sabato, Aprile 17

Trivelle, le contraddizioni del PD field_506ffbaa4a8d4

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Quarantenne, ingegnere ambientale, Stefano Ciafani è il direttore generale di Legambiente, organizzazione storica appunto dell’ambientalismo italiano. A meno di due settimane dall’appuntamento referendario che darà l’occasione ai cittadini e alle cittadine del nostro Paese di consentire o meno a chi sta trivellando i nostri mari alla ricerca di gas e petrolio di continuare a farlo automaticamente anche dopo la scadenza della concessione, gli abbiamo chiesto di esprimere un parere sull’atteggiamento che il principale partito italiano nonché forza di governo, ovvero il Pd (Partito Democratico), ha assunto nei confronti di questa scadenza.

 

Direttore, che cosa pensa della posizione di ostilità che il partito di Renzi sta tenendo nei riguardi del referendum del 17 aprile?

L’esposizione del Partito democratico rispetto all’astensione al referendum l’abbiamo definita scandalosa per due motivi: in primo luogo un partito che si definisce democratico che invita i cittadini a non andare alle urne è già una contraddizione in termini. In secondo luogo hanno deciso sull’astensione prima che si fossero riuniti gli organismi dirigenti del partito e nello specifico la direzione rinviata dopo i fatti di Bruxelles. Evidentemente il segretario del Pd Renzi insieme ai due vicesegretari Debora Serracchiani e Lorenzo Guerini hanno deciso di assumere questa linea senza coinvolgere nessuno all’interno del partito. Tanto è vero che nel frattempo si sono scatenati i contrasti interni sia nei territori che a livello nazionale.

Che cosa è successo?

Negli ultimi giorni ci sono state le uscite da parte della sinistra e dell’opposizione interna al Pd a Matteo Renzi. Ma ormai si contano anche diverse dichiarazioni da parte di esponenti della maggioranza del partito che dicono che è giusto andare a votare e che voteranno sì. Dal Presidente della Commissione Ambiente Ermete Realacci a quello della Commissione Bicamerale d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti Alessandro Bratti fino al capogruppo del Pd in Commissione Ambiente del Senato Stefano Vaccari. Mi sembra insomma che siano finalmente esplose delle contraddizioni all’interno del partito di fronte ad un atteggiamento a dir poco imbarazzante come quello del non voto. Ho vissuto un déjà vu quando ho letto il comunicato stampa di Guerini e Serracchiani che giustificava la richiesta del Pd di utilizzare gli spazi previsti dalla legge per dichiarare il proprio posizionamento che appunto riguardava l’astensione. E mi sono ricordato quando Bettino Craxi in occasione del referendum sulla preferenza unica disse la stessa cosa, invitando l’elettorato ad andare al mare. Ho visto la stessa immagine.

Insomma anche dentro al Pd su questo tema rischiano il caos…

Hanno ignorato il fatto che il referendum è stato chiesto da dieci regioni, che poi sono diventate nove con la defezione dell’Abruzzo, e sette di queste sono a guida Partito Democratico. E’ dunque veramente evidente che al loro interno c’è una distonia. Quello che a noi interessa è che grazie a questo referendum si faccia informazione. E dobbiamo dire che la posizione che ha assunto il Pd ci ha aiutato molto perché ha suscitato tutta una serie di polemiche sull’omertà mediatica che c’era su questo referendum. A tutto questo si è aggiunta anche l’inchiesta sul traffico illegale di rifiuti in Basilicata che ha coinvolto anche la ministra Federica Guidi che si è dimessa. Tutto questo ha aiutato chi sta sostenendo come noi questa scadenza referendaria. Che, ripeto, non serve tanto per discutere del quesito specifico, ma sul tema delle energie alternative.

Come fu per il referendum sul nucleare…

Certo. Allora, nel 1987, quella consultazione non prevedeva la chiusura delle centrali ma poneva dei quesiti tecnici che riguardavano gli investimenti dell’Enel all’estero, i contributi economici che l’Enel dava ai comuni che ospitavano le centrali. E dopo al risultato di quel referendum si diede giustamente un significato politico, arrivando poi alla chiusura delle centrali nucleari negli anni successivi. Noi ora dobbiamo dare quello stesso significato politico a questo quesito, certamente molto tecnico, che chiede però ai cittadini italiani di esprimersi sulle politiche energetiche in questo Paese. A maggior ragione se consideriamo che il governo a Parigi ha contribuito giustamente nel dicembre scorso a firmare il nuovo accordo internazionale per fermare i cambiamenti climatici. Questo insomma deve essere un referendum sulla coerenza, coerente con quanto è stato deciso in Francia. E gli italiani devono votare per ricordare al governo questo impegno.

Quelle regioni a guida Pd che si sono impegnate nella realizzazione del referendum lo hanno fatto perché la classe politiche che le governa ha una particolare sensibilità ambientalista o perché attente a determinate esigenze locali?

Le motivazioni che hanno spinto le regioni a promuovere il referendum sono diverse e quelle ambientaliste sono solo una parte del tutto. Detto questo loro fino al 17 di aprile devono contribuire alla campagna referendaria sul loro territorio e anche nelle altre undici regioni che non sono promotrici. C’è in questo senso uno scambio di mutuo soccorso tra le varie regioni essendo questa una campagna istituzionale ufficiale da realizzarsi attraverso i comitati referendari sparsi un po’ in tutto il Paese. Dal 18 però, e qui vengo al punto della domanda, devono mettere in campo tutte le possibilità previste dalla legge, in quanto le regioni sull’energia hanno importanti competenze, per promuovere lo sviluppo delle rinnovabili. Devono insomma impegnarsi anche in questa direzione perché altrimenti fanno solo un’azione condivisibile e di ostruzionismo ad un progetto sullo sviluppo delle fossili ma non costruiscono in parallelo l’alternative delle rinnovabili. E, devo dire, tra le regioni in questione non me ne viene in mente una che abbia fatto il lavoro completo sull’alternativa. Dopodiché tra le regioni possiamo registrare delle esperienze positive con dei piani energetici ambientali regionali che promuovono lo sviluppo delle rinnovabili in modo distribuito e integrato sul territorio. Ce ne stanno. Questi piani poi però bisogna metterli in pratica e le regioni devono promuovere lo sviluppo di progetti che vanno in questa direzione e fermarne di altri che vogliono invece continuare ad utilizzare le fossili.

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