sabato, Luglio 31

Trump alza i toni contro la Siria E’ forse l’inizio di un coinvolgimento che sembra essere stato accuratamente evitato sin dall’inizio della crisi siriana?

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Nelle ultime settimane, la posizione statunitense sulla Siria sembra essersi nuovamente irrigidita. Il presunto attacco con armi chimiche a Douma, domenica scorsa, cui la Casa Bianca si è impegnata a dare una risposta ‘forte’, è solo l’ultimo di una serie di eventi che ha visto Washington prendere posizioni sempre più chiaramente ostili nei confronti del Presidente Bashar al-Assad e del sostegno politico e militare a questi offerto dalla Russia. Dopo mesi d’incertezza, la posizione di Washington pare quindi essere tornata in linea rispetto a quella dei suoi alleati storici, Francia e Gran Bretagna, che da tempo sono attivamente coinvolte nel promuovere un processo di ‘regime change’ a Damasco. Questa largamente inattesa convergenza è affiorata sia a livello bilaterale, sia in ambito ONU. Proprio su Douma, in Consiglio di Sicurezza si è assistito a duri scambi d’accuse fra Stati Uniti e Russia, scambi che hanno messo in luce un’altra volta la fragilità della politica di ‘détente’ evocata da Trump in campagna elettorale e presto accantonata alla luce delle difficoltà contingenti.

E’ forse l’inizio di un coinvolgimento che sembra essere stato accuratamente evitato sin dall’inizio della crisi siriana? Nel corso della campagna elettorale, la (presunta) inerzia dell’amministrazione Obama era stata ampiamente criticata, sia da Trump sia dagli altri candidati repubblicani; l’arrivo del nuovo inquilino alla Casa Bianca non aveva tuttavia portato ad alcun vero cambio di passo. Anche l’attacco alla base aerea di al-Shayrat, ad aprile 2017, in risposta a un altro presunto attacco chimico siriano, non aveva cambiato davvero la posizione ‘di basso profilo’ tenuta sino a quel momento. Come negli anni di Obama, le divisioni interne all’amministrazione svolgono un ruolo nello spiegare questa apparente passività; soprattutto, svolge un ruolo la scelta – dichiarata – del Presidente di ridimensionare la ‘proiezione esterna’ di Washington a favore di una dimensione interna su cui Trump aveva costruito gran parte del suo messaggio. Tuttavia, nei mesi seguenti, l’attenzione della Casa Bianca verso il Medio Oriente pare essere cresciuta in linea con una rinnovata attenzione al rapporto con i tradizionali referenti regionali, al primo posto Israele e Arabia Saudita.

I cambiamenti che hanno toccato la composizione della ‘squadra di governo’ di Trump hanno concorso a rafforzare questo processo; ciò vale in particolare per l’innesto di due figure come Mike Pompeo e John Bolton (rispettivamente al Dipartimento di Stato e al Consiglio per la Sicurezza Nazionale), che in passato hanno legato strettamente il loro nome alla politica statunitense nella regione. In termini generali, la Casa Bianca appare quindi, oggi, più attenta al Medio Oriente di quanto non lo fosse anche solo un anno fa. Ciò non significa, comunque, che le divergenze siano venute meno. Negli scorsi giorni, ad esempio, si è parlato con una certa insistenza dei duri contrasti che dividerebbero il Presidente, favorevole a proseguire nella politica ‘di basso profilo’ in Siria, e i vertici militari, inclini, al contrario, ad accrescere tale profilo anche in termini di presenza sul campo. Vere o meno che siano queste voci, esse sono indicative di come – al di là delle dichiarazioni ufficiali – l’impasse siriano non sia stato ancora superato e di come esso continui ad essere letto in maniera diversa dai soggetti che contribuiscono a definire la politica USA sulla scena internazionale.

Come si può facilmente immaginare, si tratta di una situazione logorante. Anche perché alla definizione di una credibile linea d’azione in Medio Oriente si lega la possibilità –per Washington – di definire la propria posizione in una serie di altri teatri. Non è privo d’interesse il fatto che la recente ‘riscoperta’ della Siria si collochi cronologicamente in prossimità del (riuscito) tentativo di depotenziare la crisi nucleare nordcoreana. Come accaduto ai suoi predecessori, Donald Trump si trova di fronte ai dilemmi provocati da una postura globale che – assunta in passato – gli Stati Uniti oggi faticano sempre più a sostenere. A queste difficoltà si è legata, a suo tempo, la scelta ‘di basso profilo’ fatta da Barack Obama. Oggi, la stessa questione sembra ripresentarsi, con la differenza non da poco che il vuoto di potere prodotto dalla politica di ‘understretching’ perseguita dagli Stati Uniti negli anni passati è stato riempito da nuovi e ambiziosi soggetti, che spaziano dalla Russia, all’Iran, alla Turchia e che non intendono rinunciare troppo facilmente alle rendite di posizione che hanno sinora acquisito.

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