giovedì, Agosto 5

Troia tra Oriente e Occidente

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Il sito dell’antica Troia, celebre soprattutto per i poemi di Omero e rinvenuta inizialmente da Heinrich Schliemann, il pioniere di un’archeologia filologica ma condotta con sistemi del tutto empirici che lo condussero ad ipotesi storicamente non del tutto esatte, è stato fin dall’età del Bronzo una zona di particolare interesse per la sua posizione di controllo dei Dardanelli e di confine tra Asia e Europa, limite fra l’Oriente e l’Occidente.

Dopo gli scavi ottocenteschi, le ricerche condotte da studiosi più professionisti hanno riscontrato ben undici livelli della città antica, distribuiti fra il 3000 a.C. (epoca cui si fa risalire la sua fondazione) e l’età bizantina attardata, ovvero il V secolo d.C., quando si registra la sua distruzione per cause sismiche, ma già l’area era in piena decadenza, necropoli e cimiteri avevano invaso le antiche piazze dell’età imperiale romana e varie pestilenze ne avevano decimato la popolazione.

Abbiamo intervistato a tale riguardo C. Brian Rose, Professore di Archeologia all’Università di Pennsylvania, curatore della sezione relativa al Mediterraneo del Penn Museum of Archaeology and Anthropology, nonché Direttore del Gordion Archaeological Project, che ha condotto scavi a Troia per ben 24 anni.

Quando iniziarono gli scavi della città di Troia e si localizzò veramente questa città?

La collina dove sorgeva Troia misura dai 300 m ai 200 m. Comprende attualmente nove livelli o città, che coprono più o meno 4.500 anni, dalle origini nel 3000 a.C. fino al periodo tardo bizantino. Esiste tuttavia un livello più rappresentativo degli altri: si tratta di quello riferibile alla sesta città di Troia, denominato Troia VI, che risale al secondo millennio a.C., ovvero alla tarda età del Bronzo.

Più antico è quello del terzo millennio a. C. (denominato Troia II), che rivela una città cinta da due sistemi di fortificazione enormi, con mura alte 5 m e spesse 4, caratterizzate da porte grandiose e la presenza all’interno di esse del megaron (o palazzo reale) e di case in mattoni crudi con fondamenta di pietra.

Il primo archeologo a intercettare questo livello fu Heinrich Schliemann, che scavando a sinistra di una grande rampa di pietra risalente a quell’epoca, trovò anche un immenso tesoro costituito da oggetti in oro, argento, bronzo e lapislazzuli. La straordinarietà della scoperta fu attestata da fotografie dell’epoca, in cui fu proprio la moglie di Schliemann, una donna greca di nome Sophia, a indossare il diadema e gli orecchini e gli altri monili che Schliemann aveva trovato. Poiché il tesoro fu rinvenuto in uno strato di distruzione seguito ad un incendio, Schliemann pensò sulla base delle fonti antiche di aver scoperto il leggendario ‘tesoro di Priamo’, narrato nell”Iliade‘.

Verso la fine della sua vita, però Schliemann si rese conto che il tesoro trovato era più antico di circa 1.000 anni . In quel periodo non esisteva  più nessun rapporto tra gli abitanti della Grecia e quelli di Troia. Tuttavia, la scoperta del tesoro servì a dimostrare quanto importante Troia fosse stata durante l’età del bronzo. Il lapislazzulo non poteva che essere stato estratto in Afghanistan, e fu usato anche a Ur, nel sud dell’Iraq. Così abbiamo la prova dell’esistenza di una rete commerciale ad ampio raggio che va dall’Afghanistan all’Iraq fino all’Asia Minore nord-occidentale già nel 2400 a.C.

Schliemann fece uscire clandestinamente quel tesoro dall’Impero Ottomano e lo portò a Berlino, dove rimase fino al 1945, e poi venne dopo la guerra fu custodito segretamente nei magazzini del Museo Pushkin. Ora è di nuovo in mostra a Mosca. La Turchia ha chiesto che le venga restituito il tesoro, come ha fatto anche la Germania, ma Mosca intende tenerlo per sé, a quanto pare.

In che consistono oggi gli scavi della città di Troia?

Ho avuto l’opportunità di scavare Troia per  24 anni, specialmente i livelli di epoca greco-romana.

Bisogna sempre pensare alla posizione geografica della città, alla foce dei Dardanelli. Il sovrano o la potenza che controllava Troia, controllava anche l’ingresso al Mar Nero. Molte guerre furono combattute qui, essenzialmente proprio per il fatto che questo luogo era assai strategico.

