venerdì, Maggio 7

Trump, Comey, Lavrov e il fantasma del Russiagate

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Per Donald Trump si chiude oggi l’ennesima ‘settimana orribile’, nella quale i fastidiosi strascichi del Russiagate hanno portato l’ennesimo attacco a una credibilità sempre più barcollante. I fatidici ‘cento giorni’ hanno offerto l’immagine di un Presidente capace di polarizzare l’opinione pubblica statunitense come nessuno dei suoi recenti predecessori era riuscito a fare fino ad ora. L’ultima settimana presenta invece un Trump che, poche ore dopo avere licenziato il Direttore dell’FBI, James Comey, apertamente accusato di non essere in grado di dirigere efficacemente un organo ‘vitale per l’enforcement della legge’ come il Bureau, riceve alla Casa Bianca il Ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov e l’Ambasciatore a Washington, Sergey Kislyak, da varie parti indicato come attivamente coinvolto proprio nel Russiagate. La coincidenza fra i due avvenimenti ha alimentato una ridda di voci; voci alimentate anche dalla notizia che la Commissione intelligence del Senato avrebbe spiccato un mandato di comparizione (‘subpoena’) a carico dell’ex Consigliere per la Sicurezza Nazionale Michael Flynn, dopo il suo rifiuto a collaborare con la commissione stessa riguardo ai contattati intrattenuti prima della nomina con dei funzionari dell’ambasciata russa.

Chiusa la parentesi di ritrovato consenso che aveva accompagnato gli interventi in Siria e in Afghanistan e la prova di forza con la Corea del Nord in seguito ai test nucleari del regime di Pyongyang, il Presidente sembra, quindi, tornato al centro del mirino. Mentre i sondaggi danno il suo indice di popolarità in ulteriore calo, il paragone che ricorre con maggiore frequenza è quello con il Nixon dello scandalo Watergate (1974). La scelta di allontanare Comey dall’FBI sembra, infatti, avere riaggregato intorno a Trump l’ostilità bipartisan di democratici e di parte del Partito repubblicano, ostilità che il ritorno a linee più tradizionali in tema di politica estera da parte dell’amministrazione aveva messo in discussione nelle scorse settimane. Nelle ultime ore, la decisione del Presidente è stata criticata in maniera più o meno esplicita, fra gli altri, dal Presidente della Commissione intelligence del Senato, Richard Burr, da quello Commissione esteri, Bob Crocker, dal Senatore del Nebraska Ben Sasse, che dopo la convention nazionale di Cleveland dello scorso anno era stato il primo a dichiarare la sua intenzione di non appoggiare il tycoon newyorkese nella corsa alla Casa Bianca, oltre che (come prevedibile) dal rivale storico, il Senatore dell’Arizona John McCain.

Anche se Trump ha potuto contare ancora una volta sull’aperto appoggio dello Speaker della Camera dei Rappresentanti, Paul Ryan (che ha rilevato come Comey avesse perso la fiducia tanto di molti democratici quanto di molti repubblicani e come la decisione di rimuoverlo dall’incarico sia stata – nei fatti – la presa d’atto di tale situazione), quindi, la sua posizione sembra essere tornata di nuovo a traballare. Non sono tornate a galla le voci circolate negli scorsi mesi sulla possibile messa in stato d’accusa (impeachement) del Presidente; d’altra parte, l’incontro con Lavrov (che negli intenti della Casa Bianca avrebbe dovuto svolgersi ‘a porte chiuse’) ha comportato un cortocircuto mediatico che l’amministrazione sembra faticare a gestire. Le voci circolate riguardo ad una possibile sostituzione anche del portavoce della Casa Bianca, Sean Spicer, paiono confermare i problemi che Trump e il suo entourage hanno nel presentare all’opinione pubblica una narrazione convincente intorno a un tema (quello delle presunte interferenze russe nelle elezioni dello scorso anno e delle loro possibili ricadute sulle scelte del Presidente) che appare destinato a riaffiorare ciclicamente, soprattutto sullo sfondo di tutte le decisioni davvero importanti prese da Washington.

Proprio questo rischia di essere, in futuro, il maggior punto di debolezza del Presidente. Come hanno attestato anche i colloqui con Lavrov – nonostante l’apertura di un dialogo diretto sia già un notevole passo avanti rispetto agli ultimi anni della presidenza Obama – le posizioni di Stati Uniti e Russia restano lontane su diversi punti, alcuni importanti come il ruolo di Assad e dell’Iran e del suoi ‘satelliti’ nel futuro della Siria. Il rischio è, tuttavia, che ogni apertura di credito reciproca rischi di essere interpretata attraverso la lente distorcente del Russiagate. Al di là dei paragoni (talora impropri) con la vicenda Nixon, è nel ruolo centrale dell’opinione pubblica che risiede la vera somiglianza fra il 1974 e oggi. Come Nixon allora, Trump appare in difficoltà nel mantenere il favore di un elettorato con cui ha, peraltro, dimostrato notevoli capacità di sintonia. Come Nixon allora, Trump deve inoltre affrontare l’ostilità di un Congresso che, pur se non in mano democratica come quello che votò l’impeachment per Tricky Dicky, non ha mai celato le sue riserve nei riguardi del Presidente. Sarà con ogni probabilità su questi campi che si appunterà l’attenzione nelle prossime settimane; settimane nelle quali il Russiagate non smetterà di tenere banco, negli Stati Uniti e fuori.

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