venerdì, Settembre 24

Trump a Betlemme: ripresa dei colloqui di pace lontana

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Alcune fazioni palestinesi in Cisgiordania hanno proclamato un ‘giorno della collera in occasione della visita del Presidente Usa, Donald Trump, che oggi incontra, a Betlemme, il Presidente palestinese Abu Mazen.
Il Presidente americano cercherà di convincere Abu Mazen a ritornare al tavolo con Israele e ricominciare i colloqui di pace, fermi da oltre un anno. Trump avrebbe chiesto al leader di non presentarsi con condizioni, ma di provare ad aprire un dialogo senza dettare le regole. Da parte sua Mazen ha fatto sapere di essere disposto a ritornare al tavolo con Israele.
Nel marzo scorso, incontrando Abu Mazen alla Casa Bianca, il Presidente americano aveva assicurato che trovare una via verso la pace sarebbe stato «qualcosa di non così difficile rispetto a quanto le persone hanno detto negli anni». La Casa Bianca sta cercando di diminuire le aspettative, sostenendo che il processo di pace è ancora lungo e che questo è un primo incontro simbolico. Il segretario di Stato, Rex Tillerson, si è detto aperto a continuare il dialogo nei prossimi anni, se le due parti vorranno farlo.
C’è da chiarire la posizione di Trump su un futuro Stato palestinese e sulla appartenenza di Gerusalemme est: Israele l’ha occupata nel 1967 e da allora la considera parte del suo territorio, visto che è l’area della città in cui si trova il Muro del pianto. Per i palestinesi è, invece, parte centrale della capitale del loro stato. Trump non ha voluto esporsi e non ha detto, o ammesso, che il Muro del pianto si trova in Israele. Questo, forse, per evitare tensioni in vista dell’incontro di oggi.

La tensione era già alta la scorsa settimana, e ieri almeno 100 palestinesi sono rimasti feriti in Cisgiordania in proteste in appoggio allo sciopero della fame di prigionieri palestinesi e contro Israele che hanno paralizzato Gerusalemme Est e città e villaggi dell’area.   Per la prima volta dopo molti anni, tutta la Cisgiordania si è unita allo sciopero generale in solidarietà con i detenuti palestinesi che da 36 giorni hanno intrapreso lo sciopero della fame. Gli esercizi commerciali in tutta la Cisgiordania, compresa Gerusalemme est, hanno abbassato le saracinesche, così come si sono fermati i mezzi pubblici, le scuole e le università. Molti i negozi chiusi anche nelle città arabe in Israele. A tutt’oggi il Governo israeliano si è rifiutato di negoziare con i detenuti, che hanno avanzato istanze relative ai permessi di visita e alle condizioni di detenzione in generale.
Secondo quanto riferito dal ‘Jerusalem Post‘, una organizzazione denominata Forze islamiche nazionali ha diffuso un comunicato firmato anche da altre fazioni, per «inviare un messaggio al Presidente americano: il popolo palestinese insiste sul proprio diritto all’autodeterminazione e all’indipendenza nazionale, con Gerusalemme Est capitale». Gli Usa «sostengono l’occupazione, le intenzioni dell’Amministrazione Trump di tornare a negoziati sponsorizzati dall’America sono inaccettabili e rifiutiamo tale apertura», aggiunge il comunicato. I manifestanti protestano sia per sostenere i prigionieri palestinesi  in sciopero della fame, ma anche per opporsi alla vicinanza e alla forte alleanza degli Stati Uniti con Israele. Allo stesso tempo nella Striscia di Gaza, ieri, centinaia di persone hanno manifestato contro Trump, bruciando immagini del presidente.

La maggior parte degli osservatori hanno più volte criticato l’estremo ottimismo di Trump sulla possibilità di risolvere una situazione che continua da più di 50 anni. In effetti dall’incontro di ieri tra Trump e il Primo Ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, che ha segnato la ripresa degli strettissimi rapporti USA-Israele raffreddati dalla politica dell’Amministrazione Obama, non è arrivato quello che alcuni osservatori consideravano potesse essere l’ennesimo colpo di teatro del Presidente americano, l’annuncio della ripresa del dialogo Israele-Palestina, e che a marzo, appunto, sembrava di sfiorare. Ieri, nel corso del suo incontro con Netanyahu, Trump, anzi, ha detto che arrivare alla pace tra le due parti «è più difficile di quanto avesse pensato».
Ed è quasi impossibile che l’annuncio possa arrivare oggi, al termine dell’incontro tra Trump e Abu Mazen. A parte il clima di ‘rabbia’, il problema principale per Mazen è la protesta dei prigionieri palestinesi proclamata da Marwan Barghouti, figura condannata da Israele per cinque omicidi terroristici e assai popolare tra i palestinesi – coinvolge ormai 1.200 prigionieri palestinesi in sciopero della fame da settimane. Circa 1.000 detenuti palestinesi avevano iniziato a rifiutare il cibo il 17 aprile scorso per chiedere migliori condizioni di prigionia nelle carceri israeliane.

Altro problema che Abu Mazen ha è il nervosismo di Hamas. «Hamas è un movimento di liberazione nazionale che resiste a un’occupazione e difende il suo popolo», ha detto il vice capo dell’ufficio politico del movimento di resistenza islamico, Mousa Abu Marzuq, rispondendo a Trump, che aveva definito Hamas, assieme a Hezbollah, Stato islamico (Is) e al-Qaeda, un’organizzazione terroristica  -in effetti gli Usa hanno inserito Hamas molti anni fa nella lista delle organizzazioni terroristiche. «Gli Stati Uniti sono partner nell’occupazione sionista fornendo denaro e armi perché sia praticato il terrorismo contro il nostro popolo oppresso», ha aggiunto Abu Marzuq, secondo cui è «la cecità politica a rendere innocente chi ha distrutto la Striscia di Gaza, assediandola e ferendo migliaia di persone, mentre Hamas che difende il suo popolo e rifiuta ogni compromesso ai suoi diritti è terrorista».

In ultimo vi è anche la coincidenza storica che sembra non deporre a favore di una annuncio di questo genere. Il prossimo 5 giugno ricorrerà il 50° anniversario della guerra dei 6 giorni, al termine della quale  si ebbe l’annessione, da parte di Israele, delle alture del Golan, della striscia di Gaza e della penisola del Sinai fino al canale di Suez, dei territori che la Giordania aveva ottenuto nel 1948 e la conquista più importante, Gerusalemme, il nodo centrale, sia simbolico che politico, nella lunga storia di sangue tra i Israele e Palestina e dunque nel percorso che dovrebbe portare alla pace.

Il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump potrebbe offrire una soluzione praticabile per il conflitto israelo-palestinese, ha affermato ieri l’ex ambasciatore israeliano alle Nazioni Unite Dore Gold in un’intervista a ‘Fox News’. Trump, ha detto Gold, è una persona dalla «grande visione» che «probabilmente potrebbe condurre verso un Medio Oriente diverso, non il Medio Oriente che abbiamo visto negli ultimi 30 anni». Inoltre Trump, in quanto uomo d’affari, è in grado, ha ricordato Gold, di vedere il potenziale economico della regione. «Esistono grandi possibilità che possono creare infrastrutture per il peacemaking», ha sottolineato il diplomatico. Un potenziale che potrebbe essere esattamente uno -e per niente secondario- degli ostacoli sulla via dell’accordo.

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