Quando abbiamo scavato il livello di Troia II, volevamo verificare se esisteva una seconda fortificazione nella zona residenziale a sud della cittadella abitata, ed abbiamo trovato le tracce di un muro di legno, appartenente a una cerchia difensiva: il legno è ora ovviamente sparito,  consumato dal tempo, però si conserva ancora la linea del tracciato su cui esso originariamente si innalzava.

L’insediamento più cospicuo fu Troia VI, che durò per una gran parte del secondo millennio, con mura di fortificazione notevolmente più forti di quelle della prima età del Bronzo, infatti erano alte 10 m e spesse 4. Abbiamo esaminato con successo se anche in questo livello si ripetesse la stessa situazione della tarda età del Bronzo, con doppia cerchia di mura.

Fra la Città Bassa, ovvero la zona residenziale a sud della acropoli e il margine della stessa ci sono circa 400 metri: per il fatto che la zona era molto vasta e per motivi di economia, è stato effettuato il telerilevamento in tutta l’area, soprattutto con la prospezione magnetica, che misura le variazioni del campo magnetico di oggetti sepolti in profondità e permette di vedere le caratteristiche del sottosuolo.

Le diverse anomalie rilevate a sud dell’acropoli hanno indotto a cercare proprio in quell’area, dove difatti abbiamo trovato un altro fossato difensivo scavato nella roccia, di 2 m di altezza per 3 di larghezza, che circondava completamente la zona residenziale della città. In altre parole, il doppio sistema di difesa della città era presente sia nella prima età del Bronzo che in quella più tarda.

Quando abbiamo fatto questa scoperta, i filologi si sono particolarmente eccitati perché un fossato difensivo è nominato due volte nel libro VII dell’’Iliade’. Tuttavia quello descritto da Omero è il fossato che circondava il campo greco, quello del VI secolo d.C., e fossati del genere non erano rari nel Mediterraneo orientale durante la tarda età del Bronzo e del Ferro.

L’insediamento di Troia VI fu gravemente danneggiato intorno al 1300 a.C., probabilmente da un forte terremoto. Le mura della cittadella furono in seguito riparate e molti degli abitanti che avevano fino ad allora vissuto fuori dalle mura si trasferirono al suo interno o lungo il perimetro delle stesse, dando luogo ad un nuovo insediamento (Troia VII). L’interno della cittadella si riempì di case, alcune con pareti in comune, ed enormi recipienti o pithoi furono sepolti nei pavimenti delle abitazioni per consentire ai residenti di resistere più a lungo.

L’insediamento fu poi distrutto da un attacco nemico intorno al 1200 a.C., come dimostrano le tracce di incendio con parecchie punte di frecce. C’erano anche cumuli di pietre da fionda e uno strato di distruzione che raggiunge quasi il m 1,5 di altezza. Tutto ciò non segnò tuttavia la fine di Troia: tratti delle mura e degli edifici furono di nuovo riparati e nuovi coloni provenienti dai Balcani fecero la loro comparsa verso la fine del XII secolo a.C. Dopo un’altra distruzione nell’XI secolo, forse causata da un terremoto, la città non fu ricostruita come in precedenza.

Fu solo nell’VIII secolo a.C. che Troia ricominciò a vivere ancora una volta. Un nuovo santuario con numerosi templi e altari fu costruito accanto al muro di fortificazione della tarda età del Bronzo; al suo interno sono state ritrovate ossa di leone, probabilmente attaccate alle pelli che decoravano le pareti. Poiché i livelli di epoca ellenistica erano ricchi di figurine in terracotta di Cibele, la dea solitamente rappresentata come signora dei leoni e della natura in trono, sembra probabile che essa stessa, o un’analoga dea della fertilità anatolica, fosse al centro del principale culto locale.

A metà del VI secolo, i Persiani assunsero il controllo di tutta l’Asia Minore e nella Troade posero come centro del potere la capitale satrapica di Daskyleion. L’entità e la ricchezza di beni ritrovati nei dintorni è stata recentemente chiarita dagli scavi intrapresi dal Museo di Çanukkale vicino ai siti di Biga e Can, lungo il fiume Granico, a metà strada tra Troia e Daskyleion: qui tre tumuli monumentali scavati durante l’ultimo decennio hanno restituito una serie di sarcofagi in marmo riccamente decorati. La loro datazione varia dalla fine del VI all’inizio del IV secolo a.C., e tutti mostrano uno straordinario mix di iconografia e di stile greco e persiano.

