sabato, Maggio 15

Trump-Congresso: un’incognita che pesa sul futuro degli Usa

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Una volta smaltita l’ebbrezza per il proprio successo elettorale, Donald Trump è ora chiamato a formare la propria squadra di governo e, soprattutto, ad instaurare un rapporto costruttivo con il Congresso. Anche se dominata dai repubblicani (52-48 al Senato; 241-194 alla Camera), questa assemblea potrebbe frapporre numerosi ostacoli alla realizzazione dei progetti annunciati in campagna elettorale dal tycoon newyorkese. Non va infatti dimenticato che Trump ha conquistato la Casa Bianca collocandosi su posizioni diametralmente opposte a quelle sposate da gran parte dell’establishment del Grand Old Party (Gop), sia in materia di politica interna che estera.

Sebbene negli ambienti di Washington sia piuttosto diffusa l’opinione secondo cui gli affari internazionali siano appannaggio quasi esclusivo della Casa Bianca, la realtà indica che le cose stiano in maniera assai diversa. I ‘padri fondatori’ che avevano liberato il Paese dalla tirannia straniera e imposto un ordinamento repubblicano si preoccuparono di evitare che nessuno dei due principali organismi di governo accumulasse un potere semi-assoluto. Il prezzo da pagare per l’equilibrio delle forze consisteva nell’allungamento dell’iter decisionale, ma ciò mal si coniuga con l’esigenza di predisporre una riposta veloce alle crisi internazionali, che per loro natura tendono a degenerare in maniera assai rapida e imprevedibile.

Da tale constatazione è scaturito un processo di erosione della responsabilità democratica del Congresso di cui la Presidenza ha beneficiato in termini di potere e spazio di manovra. Non è tuttavia infrequente che il presidente si spinga a chiedere l’opinione di senatori e rappresentanti prima di lanciarsi in imprese di grande impatto come conflitti all’estero. Così fece George W. Bush nel 2011 per intraprendere la cosiddetta ‘guerra al terrore’, ed è sulla base del relativo pronunciamento del Congresso che Barack Obama ha inviato truppe in Iraq per combattere lo ‘Stato Islamico’. Il Congresso, in fine dei conti, continua a mantenere alcune delle funzioni fondamentali in materia di politica estera. Il Senato in particolare ha la prerogativa di ratificare i trattati internazionali con una maggioranza di due terzi, e nella storia degli Stati Uniti ha esercitato più volte questo potere per mettere deliberatamente i bastoni fra le ruote al presidente. I casi più clamorosi in merito risalgono al 1919, quando il Senato bocciò il Trattato di Versailles impedendo che gli Usa entrassero a far parte della Società delle Nazioni, e nel 1999, quando il Congresso controllato dai repubblicani rigettò il Trattato per la Messa al Bando dei Test Nucleari voluto da Bill Clinton. I presidenti, consci di questo pericolo, hanno da tempo cominciato a preferire i semplici accordi, che a differenza dei trattati necessitano dell’approvazione a maggioranza.

Il Senato ha anche la facoltà di decidere se confermare o meno gli ambasciatori e i funzionari nominati dalla Casa Bianca, e tende sempre più spesso ad esercitare questo potere in senso squisitamente politico, come testimoniato dal caso del senatore Ted Cruz, che nel 2015 ha posto la riserva su tutte le nomine al Dipartimento di Stato dell’amministrazione Obama per rappresaglia rispetto all’accordo sul nucleare iraniano. Un atteggiamento che non fa che generare diffidenza e scoraggiare la collaborazione tra presidente e Congresso, come si è visto con le diatribe per evitare il cosiddetto fiscal cliff.

