sabato, ottobre 20

Tra Trump e Erdogan, si decide il futuro geopolitico della Turchia

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Oggi a Washington, alla Casa Bianca, l’incontro tra il Presidente americano Donald Trump e il suo omologo turco Recep Tayyip Erdogan. Al centro dei colloqui i rapporti bilaterali tra Ankara e Washington e la Siria. Un incontro tra due presidenti ‘forti’ che fino a qualche mese fa si riteneva potessero trovare ottime convergenze, mentre ora il rapporto si fa sempre più complesso. Per altro, un incontro al quale i due Presidenti arrivano con una serie di difficoltà. Il Presidente turco si trova ad affrontare più di una situazione critica. Il suo Paese, spaccato in due dal referendum del 16 aprile, sembra sprofondare sempre di più nella crisi economicamente e nella dittaturadirezione per altro chiara fin dai giorni immediatamente successivi al golpe, quando ci fu addirittura chi pensò all’auto-golpe– con un rapporto con il resto dell’Europa sempre più difficile.

La Siria è il tema sul quale le distanze tra Turchia e USA sono più accentuate. La spaccatura si è consumata  dopo la decisione americana di fornire armi ai militanti delle Unità di protezione del popolo curdo (Ypg) per combattere il sedicente Stato Islamico (Is). Il Pentagono ritiene che le milizie curdo-siriane siano il partner locale migliore per espellere l’Is dalla sua roccaforte Raqqa, mentre la Turchia considera l’Ypg un’organizzazione terroristica legata al Pkk, pericolosa tanto quanto l’ISIS.
«L’Ypg e il Pyd sono organizzazioni terroristiche, non c’è bisogno di loro. Considerare la collaborazione con l’Ypg come una condizione necessaria a combattere Daesh è un modo per distruggere la reputazione degli Stati Uniti e la coalizione» internazionale contro Is a guida Usa, ha detto Erdogan incontrando alcuni giornalisti a Pechino due giorni fa. La Turchia vorrebbe che gli Usa sfruttassero i ribelli dell’Esercito libero siriano invece dell’Ypg nell’operazione per riconquistare Raqqa. Durante l’incontro odierno, Erdogan illustrerà a Trump documenti sull’Ypg a riprova della tesi turca che si tratta di un’organizzazione terroristica.

Gli Stati Uniti però hanno finora sempre protetto le truppe dell’YPG (l’Unità  di Protezione Popolare). I curdi sono stati recentemente colpiti da una serie di attacchi aerei di Ankara lanciati il 25 Aprile. Secondo le dichiarazioni dei turchi 90 persone sono morte sotto i bombardamenti. I curdi parlano di 20 militari che avrebbero perso la vita. Il Presidente Erdogan ha confermato che per Ankara la guerra continuerà «finchè l’ultimo terrorista sarà stato eliminato».

In ogni caso, per prevenire un’escalation di scontri, gli Stati Uniti sono immediatamente intervenuti nel confine turco-siriano orientale con un dispiegamento di truppe nell’area di Qamishli – controllata dai curdi – che presiederà  la ‘zona calda’ tra le truppe turche e quelle curde. Lo scopo della pattuglia è quello di «scoraggiare escalation e violenza tra due dei nostri più fidati partner nella lotta per la sconfitta dello Stato Islamico», hanno dichiarato dal CJTF-OIR (Combined Joint Task Force – Operation Inherent Resolve).

«L’Unità  di Protezione Popolare, e chi lo supporta, ci attacca con i mortai. Ma non ci fermeremo e faremo delle loro postazioni una tomba», ha affermato Erdogan, riferendosi anche al PKK, il partito curdo in Turchia, fuorilegge poichè considerato un’organizzazione terroristica. Jeff Davis, portavoce del Pentagono, ha affermato di volere il pieno supporto dell’YPG nella campagna per la conquista di Raqqa, la ‘capitale’ dello Stato Islamico, (battaglia in cui le forze turche non partecipano, proprio a causa della presenza dei curdi): «[L’SDF, uno schieramento a maggioranza curda] non deve essere coinvolto in conflitti altrove», ha detto Davis.

Per quanto attiene ai rapporti Ankara e Washington, al centro dell’incontro la richiesta turca di estradare l’imam Fethullah Gulen, in esilio volontario in Pennsylvania dal 1999 e considerato dalla Turchia la mente del tentato golpe del 15 luglio 2016. Tutto si sviluppa nell’arco di 48 ore. Nella notte del 15 luglio il golpe prende avvio e si sgonfia senza apparenti ragioni. Al mattino del 16 luglio Erdogan  ha già ripreso il controllo del Paese.  La macchina repressiva si mette in moto subito e procede a colpo sicuro con l’arresto di oltre 6.000 persone tra vertici dell’esercito e giudici. Ed è subito pronto anche il principale indiziato: è Fetullah Gulen. Gulen, a sua volta, non tarda a rispondere e rigira immediatamente le responsabilità del golpe sullo stesso Erdogan.

