. Ma fin dall’ indomani delle elezioni dell’ 8 novembre, le proteste per il risultato della consultazione non erano mancate: erano dilagate nelle piazze di diverse città americane, più inferocite che mai. Ma questa ondata di protesta non sembra essere scaturita solo tra i cittadini, bensì anche negli ambienti strategici dell’ intelligence. È inutile forse ribadire quanto queste strutture, in una nazione come l’ America, ma, per la verità, in ogni nazione, siano fondamentali per garantire la stabilità della democrazia oltre che la sicurezza dei cittadini, soprattutto nel momento storico attuale, durante il quale la minaccia terroristica è all’ordine del giorno.

A circa un mese dall’insediamento, Trump ha inaugurato il suo mandato con il pugno di ferro, attaccando alcune testate giornalistiche, contestandogli la mancanza di obiettività oltre che  annunciandone l’esclusione dai briefing ed arrivando perfino a disertare la rituale cena con i giornalisti. Non è da tralasciare il divieto di immigrazione da alcuni Paesi che Trump ha promulgato, andando contro le analisi degli apparati di sicurezza, poi bloccato dai tribunali per incostituzionalità. E non è da tralasciare nemmeno quanto avvenuto in merito al cosiddetto “Russia-gate”, ovvero lo scandalo che ha coinvolto alcuni componenti della sua campagna elettorale e la Russia. Quest’ ultimo scandalo si è concluso con le dimissioni dell’ appena designato Consigliere per la Sicurezza Nazionale Michael Flynn, colpevole di aver mentito alla Casa Bianca circa le sue discussioni private con l’ ambasciatore russo a Whashington e, quindi, la sua sostituzione con il generale Herbert Raymond McMaster.

A vivere la stessa accusa è anche il ministro della giustizia Jeff Session accusato di aver incontrato nel corso della campagna elettorale, quando era consigliere per la politica estera di Trump, l’ ambasciatore russo a Washington Serghiei Kisliak, il quale, attraverso il suo portavoce, non ha né smentito né confermato. Nancy Pelosi, leader democratica alla camera dei rappresentanti, ha invocato le dimissioni dell’ attuale titolare del ministero di giustizia nonostante questi abbia ribadito le sue eventuali immediate dimissioni qualora fosse colpito da un’ inchiesta dell’ FBI. Anche Jared Kushner, consigliere senior e genero di Donald Trump, avrebbe incontrato l’ ambasciatore russo, ma dopo le elezioni. Il ‘New York Times‘ ha rivelato che fonti di intelligence europee, in particolare inglesi e olandesi, avevano informato i colleghi americani di incontri avvenuti nel Vecchio Continente tra funzionari russi ed emissari di Trump.

Dunque, tra le diverse problematiche in cui si trova immersa la nuova Amministrazione vi è anche la gestione di un rapporto molto teso con le strutture governative a cui è affidata l’attività di intelligence. Trump è arrivato a parlare dei servizi segreti affermando che «continuano a commettere atti criminali quando permettono che trapelino rapporti dell’intelligence», denunciando la complicità anche con quelle testate che fungerebbero da loro amplificatori e minacciando di voler approfondire il capitolo dei fondi usati dalle agenzie per le loro attività. Trump ha ipotizzato il coinvolgimento in questi atti criminali commessi dall’intelligence l’ex presidente Barack Obama, colpevole,secondo il presidente in carica, di tentativi di delegittimazione ai suoi danni. «Ho appena scoperto che mise sotto intercettazione i telefoni della Trump Tower poco prima della vittoria. Nulla è stato trovato, questo è maccartismo. È legale per un presidente monitorare una elezione presidenziale?» così Donald Trump su Twitter, ipotizzando un tentativo di controllo da parte del presidente uscente del “sacro processo elettorale”. Alcuni giornali americani, inoltre, avrebbero ipotizzato che, nell’ ambito di questo testa-a-testa con la presidenza, tanta l’insofferenza, le agenzie sarebbero giunte a non sottoporre alcuni dossier al vaglio della Casa Bianca.

