giovedì, Ottobre 28

"Troppo dilmismo nell'economia brasiliana"

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Sono stati importanti i tredici anni dell’americano Jeffrey Robert Immelt, 58 anni, a capo della settima maggiore compagnia del pianeta, la General Electric. Aveva assunto questo ruolo da poco più di 4 giorni quando terroristi di Al Qaeda attaccarono le torri gemelle del World Trade Center di New York, l’11 settembre del 2001. La crisi finanziaria ed economica del 2008 costò quasi il braccio finanziario del gruppo, salvato da Washington e da una voluminosa iniezione di aiuti emessi dalla stessa compagnia. Secondo Immelt il Brasile, che è la sua scommessa più recente, è inciampato sulle contraddizioni del dilmismo nell’economia. Ma è sicuro che le cose miglioreranno.

Fondata nel 1878 dall’inventore della lampadina, Thomas Edison, la GE è oggi un’impresa che fatura 150 miliardi di dollari all’anno fabbricando frigoriferi, forni a microonde, locomotive e centrali nucleari. Quando ha visitato il Brasile per la prima volta, nel 2011, ha previsto crescita economica e afflusso di investimenti che però non si sono mai verificati. O almeno non secondo le sue aspettative…

“Il Brasile sta affrontando una serie di sfide difficili e momenti di alta volatilità. Ma continua ad essere un’opportunità. E’ un Paese che ha bisogno di tutto: elettricità, aerei, locomotive, petrolio e infrastrutture. Secondo noi vale la pena aspettare che passi questo momento “di bassa” e restare qui, anche crescendo meno di quanto ci aspettavamo. Se qualcuno dovesse desistere, allora prenderemo il suo posto. Sa perché? Perché è proprio nei momenti critici che si creano le opportunità”.

Preferisce agire nei momenti di crisi?

Non è proprio così. Mi piacerebbe se le cose fossero più semplici, vorrei essere il re del mondo e fare in modo che le cose vadano come voglio io. L’ideale sarebbe che potessi dire ad ogni primo ministro o presidente cosa fare e che loro mi rispondessero sempre: “ Ok Jeff, questa è una grande idea, farò esattamente come mi hai suggerito”. Purtroppo però non funziona così. Per esempio sono convento che l’economia brasiliano potrebbe e dovrebbe crescere almeno il 5% all’anno, ma non sta succedendo.

Che cosa bisogna fare, secondo lei, per stimolare la crescita?

Io darei più chiarezza allo scenario economico. Se le politiche del governo fossero più trasparenti e prevedibili, in Brasile ci sarebbero più investimenti a lungo termine in infrastrutture e questo ovviamente aiuterebbe il paese a produrre e crescere di più. Aiuterebbe molto se gli accordi tra il governo e le imprese fossero più semplici. Guardi il settore dell’energia. C’è bisogno di coerenza nella politica dei sussidi affnchè le imprese e i consumatori sappiano quanto pagheranno per l’elettricità.

Ne ha parlato con il Presidente Roussef?

Si, certo, ne abbiamo parlato 6 mesi fa. Mi ha dato ragione, adesso bisogna fare.

La GE sta dando come priorità la vendita di prodotti per le infrastrutture e l’energia sul mercato domestico e di credito. E’ stata la crisi del 2008 a condizionare questo atteggiamento?

Ho sempre pensato che questa fosse la strada giusta. Petrolio e gas, elettricita, aerei e locomotive sono prodotti con un grande potenziale di crescita, quelli su cui si concentrano le migliori opportunità. Ma la verità, sì, è che la crisi ci ha forzato ad accelerare questa transizione. Ha fatto fatto perdere valore al braccio finanziario della GE. Francamente sono convento che questo tonfo sia stata la cosa migliore che poteva capitare.

Questa crisi vi ha colti di sorpresa?

Siamo rimasti tutti stupiti della sua rapidità. Per fortuna avevamo degli attivi abbastanza solidi nel settore industriale e siamo riusciti a iniettare circa 40 miliardi di dollari per salvare la GE Capitale, il braccio finanziario del gruppo.

Il rischio di investire in Paesi emergenti maggiore rispetto ai mercati più stabili?

Non direi maggiore, ma diverso. Non dimentichiamoci che la crisi finanziaria è scoppiata a Wall Street, non a Rio de Janeiro. Da quel momento ci siamo decisi ad investire in paesi come il Brasile. Perché è proprio nei Paesi emergenti che si trovano le maggiori opportunità. E quindi perché restare comodo e confortevole in Connecticut se lì non c’è nulla da fare? La complessita e la sfida dei mercati emergenti ci da vantaggi competitivi rilevanti rispetto alle imprese più piccole. Abbiamo fiato a sufficienza per superare gli alti e i bassi di questa economia.

 

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