domenica, Ottobre 17

Troppe armi nel Donbass

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Gli organizzatori della parata militare del 9 maggio a Mosca hanno dispiegato truppe e sistemi di arma come ai tempi dell’Unione Sovietica. Da decenni non si vedeva nulla di così imponente. Ancora più imponente è l’impressionante quantitativo di armamenti che ora si trovano concentrati nel Donbass, dove si combatte contro il Governo di Kiev, in nome delle autoproclamate Repubbliche popolari di Lugansk e Donetsk.
Quando tutto iniziò un anno fa i separatisti disponevano di armi paragonabili a quelle in possesso a gruppi paramilitari. Un anno dopo lo scenario è mutato in modo impressionante.
Se guardiamo i numeri (senza tenere conto che nel corso della guerra entrambe le parti hanno distrutto ingenti quantitativi di mezzi degli avversari) comprendiamo che quanto sta accadendo nelle regioni orientali dell’Ucraina ha una dimensione che rischia di sfuggire alla nostra comprensione. Oggi i separatisti armati da Mosca dispongono di 700 carri armati, un numero superiore a quello di cui dispongono complessivamente Francia, Germania e Repubblica Ceca, tre Paesi della Nato. L’enorme concentrazione di sistemi di arma nel Donbas vale anche per altre categorie di armamenti.
Nel corso dell’ultimo anno si sono accumulate una quantità impressionante di evidenze sulla presenza di truppe russe in Ucraina, dai paracadutisti di Pskov agli uomini dei reparti speciali, quali gli Spetsnaz della città di Togliatti (Tol’yatti) e quelli di Tambov, a dispetto delle smentite dei portavoce del Ministero della Difesa e del Cremlino.
Giornalisti indipendenti russi, rischiando la propria incolumità, hanno condotto inchieste e riferito molte storie di giovani soldati russi morti in Ucraina. Il reporter Ruslan Leviev ha rintracciato le tombe di tre soldati. Erano tre amici, molto legati tra loro: Timur Mamayusop (nato il 21 novembre 1993), Ivan Kardapolov (nato il 12 luglio 1992) e Anton Savel’ev (nato il 12 maggio 1994). Sono morti lo stesso giorno, il 5 maggio scorso. Appartenevano alla Sedicesima brigata delle forze speciali alle dipendenze del Direttorato principale dell’intelligence dello Stato maggiore. Insomma, facevano parte delle unità degli Spetsnaz del GRU, l’intelligence militare. La loro unità, la numero 54607, è di stanza a Tambov, una città delle Russia sud-occidentale. La loro base a Lugansk era stata individuata lo scorso dicembre.
Alcuni giorni dopo la morte del figlio, la madre di Timur Mamayusop ha postato in un social network russo la medaglia che aveva ricevuto per la ‘campagna di Crimea’: Timur era uno degliomini verdidi cui Mosca e lo stesso Vladimir Putin negavano la presenza, sostenendo che si trattava di ‘milizie locali’. Qualche giorno dopo l’account dove era stata postata la fotografia è stato chiuso.
Sempre il 5 maggio altri sei uomini degli Spetsnaz del GRU sono stati uccisi in combattimento nei pressi di Volnovakha, nella regione di Lugansk, mentre altri due, feriti, sono stati catturati dalle truppe ucraine.
Le evidenze sul ruolo diretto delle truppe russe nei combattimenti in Ucraina si accumulano sempre più. Il rapporto a cui Boris Nemtsov stava lavorando quando è stato assassinato alla fine di febbraio, sul ponte che attraversa la Moscova nei pressi del Cremlino, con grandi difficoltà è stato pubblicato in russo e ora è disponibile anche in una traduzione inglese. Nei giorni scorsi l’Atlantic Council ha pubblicato ‘Hiding in Plain Sight. Putin’s War in Ukraine’.
Questa pubblicazione è frutto di un vasto lavoro di ricerca incrociando in modo intelligente le nuove fonti accessibili, dalle fotografie ai video postati sui social network (anche dagli stessi militari russi, in contravvenzione degli ordini ricevuti), fino alle immagini dei satelliti commerciali. I risultati sono quello che gli autori chiamano ‘irrefutabili evidenze’ che il conflitto in Ucraina orientale, che ha portato alla distruzione di intere regioni e oltre seimila morti, è «una guerra costruita dal Cremlino -alimentata da equipaggiamenti militari prodotti in Russia, combattuta da soldati russi e sostenuta dal sig. Putin». Aggiunge Damon Wilson, vicepresidente dell’Atlantic Council, presentando la pubblicazione a Washington: «Non c’è nessuna guerra civile. È piuttosto la storia di soldati regolari russi pronti al combattimento da basi improvvisate lungo la frontiera russo-ucraina», … «Non abbiamo un problema ucraino, abbiamo un problema Putin».
Wilson conclude raccomandando che i Governi occidentali contrastino la ‘guerra ibrida’ del Cremlino e formulino una strategia comune per contrastare le ‘azioni aggressive della Russia’. Anche perché, afferma ancora Wilson, questa ‘guerra ibrida’ non si limita all’Ucraina, ma investe altri paesi che un tempo facevano parte dell’Unione Sovietica, con Mosca che confida nelle debolezze degli occidentali e cerca di sfruttare le loro divisioni.
L’accumulo straordinario di carri armati e altri mezzi da combattimento nel Donbass, così come il quotidiano intensificarsi degli scontri, fanno temere una ulteriore offensiva militare, che potrebbe scattare dopo il prossimo vertice dell’Unione Europea, dove si affronterà anche la questione delle sanzioni alla Russia.
La tesi della propaganda di Mosca è che gli armamenti di cui dispongono i separatisti vengono dai magazzini ucraini, ma il rapporto dell’Atlantic Council presenta evidenze di come alcuni di questi sistemi d’arma non sono mai stati in possesso delle forze armate dell’Ucraina, quali ad esempio i carri armati T72B3, i sistemi antiaereo Pantsir-S1 (conosciuti anche come SA-22) e i lanciamissili Grad 2B26. Analisti occidentali valutano che da marzo scorso almeno dodicimila militari russi si trovano nella regione del Donbas e altri 50.000 nelle immediate vicinanze della frontiera.
Per preservare questa menzogna non si deve parlare dei caduti russi. Così è scattata la proibizione per legge. Vladimir Putin ha firmato un decreto con il quale le informazioni sui militari morti in tempo di pace sono coperte dal segreto di Stato.
Nulla si deve sapere sui soldati morti in Ucraina, in una guerra che è già costata a Mosca un miliardo di dollari, che sta sconvolgendo l’ordine globale e pone serie ipoteche sul futuro dell’Europa.

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