In presenza di un esecutivo controllato da un partito e di un Congresso controllato dall’altro,  è del resto comune che quest’ultimo concentri la maggior parte degli sforzi per bloccare l’iniziativa del governo. Sotto Obama, questa tendenza si è spinta agli estremi, costringendo il presidente a ricorrere ai decreti esecutivi per portare avanti i propri progetti di politica interna ed estera. I decreti sono tuttavia temporali e passibili di revoca da parte del successore alla Casa Bianca, cosa che Trump farà probabilmente verso moltissime delle misure governative assunta da Obama. Il tycoon newyorkese ha già annunciato che l’accordo con Cuba per il ripristino delle relazioni bilaterali va approfondito, e che nei confronti della Russia occorre adottare un approccio molto più conciliante. In termini pratici, ciò potrebbe tradursi nella revoca delle sanzioni imposte da Obama. A quel punto, il Congresso repubblicano, composto per lo più da elementi che intendono portare avanti la politica del muro-contro-muro con Mosca, si vedrebbe costretto approvare una nuova legge per impedire che le sanzioni vengano tolte, e per fare ciò occorrerebbe una maggioranza di due terzi, cosa che implica il coinvolgimento di almeno una parte dei senatori e dei rappresentanti democratici.

Anche se è improbabile che esecutivo e Congresso si dividano in maniera tanto insanabile, ulteriori fattori di discordia sembrano non mancare. Trump ha proposto di stanziare fondi supplementari al potenziamento di Marina e Aeronautica militari, ma i repubblicani sembrano essere molto contrari ad innalzare i limiti massimi di spesa militare fissati nel 2011. In campagna elettorale, Trump ha inoltre promesso di porre un limite massimo di mandati per qualsiasi congressista, avuto screzi non leggerissimi con l’influente presidente della Camera Paul Ryan e preso di mira con pesanti epiteti alcuni pezzi da novanta del Partito Repubblicano, da Jeb Bush a Marco Rubio, da Ted Cruz a John McCain. Quest’ultimo (che si alterna tra Camera e Senato dal 1983), assieme all’irriducibile Lindsay Graham (anch’egli repubblicano), ha annunciato che contrasterà in ogni modo possibile qualsiasi tentativo di Trump di ridimensionare il ruolo della Nato e riconciliarsi con la Russia. Un altro senatore repubblicano, l’eterodosso Rand Paul, ha invece espresso posizioni contrarie dichiarando di aspettarsi la rottura con la politica estera portata avanti finora da Washington promessa da Trump in campagna elettorale e anche in questi ultimi giorni.

Di certo, i democratici non rinnegheranno la linea operativa tenuta finora ed ostacoleranno quindi qualsiasi tentativo di compromesso con Putin riguardo a Siria ed Ucraina, mentre i repubblicani sembrano più divisi e incerti sul da farsi. Trump non ha un’esperienza politica alle spalle da cui prendere spunto per risolvere il problema, e sono in molti a dubitare che le sue capacità manageriali possano applicarsi in maniera altrettanto efficace all’ambito governativo.

Di certo, il magnate è un uomo pragmatico, ed è indubbiamente consapevole che per portare avanti almeno una parte del proprio programma avrà bisogno di ottenere il favore del Congresso. Con ogni probabilità, cercherà di sfruttare il suo ruolo di outsider per ingraziarsi gli appoggi necessari senza badare allo schieramento dei congressisti di cui ingraziarsi il favore. In che misura Trump terrà fede alle promesse fatte e fino a che punto i senatori e i rappresentanti repubblicani saranno disposti a rinnegare posizioni ribadite per anni rimane un’incognita decisiva. Come ha osservato il sempre acuto Henry Kissinger, «questo presidente eletto è unico nella mia esperienza, perché non ha assolutamente un bagaglio di obblighi verso alcun gruppo particolare. È diventato presidente grazie alla sua strategia, con un programma che ha messo davanti agli americani e che i suoi concorrenti non avevano […]. Occorre evitare di inchiodare Trump a posizioni che ha assunto in campagna elettorale e su cui penso che non insisterà da presidente. Se invece le ribadirà, bisognerà tenerne conto».

Tra qualche mese si vedrà se Trump attaccherà formalmente l’accordo climatico di Parigi e l’intesa sul nucleare iraniano, se rispetterà l’impegno di riconciliare le relazioni con la Russia e rinegoziare i termini della normalizzazione con Cuba, se denuncerà gli accordi di libero scambio e ridiscuterà ruoli, responsabilità e funzioni all’interno della Nato. Le reazioni del Congresso a tali iniziative segnerebbero definitivamente il rapporto tra questo consesso e la Casa Bianca almeno per i quattro anni successivi.

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