giovedì, Ottobre 21

Trump il cannibale

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Quella che, specialmente in Europa, suona come una promessa impossibile da mantenere, negli Stati Uniti rappresenta una prospettiva in grado di scaldare i cuori dell’elettorato, cui il magnate di New York ha saputo dar lustro. Al contrario dei suoi concorrenti repubblicani, impegnati nella ricerca di grandi finanziatori al punto da porre le necessità degli elettori in secondo piano. La massima manifestazione di ciò si è avuta con Jeb Bush, membro dall’establishment con notevoli agganci presso le agenzie del governo (Cia in primis) che solo un anno fa era considerato quasi unanimemente il candidato in pectore del Partito Repubblicano. Nonostante il fiume di denaro garantitogli dai suoi sponsor, Bush è stato recentemente costretto a recarsi col cappello in mano al cospetto dei suoi finanziatori – facenti parte soprattutto dell’industria petrolifera cui era stata promessa un’ulteriore deregolamentazione del settore – per annunciare il proprio ritiro dalla corsa. «Il ritiro di Bush segna l’inceppamento – quantomeno momentaneo – di un meccanismo politico che ha marciato per decenni: le donazioni vincevano le elezioni e le vittorie partorivano leggi compiacenti verso i donatori. Soprattutto i repubblicani si proponevano come partito del mondo delle imprese. I grandi capitalisti sceglievano i propri candidati nel corso di incontri riservati e le elezioni diventavano una specie di corsa agli armamenti. Nel 2004 i candidati avevano speso circa 700 milioni di dollari per le loro campagne, nel 2012 si è passati a 2,6 miliardi», scrive ‘Die Zeit’.

David Frum, il ghostwriter dei discorsi di George W. Bush, ha approfondito il discorso accendendo i riflettori sulla crescente discrepanza tra aspettative dei grandi finanziatori e interessi della base elettorale. Vicende molto significative come la bagarre sul fiscal cliff, che aveva visto i repubblicani spingere il Paese sull’orlo della bancarotta pur di non alzare le tasse sulle rendite finanziarie e sui grandi patrimoni, o il lassismo su immigrazione e concessione della cittadinanza per assecondare le fame di manodopera sottopagata delle imprese, hanno indotto l’abile spin doctor a concludere che «la maggior parte dei repubblicani si preoccupa del potere eccessivo esercitato dai ricchi. Ma i loro dirigenti contribuiscono ad ingigantirlo ulteriormente». Una parte importante dell’elettorato repubblicano ha però cominciato ad opporsi a questo sistema perverso, dopo aver preso atto degli effetti sui salari e sulla delocalizzazione dei posti di lavoro prodotti dagli accordi di libero scambio come il Nafta.

La campagna elettorale di Trump si concentra proprio sui bisogni dei cittadini statunitensi che hanno perso il posto di lavoro o che per conservarlo si vedono costretti ad accettare la concorrenza al ribasso sui salari esercitata dagli immigrati sotto retribuiti. Le sue proposte più significative, quali l’imposizione di pesantissimi dazi in entrata sui prodotti fabbricati all’estero per favorire il rimpatrio di posti di lavoro, l’adozione di un approccio più costruttivo con la Russia di Putin – considerata un irrinunciabile fattore di stabilità – e il sanzionamento della Cina, accusata – in maniera peraltro infondata in questi ultimi anni – di deprimere artificiosamente il corso dello yuan per favorire il proprio export, vanno a integrarsi con quelle più marcatamente demagogiche e autoritarie quali il divieto di ingresso ai musulmani, la costruzione del muro lungo il confine con il Messico – iniziata tuttavia in sordina nel 1994 per volere Bill Clinton e confermata nel 2006 con il Secure Fence Act – e la legalizzazione della tortura. Ne scaturisce un programma a suo modo coerente e in grado di esercitare un certo fascino sull’elettorato non solo democratico.

Il timore del potente apparato elettorale della Clinton è infatti che gli elettori che avevano sostenuto Sanders possano essere indotti ad appoggiare Donald Trump nell’eventualità di un’uscita di scena del Senatore del Vermont. Le posizioni assunte dal tycoon newyorkese sugli accordi di libero scambio patrocinati dall’amministrazione Obama, che rischiano di radicalizzare la tendenza alla delocalizzazione degli impianti produttivi e a comprimere ulteriormente i salari, presentano infatti diversi punti di contatto con quelle sponsorizzate da Sanders, che risultano a loro volta diametralmente opposte a quelle promosse dall’ex first lady. Questa inversione radicale dell’elettorato può risultare dirompente se si considerano le tendenze relative alla partecipazione di voto, che vedono gli elettori repubblicani in forte ascesa e quelli democratici in caduta libera.

Tendenze partecipazione al voto

Tendenze relative alla partecipazione al voto

È inoltre interessante notare che pochi mesi fa due sorelle afroamericane attive sostenitrici di Trump residenti in North Carolina hanno creato un sito internet finalizzato a favorire il passaggio degli elettori democratici al campo repubblicano. Il sito ha inaspettatamente beneficiato dell’appoggio più o meno voluto del ‘New York Times’, che dedicandovi un intero articolo ha contribuito diffondere il messaggio delle due sorelle e, forse, a incrementare la popolarità della loro causa.

L’aspetto più paradossale di tutta questa vicenda già di per sé decisamente peculiare consiste proprio nel fatto che Trump è stato in grado di imporsi come principale candidato repubblicano dopo essersi scagliato contro l’establishment del Grand Old Party – che ha cercato ripetutamente di sabotare la sua corsa alla nomination arrivando a concentrare i milioni di Wall Street sull’ormai sconfitto John Kasich – e potrebbe finire per conquistare la Casa Bianca grazie all’appoggio di elettori democratici delusi. Tanto il Partito Repubblicano quanto il Partito Democratico rischiano di pagare a carissimo prezzo il loro approccio élitario poco attento – per usare un eufemismo – alle necessità della base.

È quindi proprio il caso di dire che se Atene  piange, Sparta non ride.

 

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