giovedì, Settembre 23

Trump dice no alla Stazione Spaziale Internazionale? Secondo un suo tweet, il tycoon intende interrompere i fondi accordati alla NASA per supportare il programma della Stazione Spaziale Internazionale.

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Il twitter di Donald Trump è arrivato a giornali ormai chiusi e la stampa ha dato poco risalto alla sua dichiarazione: secondo il messaggio, il tycoon intende interrompere i fondi accordati alla NASA per supportare il programma della Stazione Spaziale Internazionale. Il suo piano dovrebbe essere presentato il prossimo 12 febbraio e secondo persone informate, quando il documento finale sarà reso pubblico, tra le note apparirà che il dispositivo si eseguirà dal 2025.

Abbiamo parlato spesso della Stazione Spaziale e forse è il momento di approfondire qualche aspetto di un laboratorio che naviga sul nostro mondo ad una velocità media di 27.600 km/h, completando 15,5 orbite al giorno e che viene mantenuta in orbita all’altitudine compresa tra 330 e 410 km. dal livello del mare. Valutazioni attendibili sostengono che la ISS costi alla NASA tra i tre e i quattro miliardi di dollari all’anno. Una somma importante per condurre esperimenti governativi e commerciali in microgravità e valutare le reazioni del corpo umano a condizioni estreme. La Stazione è gestita come progetto congiunto da cinque diverse agenzie spaziali, che sono la NASA, la RKA russa, la giapponese JAXA, la canadese CSA-ASC e non ultima l’ESA, quindi in correlazione c’è anche l’Agenzia Spaziale Italiana.

Fin dal 2 novembre 2000 i suoi ambienti pressurizzati, costruiti per circa il 50% dall’industria italiana, sono abitati senza soluzione di continuità da equipaggi variabili tra due e sei astronauti. Il personale italiano è stato molto presente a bordo di questo vascello spaziale. Lo scorso 14 dicembre si è conclusa la seconda missione di Paolo Nespoli: gli altri astronauti italiani che hanno varcato l’airlock, ovvero la porta del grande laboratorio orbitante sono Samantha Cristoforetti, che ha battuto un importante record di permanenza a bordo e prima di lei Umberto Guidoni, Roberto Vittori e Luca Parmitano. Guidoni nel volo spaziale Sts-100 svoltosi nella primavera del 2001 ha partecipato all’assemblaggio e vanta di essere il primo europeo ad avervi messo piede. Vittori e Nespoli sono gli unici italiani ad aver partecipato a due missione. Nella Expedition 26/27 conclusa in maggio 2011 i due astronauti italiani erano assieme. Luca Parmitano, ingegnere di volo, è stato membro della Expedition 36/37 e ha compiuto attività extraveicolari per più di 6 ore, il 9 luglio 2013. Il 16 luglio seguente Parmitano compì un’altra missione extraveicolare ma fu necessaria un’interruzione a causa di anomalie verificatesi nello scafandro. Grande spavento ma fortunatamente nessuna conseguenza.

La costruzione della ISS è iniziata a partire dal 1998. Un programma ciclopico in cui si sono spesi un centinaio di miliardi per sviluppare e testare tecnologie per l’esplorazione spaziale, per mantenere in vita un equipaggio in missioni oltre l’orbita terrestre e acquisire esperienze operative per la lunga durata, ma anche come un laboratorio di ricerca in un ambiente di cui gli equipaggi conducono esperimenti di biologia, chimica, medicina, fisiologia e fisica e compiono osservazioni astronomiche e meteorologiche.

La cifra indicata –e nemmeno confermata ufficialmente- è indubbiamente da capogiro. Però come ogni numero, occorrono dei paragoni. Secondo il Watson Institute for International Studies, la guerra in Iraq dopo la violazione del World Trade Center è costata almeno 1.700 miliardi dollari, con la perdita di 4.520 militari americani, 10.800 militari iracheni e 134.000 civili. Un tragico cnfronto, ma molto significativo per chi volesse fare correttamente dei conti. La relazione, che è il risultato del lavoro di circa 30 docenti universitari ed esperti della Brown University del Rhode Island, rimarca che i 212 miliardi dollari destinati alla ricostruzione sono stati spesi per il mantenimento della sicurezza o sprecati in tangenti e frodi.

Accuse che proprio alla dispendiosità della SSI non si possono addossare. Anzi il programma in sé ha dato una mano alla cooperazione mettendo assieme molte comunità scientifiche che hanno condiviso studi, ricerche ed esperienze. Un modello che dovrebbe andare a braccetto con la globalizzazione che invece Davos starebbe del tutto sgonfiando. E sì, perché proprio l’intervento di Donald Trump al Forum in Svizzera –come descrive assai bene Il Sole 24 Ore in un su editoriale- “è stata una compilation delle frasi forse meno controverse della sua presidenza” ma, notiamo noi, la sua eco sta inasprendo le pieghe del nazionalismo protezionista, senza che l’Europa riesce a obiettare nessuna risposta degna di effetto. E l’indolenza di tutta la classe politica europea, dopo quanto ha vissuto il Vecchio Continente nei due secoli scorsi, dovrebbe infuriarci e farci preoccupare, invece di accondiscendere ai sorrisi pieni di ipocrisia postati davanti agli obiettivi delle reti internazionali.

Ma torniamo alla SSI, che è stato uno dei pochi momenti in cui il colore delle bandiere sbiadisce vicino alla capacità di convivenza della propria tecnologia. Il magnate presidente, non sufficientemente ricco da essere invitato nel circolo degli opulenti se non fosse stato capo della Casa Bianca, nel suo primo anno di Washington aveva già dato molti segnali di insofferenza rispetto alla ricerca spaziale come strumento di indagine e rappresentatività piuttosto che di parcellizzazione degli investimenti. Poco più di un mese fa Trump ha firmato la Space Policy Directive 1: nelle foto di circostanza gli sorridevano alle spalle una rappresentanza del Congresso e della National Space Council con gli astronauti Jack Schmitt e Peggy Whitson. In questo dettato, che dà al presidente i poteri esecutivi dalla Costituzione, secondo il portavoce della Casa Bianca Hogan Giley, c’è stata la disposizione all’agenzia spaziale americana di «guidare un programma di esplorazione spaziale innovativo per far tornare gli astronauti americani sulla Luna ed eventualmente farli andare su Marte» e lo stesso Gidley, con la bella intonazione dell’Arkansas, ha dichiarato: «Cambierà la nostra politica sui viaggi umani nello spazio per aiutare l’America a diventare la forza trainante dell’industria spaziale, ottenere una nuova conoscenza del cosmo e sollecitare una tecnologia incredibile». Cosa c’è da comprendere da tutto questo?

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