L’ex-imam è stato un alleato sodale di Erdogan e dell’ AKP fino al 2013, ovvero fino a quando non ha denunciato lo scandaloso stato di corruzione che, secondo lui, affliggeva il partito dell’ allora premier. Il premier aveva risposto chiudendo molte delle strutture di insegnamento del dissidente presenti in Turchia. A seguito del golpe, Erdogan aveva richiesto agli USA l’ estradizione per Gulen, accusato di terrorismo e di cospirazione dalle autorità turche. Gli Stati Uniti, per parte loro, non hanno mai accettato la richiesta di estradizione, conseguendo, così, un peggioramento delle relazioni tra i due Paesi.

Anche su questo tema, è stato anticipato che il presidente turco porterà del materiale per avvalorare la richiesta di Ankara di estradare Gulen. Il Dipartimento di Stato, per quanto è dato sapere, non ha ancora preso alcuna decisione sulla sua estradizione. Erdogan chiederà anche il rilascio di Reza Zarrab, un imprenditore turco-iraniano, e di Mehmet Hakan Atilla, il vice direttore generale della Halkbank entrambi a processo negli Stati Uniti per aver violato le sanzioni contro l’Iran. Circa gli interessi economici   -tra i due Paesi l’interscambio si ferma a 17 miliardi di dollari all’anno-  anche questi non promettono molto.

Vero è che, negli ultimi due anni almeno, l’economia turca non ha certo brillato: troppa incertezza, troppe crisi – non solo di natura finanziaria – hanno bloccato prospettive di crescita e fiducia degli investitori. Una delle ‘vittime’ di questa situazione è, per esempio, la ‘Turkish Airlines’, che – come testimonia un’analisi dell’ISPI – «una volta stella nascente del settore, ha reso nota la sua prima perdita annuale a partire dal 2000», a causa di «terrorismo, tensioni diplomatiche con la Russia e […] tentato colpo di stato».

Il colpo di Stato, come già detto, ma anche la questione sempre più pressante del terrorismo – curdo e islamico – e la guerra al confine siriano. Erdogan aveva già promesso agli elettori che, una volta vinta la battaglia del referendum costituzionale, l’agenda economica sarebbe tornata ad essere al primo posto tra le priorità dell’esecutivo. Già nel Dicembre 2016, comunque, il Concilio di coordinamento economico turco aveva dato inizio a una serie di manovre di stimolo per facilitare l’accesso al credito del settore privato.

Forse è questo clima a spingere Ankara tra le braccia della Cina, nuovo grande investitore in ‘Eurasia’. Con il suo colossale piano rivelato recentemente, Pechino intende investire miliardi nelle infrastrutture di Asia, Europa e Africa, per inaugurare una nuova fase della globalizzazione e del commercio internazionale guidata da est, e non più da Washington. La Turchia ha partecipato entusiasta nel meeting di ieri in cui un altissimo numero di leader dei tre continenti interessati dalla ‘Nuova Via della Seta’ (o ‘one belt one road’, questo il nome del progetto) hanno discusso l’idea dei cinesi.

Ankara potrebbe essere in prima linea per facilitare l’integrazione economica e politica delle nazioni musulmane dell’Asia centrale nel progetto cinese. Secondo Guven Sak, capo dellA Fondazione Turca per la ricerca economica (TEPAV), Erdogan, visitando la Cina nel 2015, «ha notato i problemi nello Xinjiang [provincia cinese popolata da musulmani spesso discriminati dalle autorità di Pechino]» ma sta ora «cercando di cambiare questo approccio in una relazione positiva, collaborando con la ‘one belt one road’».

«Questa iniziativa segnerà il futuro dei collegamenti tra Asia, Europa, Africa e persino Sudamerica […] la Turchia la supporta pienamente», ha affermato Erdogan, conscio dell’importanza della sua nazione, cruciale per mediare la ‘rotta’ intermedia, che passa per le repubbliche dell’Asia centrale, culturalmente più vicine ad Ankara che a Pechino. Lo sviluppo della Nuova Via della Seta «è un’iniziativa che sradicherà il terrorismo», ha anche affermato il Presidente turco. Nonostante tutto, Guven Sak esclude che Ankara possa totalmente slegarsi da Washington per abbracciare totalmente le iniziative cinesi. Eppure un partner desideroso di investire come la Cina, e sicuramente meno ‘severo’ dell’Occidente per quanto riguarda i diritti umani e la politica interna, potrebbe effettivamente fare gola a una Turchia in difficoltà economica e a rischio di isolamento internazionale sempre più profondo.

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