Nel primo tumulo, detto Kizöldün, sono stati trovati due sarcofagi in marmo e resti del carro funebre che avrebbe trasportato il corpo del defunto per la sepoltura. Il sarcofago più antico, risalente al 500 a.C. o poco dopo, è il più antico esemplare lapideo con scene figurate mai trovato in Asia Minore: due di esse sono dedicate ad un episodio mitico della fine della guerra di Troia, ovvero l’uccisione di Polissena, figlia di Priamo, da parte di Neottolemo, figlio di Achille, al cospetto della madre Ecuba impotente, che si accascia a terra per il dolore. Gli altri due lati sono dedicati a una celebrazione officiata principalmente da donne, con la presentazione dei doni, musica, balli, e scene di conversazione. L’inclusione di ballerini e musicisti ricorda un simposio, ma non ci sono scene in cui si beva del vino e l’iconografia è più probabilmente da ricercarsi in rilievi achemenidi, ovvero della Persia, che ritraggono la presentazione dei doni al sovrano. È possibile che il sarcofago fosse stato destinato in origine ad una donna, ma poi venne usato prima del suo completamento definitivo per un uomo appartenente alla stessa famiglia di lei, forse morto all’improvviso, come dimostrano le ossa rinvenute all’interno.

Un altro sarcofago di marmo senza rilievi venne posto intorno al 450 accanto al primo, e conteneva i resti di una bambina di otto o nove anni, morta probabilmente di malaria o di anemia. Il suo ricco corredo, era intatto, con vari oggetti in argento e anche di oreficeria, che a giudicare dal grado di usura, erano cimeli di famiglia passati da una generazione all’altra.

Entrambi i sarcofagi indicano chiaramente sia la ricchezza dei proprietari terrieri anatolici che occupavano questa zona, sia l’incrocio di influenze greche, persiane e anatoliche che ha prodotto un’iconografia senza confronti nell’arte funeraria contemporanea.

Un secondo tumulo, situato a circa sei chilometri dal primo, apparteneva probabilmente alla stessa famiglia. Il suo diametro, di 65 m, lo rende il più grande della Valle del fiume Granico, mentre le ceramiche associate indicano una data di costruzione tra il 480 e il 460 a.C. All’interno della camera di marmo, di 4 metri per lato, vi erano due letti (klinai) in marmo dipinti a colori vivaci, che ricordano tombe coeve in Lidia, e i resti di tavole in legno.

Una tomba circolare con volta nei pressi della città di Can risale al primo quarto del IV secolo, e il sarcofago in marmo dipinto al suo interno conteneva un racconto biografico in due episodi: una scena di caccia al cinghiale e una di guerra, che contrappone un cavaliere a un guerriero greco in un paesaggio boscoso con paralleli iconografici in sigilli di Persepoli e gemme greco-persiane.

Il controllo persiano su Troia si concluse con le campagne di Alessandro Magno, che visitò la città nel 334 a.C. e promise di trasformare il sito in una città il cui aspetto corrispondesse al suo status leggendario, ma morì prima che le sue promesse potessero essere realizzate. Tuttavia, Ilion raggiunse un nuovo livello di preminenza entro la fine del IV secolo grazie al suo ruolo di capitale di un gruppo di città della Troade, che faceva capo al santuario della dea protettrice, Atena Ilias.

La fortuna di Ilion continuò ad aumentare fino al regno di Augusto, che visitò il sito delle rovine nel 20 a.C. La città si riferiva nelle iscrizioni pubbliche ai Giulio-Claudii come ‘parenti’, riconoscendo Enea come loro antenato comune, mentre alcune statue di Augusto, Tiberio, e dei figli di Claudio furono erette nell’Agora, probabilmente in prossimità di troiani leggendari come Priamo, Ettore, e lo stesso Enea.

Una statua di Adriano fu eretta poco dopo la sua visita a Troia nel 124 d. C. e si tramanda che l’imperatore fece restaurare la tomba associata all’eroe omerico Aiace.

La vita cambiò drasticamente durante la seconda metà del V secolo d.C.: l’agorà cominciò ad essere utilizzata come cimitero e ci furono una serie di terremoti devastanti intorno al 500 d.C., che trasformò i corsi d’acqua in paludi, con il conseguente arrivo della malaria e della peste bubbonica.

Tuttavia, la distruzione tardo-romana della città non significò la fine della tradizione di Troia: quando il sultano Maometto II visitò il sito nel 1462, disse che conquistando Costantinopoli aveva finalmente vendicato la sofferenza provata dai suoi parenti, i Troiani, durante la guerra contro i Greci oltre 2500  anni prima.

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Cosa significa scavare attualmente in quel sito?