La United States Intelligence Community, a partire dagli inizi degli anni ’80, è l’ entità governativa federale formata da 17 agenzie. A guidare questo organismo governativo, vi è il Direttore dell’ Intelligence nazionale, che è direttamente sottoposto alla Presidenza degli Stati Uniti ed è il suo principale consigliere in materia di servizi segreti. Il direttore, a norma dello statuto, dovrebbe comunque avere un’ esperienza comprovata nella materia. Sotto il Direttore, vi sono poi i direttori delle varie agenzie. Tutta la materia è regolata dal titolo 50 dell’ U.S. Code.

Per discutere di queste tematiche e quindi, soprattutto, dell’ attuale rapporto tra il nuovo presidente e l’intelligence a  stelle e strisce, dialoghiamo con Luciano Tirinnanzi, giornalista professionista e direttore responsabile del portale di informazione Lookout news, promosso dalla G-Risk, società di consulenza e analisi strategica.

Qual è la struttura delle agenzie di intelligence americane? Quali sono i compiti delle diverse agenzie?

Quello che gli americani chiamano United States Intelligence Community ha un apparato enorme che comprende diverse agenzie. Cappler, che è stato nominato all’epoca di Obama, dirige questa struttura che comprende tra le altre le più famose CIA e FBI. Ma ve ne sono molte altre che operano settore per settore, spesso a livello federale, ma non sempre i cui compiti si accavallano. Quindi è molto complicato dare un’unica definizione, un giudizio sereno sulla capacità e sulle attività dell’intelligence americana perché sempre più complesse.

Quindi alcune si dovrebbero dedicare all’attività interna ed altre all’attività esterna?

FBI lavora all’interno degli USA e non dovrebbe, in teoria, svolgere attività all’estero, ma poi di fatto lo fa così come la CIA dovrebbe svolgere attività esterna, ma poi svolge anche quella interna. Il problema è proprio questo: esondare i propri compiti e anche, soprattutto per la CIA, il livello di segretezza e di capacità di azione e questo gli da un potere a volte eccessivo. Si tenga conto che la tendenza della comunità di intelligence americana negli ultimi anni è legata maggiormente, forse eccessivamente, alla SIGINT invece che alla HUMINT: invece di sfruttare le risorse umane, hanno potenziato, in modo eccessivo, quasi a creare un leviatano, la parte di spionaggio elettronico che ha portato a risultati scarsissimi, peggiorando il livello di capacità di comprensione della materia degli americani, soprattutto per quanto riguarda le operazioni all’estero, che sono state, spesso, fallimentari.

Da cosa deriva, secondo lei, questa tensione tra il neo-presidente degli Usa Donald Trump e i servizi di sicurezza?

Siamo in una situazione molto pericolosa per cui, in generale, possiamo dire che la comunità d’intelligence prova un odio personale per il presidente: quindi i capi di agenzia odiano personalmente Trump e questo è pericoloso e preoccupante.

Forse perché proviene da un mondo quasi completamente all’ asciutto rispetto a questa materia, non ha fatto neanche il servizio militare, non è avvezzo a rispettare i codici e le pratiche tradizionali dell’ intelligence e questo lo ha alienato dalle simpatie per il momento. Ecco perché ci si domanda se Trump cambierà i vertici nelle prossime settimane. Il problema è che l’ intelligence risponde direttamente al presidente e questo può creare un corto- circuito pericoloso tale per cui il gioco d’azzardo dei servizi rischia di diventare quasi eversivo. Chiunque sia, che tu lo ami o no, lo devi rispettare e tutelare.

Rispetto all’attuale presidente, quale, secondo lei, è l’agenzia che gli è più vicina e quale gli è più lontana, come rapporto di sintonia?

