venerdì, Settembre 17

Trump: in Siria azione dimostrativa e frutto di pressioni

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Gli Stati Uniti hanno lanciato la scorsa notte un attacco missilistico sulla Siria, in risposta all’uso di armi chimiche da parte di Bashar Al-Assad; la prima mossa interventista di Donald Trump. Proprio lui che ha ripetuto più volte di voler rimanere fuori dal pantano siriano, ma ora ha chiaramente cambiato direzione e lo ha fatto drasticamente. Solo due giorni fa, l’ambasciatore statunitense all’ONU ha dichiarato che il Presidente era incline a far sì che Assad rimanesse al potere. Qualcosa non torna. “L’attacco è frutto di pressioni fatte sull’Amministrazione Trump, sia da parte dei media che di buona parte delle Istituzioni americane”, spiega Andrew Spannaus, giornalista, analista americano ed autore del libro ‘Perché vince Trump’”. “E’ frutto delle pressioni sulla questione della Russia, del tentativo (riuscito) di estromettere Michael Flynn ed anche del fatto che Donald Trump, ovviamente, non ha idee coerenti. Sicuramente è una questione che riguarda anche il suo lavoro, il fatto che è una persona impulsiva e questo lo ha portato a fare, a mio avviso, un errore significativo. L’errore non riguarda solo se intervenire sulla questione dell’attacco chimico, ma riguarda più che altro il metodo”.

A ragione di questo intervento, come egli stesso ha dichiarato, la strage di bambini soffocati dal gas tossico lanciato sulla popolazione della Provincia di Idlib. Nonostante Trump non avesse l’autorizzazione né del Congresso, né sul fronte internazionale (Consiglio di Sicurezza dell’ONU) per attaccare, alcuni politici di spicco non hanno perso un secondo per garantirgli il loro appoggio ed ora, non potranno che essere contenti. “Attaccare un altro Stato sovrano richiederebbe, di fatto, una dichiarazione di guerra”, afferma Spannaus; “l’autorizzazione per un attacco di questo tipo Trump non l’ha proprio cercata e questo è chiaramente un errore che perpetua un metodo di intervento che si era visto già in passato negli Stati Uniti”.

Nel 2013 le forze di Assad usarono armi chimiche illegali per uccidere più di 1000 persone. “Come è già successo in passato, ci possono essere dei dubbi su chi ha compiuto gli attacchi chimici ed occorrerebbe un’indagine”, continua. “Quello del 2013, ad anni di distanza, molti riconoscono che non è stata opera del regime di Assad; questo non significa difendere quel Governo ma capire come intervenire nella guerra. Cosa che Trump non ha fatto né a livello interno cioè nel Congresso, né a livello di discussione internazionale. Obama, in quell’occasione, minacciò di intervenire militarmente dopo l’accaduto, poi non lo fece. Successivamente si raggiunse un accordo nel quale Assad consegnava le sue scorte di armi. Trump non avrebbe nessun diritto, quindi, di attaccare Assad.

Lo stesso Trump in campagna elettorale, dopo che Hillary Clinton mostrò un’apertura ad un possibile intervento contro le forze di Assad, non perse l’occasione di controbattere che questo avrebbe voluto dire dichiarare guerra alla Russia. “Obama non era arrivato a ciò, aveva resistito alle pressioni di attaccare il Governo siriano dicendo che bisognava concentrarsi sul terrorismo e Trump aveva promesso di andare avanti in quella direzione, invece, adesso, sta rientrando nel ramo degli interventisti di Washington”, afferma Spannaus. Il Presidente ha affermato che l’intervento riveste «un interesse vitale per la sicurezza nazionale statunitense». Trump ha richiamato la comunità internazionale ad unirsi alla sua volontà di porre fine a questa ingiustizia. Di certo, non è stato molto chiaro nel lasciar comprendere il suo fine: quello di reagire all’attacco tossico, di distruggere gli arsenali chimici di Assad o forse di eliminare il regime.

Il personaggio Trump è impulsivo e chiaramente ha cambiato ciò che aveva promesso, quindi, non mantenere le promesse dimostra una flessibilità che può essere molto negativa anche rispetto alle persone che lo hanno votato”, spiega Spannaus. “Adesso la politica estera non è la cosa più importante per gli elettori americani, ma è una questione che sicuramente influisce. Trump è arrivato alla Casa Bianca senza esperienza politica e con un personalità molto particolare e sicuramente diversa dagli altri Presidenti, e molti dubitavano che avesse il temperamento necessario per ricoprire questo ruolo. Io credo che, in realtà, dimostri da parte sua una mancanza di calma nel ragionare e valutare le situazioni”.

«Stiamo valutando i risultati dell’attacco» ha detto Jeff Davis, il portavoce statunitense dal Pentagono, «le prime indicazioni mostrano che l’intervento ha danneggiato o distrutto, in larga parte, le basi militari e l’equipaggiamento siriano, riducendo l’abilità governativa di liberare armi chimiche». La base di cui parla Davis dovrebbe corrispondere a quella dalla quale è partito l’attacco chimico di Martedì e, secondo alcune fonti, anche quella usata per conservare le armi che il regime avrebbe dovuto rimuovere. “Trump aveva prospettato una direzione diversa, in collaborazione con la Russia e aveva promesso di non iniziare nuove guerre in Medio Oriente, invece, adesso, stiamo vedendo già una linea più tradizionale”, dice Spannaus. “Le persone intorno a Trump, come il Consigliere sulla sicurezza nazionale, ed il Segretario per la difesa, non condividono e non condividevano la scelta ribelle di Trump in politica estera”. Una mossa azzardata, quindi, che potrebbe far vacillare l’appoggio dei suoi fedelissimi.

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