Significa chiedersi chi fossero le persone che vivevano a Troia nella tarda Età del Bronzo e ricercare altre tracce di scrittura che incrementino quelle rare finora trovate, o i resti di sepolture gentilizie degli abitanti della città. Non abbiamo ancora individuato la necropoli, ovvero il cimitero, e abbiamo un solo esempio di testimonianza scritta, scoperto nel 1995: un sigillo in bronzo con scrittura su entrambi i lati. Vi si legge di un uomo identificato come scriba, e sul dorso del sigillo compare anche il nome di una donna, probabilmente sua moglie. La lingua è il luvio, che fu utilizzato dal regno ittita in Anatolia centrale, e tale scoperta ci ha indotto a esplorare le relazioni politiche tra Troia e gli Ittiti. Anche se abbiamo solo un esempio di scrittura proveniente da Ilion, molte tavolette scritte sono state trovate a Hattusas, che fu la capitale dell’impero ittita, localizzata nei pressi di Ankara.

Una di esse sembra essere una lettera del re degli Ahhiyawa, cioè degli Achei, al re ittita, o viceversa. Ci sono diversi riferimenti a conflitti tra gli Ittiti e gli Achei sulla costa occidentale dell’Asia Minore, varie zone della quale erano reclamate da entrambi i popoli. In un certo senso, si tratta del primo scontro documentato fra Oriente e Occidente. C’è anche un riferimento al conflitto tra gli Ittiti e Wilusa, che sembra essere la parola ittita per Ilion: purtroppo la frammentarietà della tavoletta non ci consente di determinare l’esatta natura del conflitto, ma sembra che Troia fu tra i contendenti in una lotta per il commercio della ceramica tra gli Ittiti e gli Achei nella tarda età del Bronzo. Un’altra tavoletta molto interessante ha riferimenti ad un sovrano di Wilusa di nome Aleksandu, che è la forma ittita per Alexandros, o Paride. E se Wilusa è Ilion, abbiamo un riferimento a Paride, signore di Troia, nel XIII secolo a.C.

Ci sono inoltre prove del fatto che delle donne furono deportate dall’Asia Minore in Grecia nella tarda età del bronzo. Presso il palazzo di Pylos, nel sud-ovest della Grecia, sono state scoperte molte tavolette in argilla scritte in Lineare B; una di esse parla di donne portate a Pilo da Troia e Mileto in Asia Minore per occuparsi di attività legate alla tessitura. Se alcune donne furono deportate da est a ovest, probabilmente ve ne furono anche altre che viaggiarono da ovest ad est, e questa può essere l’origine della storia mitica del rapimento della bella Elena.

 

nove livelli di troia antica

Scava ancora a Troia oppure in un altro sito antico?

Sono direttore del Gordion Archaeological Project e inoltre adesso preparo i soldati americani che si recano in Afghanistan o in Iraq per i conflitti armati a riconoscere le antichità locali e a salvaguardarle per il futuro, per quanto possibile.

I testi antichi che riportano la storia della descrizione della città sono veritiere o frutto dell’immaginazione degli autori antichi?

In parte ricordano sotto il velo del mito eventi accaduti e luoghi della città effettivamente esistiti.

Che cosa ha rappresentato Troia per il mondo antico e cosa rappresenta oggi per noi a distanza di secoli?

Dal momento che Troia si trovava all’incrocio tra Europa e Asia, il sito poteva facilmente essere sfruttato nella forma più vantaggiosa da un punto di vista politico ed economico e per questo è stato sempre conteso e apprezzato, fin dalle epoche più remote. A distanza di soli 5 km da Troia si possono vedere i Dardanelli, il limite tra l’Europa e l’Asia, e si tratta quindi di un territorio di confine, che ha visto conflitti e scambi continui tra Oriente e Occidente.

Come si sono svolti i rapporti con le autorità turche per ottenere e realizzare gli scavi nel sito?

Non è stato facile, ma alla fine tutto si è svolto nella maniera più soddisfacente per gli studiosi.

Cosa significa essere archeologo attualmente?

Approfondire la conoscenza della storia del mondo antico e farla diventare un utile strumento per la nostra esistenza nel mondo di oggi, a tutti i livelli.

Qual è il livello di conoscenza dell’archeologia da parte del grande pubblico?

Non molto ampio, forse anche perché c’è un problema di comunicazione tra gli specialisti e la gente, soprattutto in Italia.

Quanto l’archeologia è importante per fare propria la storia e conoscerla quindi meglio?

È molto importante, a mio parere, perché aiuta a comprendere anche la realtà attuale e ci rende uomini più consapevoli.

 

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