In questo senso ad essergli più vicino dovrebbe essere la Homeland Security, la parte militare, se vogliamo dire. Non a caso ha scelto molto bene Mcmaster, questo generale che lo consiglierà sulle tattiche soprattutto per quanto riguarda le operazioni all’estero, per le quali Trump è veramente all’ asciutto. Mcmaster è un guru dell’ establishment militare americano e quindi, con questa mossa, Trump ha messo d’accordo un po’ tutti. Di sicuro non è amato dalla CIA, dall’ FBI. Pur non potendo attribuire loro colpe perché non abbiamo prove, però, sicuramente, quelle fake news che sono uscite e mi riferisco in particolare a quel documento che è uscito poche settimane fa che era stato redatto da un ex agente dell’ MI6  inglese, secondo cui c’erano le prove, che poi non vi erano, di una connessione tra Trump e i diplomatici russi,  e che intanto hanno infangato Trump e lo ha messo in cattiva luce, sono sicuramente un prodotto dell’ intelligence. Prodotto che i media hanno solo ricevuto e pubblicato. Questo sta a dimostrare come sia la comunità d’ intelligence sia parte del partito repubblicano, che è contigua a questa figura dell’ establishment, lavorano contro Trump. Ora non possiamo dire che vogliano l’impeachment però l’ aria è quella. Quello che si dice da fonti credibili dell’ intelligence americana è questo: che si voglia arrivare alle elezioni di mid term perché i repubblicani si assicurino la Camera e il Senato, mantenendone il controllo per altri anni, dopodiché procedere anche ad un impeachment e molti ne sarebbero contenti. Quindi c’è molta tensione e molta diffidenza all’ interno di un sistema che è già oscuro e misterioso e non è nemmeno tra i più efficienti, pensiamo dalla Baia dei porci in poi fino a Bengasi e fino a poche settimane fa con il fallimento di un’ operazione nello Yemen che doveva colpire il leader di Al Qaeda Qasim al Rimi, coinvolgente anche i Navy Seals. La nuova amministrazione punta di più agli “ scarponi sul terreno” rispetto ad Obama. Ma invece di prendere lui, hanno colpito la casa del cognato Al Baab, che era un personaggio medio, ma non l’obiettivo finale. Lui è stato ucciso, sono morti civili, è morto un soldato americano, ma Qasim al Rimi è fuggito o forse non è mai stato lì dove si credeva. Quindi l’ obiettivo è stato mancato perché ci si è affidati ad informazioni che sono state passate dai servizi segreti dell’ Arabia Saudita a degli agenti dello Yemen, che poi sono arrivate agli americani.

Con Obama siamo stati abituati alle operazioni di intelligence svolte con i droni, quindi quando aveva una buona informazione sul campo, fornita da intelligence non americana, ma locale, coinvolgendo il meno possibile l’intervento umano perché costoso e serve un impegno grave, importante e continuo, creando basi sul paese, finanziarne la costruzione. In questo modo si predilige, invece, il colpo secco, ad esempio, contro i leader del terrorismo islamico, che è al top delle priorità americane.  Quindi la Cia non è sempre affidabile come si crede ma questo non toglie che moltissimi uomini qualcosa riescono a farla.

Hillary Clinton ha incolpato l’FBI della sua sconfitta. Se a vincere la sfida elettorale fosse stata Hillary Clinton piuttosto che Trump, non ci sarebbe stato questo rapporto freddo con i servizi?

No perché ci sarebbe stata continuità con Obama, considerando anche che lei è stata Segretario di Stato. Certamente anche lei ha fatto i suoi fiaschi e li avrebbe potuti fare, ma questo dimostra che tanto la CIA quanto l’FBI e tutte le altre strutture sono penetrabili. Lo dimostra il caso Snowden, lo dimostra il caso Clinton. Se lei ha perso non è perché ci fosse una cospirazione da parte di qualcuno, ma, semplicemente, perché un giovanotto esperto di hacker aggio è capace di bucare qualsiasi server e che quindi l’intelligence ha puntato sul digitale e sulla sicurezza elettronica, quando questa non è ottenibile. Motivo per cui i russi sono tornati ad usare le macchine da scrivere e questo non è di poco conto. Gli americani sembrano molto in avanti, ma in realtà sono molto indietro.

È già accaduto in passato che un presidente fosse così mal visto dai ranghi dell’intelligence?

Io penso di sì perché l’intelligence è vero che risponde al Presidente, ma in ultima istanza risponde al concetto di Nazione cioè dicendo “noi dobbiamo difendere lo Stato anche dal Presidente”. Si pensi a Nixon. Diciamo che sono ambienti molto conservatori che vedono in malo modo chiunque non sia all’interno. Questo perché sono molto formattati e hanno diffidenza per chi proviene da un mondo esterno e Trump, in questo senso, non ha fatto nemmeno un passaggio al Congresso, non ha mai parlato direttamente con loro, non conosce le abitudini e si tenga conto del fatto che di solito si pesca dall’ambiente militare per reclutare uomini dei servizi e quindi lui, che è del tutto al di fuori di questo mondo, non ne è stato favorito. Se poi si pensa, inoltre, che spesso parla con troppa leggerezza, può avere offeso più di una persona.

Vi è può essere, in fin dei conti, una mancata condivisione delle politiche da attuare? Può un’ agenzia di intelligence rifiutarsi di passare al presidente dei dossier?

Certo. Se io ometto delle informazioni, questo influirà negativamente sulle scelte. Questo può accadere, ma credo che la presenza di questi uomini “ponte” che hanno rapporti anche personali con i vertici dell’intelligence riusciranno a ricucire la situazione. Ma se volessero proseguire nel loro obiettivo, è molto difficile convincerli ad essere sinceri perché se vogliono fare di tutto per far cadere Trump, troveranno anche numerosi esponenti del partito repubblicano e, ovviamente i democratici che non si rassegnano alla sconfitta, questo potrà portare dei problemi. De Gregori dice: “ ogni poliziotto che sa fare il suo mestiere sa che ogni uomo ha un vizio che lo farà cadere” e Trump  di scheletri nell’ armadio non ne è privo, come del resto tutti gli uomini. Se vorranno perseguire in questa strada, punteranno a far fuori gli uomini più vicini a Trump e quando riusciranno a dimostrare, come nel caso dei Russi, che uno di loro aveva parlato a Trump di questa cosa e lo coinvolgeranno direttamente, allora si potrebbe arrivare all’ impeachment. Io, personalmente, credo che riusciranno a sminare questa storia.

Soprattutto in un momento storico come quello di questi ultimi anni, il pericolo terrorismo e le altre grandi sfide alla sicurezza sono all’ordine del giorno. Per gli USA, quali rischi possono nascere da una tale mancanza di sintonia tra le sue istituzioni? Quali ostacoli concreti possono incontrare gli apparati di sicurezza in un contesto simile?

Sulla sicurezza interna non credo ci possano essere pericoli. Penso che il problema sia legato, soprattutto, alla questione politica, cioè quando i servizi puntano ad influenzare l’andamento della politica interna, questo è pericoloso. Se gli apparati non collaborano con l’esecutivo, ma, anzi, pretendono di dettare la linea o fanno in modo che uno come Flynn, scelto come Consigliere per la Sicurezza Nazionale debba dimettersi, intervenendo in questo senso, si crea un cortocircuito. In questo modo i servizi segreti deviano dal proprio percorso e quindi diventano strumento di potere e questo diventa molto pericoloso. Ma è pericoloso per la politica interna più che la politica esterna. Noi in Italia siamo abituati alla macchina del fango, ma in America si può arrivare a situazioni paradossali, tra cui l’impeachment oppure ad una falla all’interno dei servizi e quindi la tutela stessa del Presidente è messa a repentaglio, non, magari, consapevolmente, ma indirettamente.

Come pensa possa svilupparsi la questione: pensa che ci possano essere dei miglioramenti? Perché?

Sì però dipende dai capi e dal comportamento dello stesso Trump. Scegliere uomini come Mcmaster, che conoscono bene quell’ambiente e che sono universalmente rispettati, può disinnescare la “bomba”, in quanto è una dimostrazione di rispetto del Presidente nei confronti dei servizi. Lui è dirompente, fuori dagli schemi, però poi si dovrà adeguare e alla legge e a certe consuetudini che non si possono rompere per questioni normative. Il problema potrebbe risolversi però certamente siamo in un momento di crisi interna.

Qualche servizio straniero può avvantaggiarsi di questa situazione?

Già Obama, purtroppo, e con le sue sanzioni alla Russia, ha vanificato il lavoro di anni dell’ intelligence americana. Questo perché se sono un ambasciatore o imprenditore russo, di sicuro passo anche informazioni al Cremlino; e se io conosco le abitudini di questi uomini e sono anni che gli sto dietro, poi arriva Obama e li rispedisce indietro, io torno al buio, non so più nulla e chi li ha sostituiti ed in questo senso un servizio come quello russo è in vantaggio rispetto ai suoi corrispettivi americani.

Pensa dunque che l’intelligence americana sia in questo momento indebolita?

Al momento sì e credo che gli uomini delle intelligence europee se ne siano resi conto. Certamente la tecnologia deve essere complementare al rapporto umano.

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