domenica, dicembre 16

Trivellazioni petrolifere, ora tocca all’ Alaska Trump porta avanti le sue promesse elettorali ed apre l’Arctic National Wildlife Refuge alle industrie petrolifere

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È stato ribattezzato il Serengeti americano, stiamo parlando dell’Arctic National Wildlife Refuge, una distesa naturale protetta dagli Stati Uniti che si estende per 19,6 milioni di acri nell’angolo nord-orientale dell’Alaska. Da decenni, l’ANWR (Arctic National Wildlife Refuge) si trova al centro di un’aspra lotta tra i repubblicani favorevoli ad un’apertura dell’area all’industria petrolifera, chi vede nell’ANWR un’opportunità per lo studio scientifico, e democratici e gruppi ambientalisti preoccupati che le trivellazioni petrolifere possano provocare rischi di disastri ambientali soprattutto per le numerose specie animali che popolano la zona. Dopo l’approvazione della riforma fiscale del presidente statunitense Donald Trump al Senato, l’Arctic National Wildlife Refuge è stato aperto all’industria petrolifera e i lavori preparatori potrebbero iniziare già nella prima metà del 2018.

Infatti, oltre ai tagli fiscali  e l’abrogazione dell’obbligo per tutti i cittadini di avere un’assicurazione sanitaria, la riforma autorizza ,per la prima volta nella storia, le prospezioni di gas e petrolio in una parte dell’Arctic National Wildlife Refuge. Una politica completamente avversa a quella adottata dal predecessore Barack Obama, che nel gennaio 2015 aveva interrotto ogni tipo di studio geologico per la ricerca di idrocarburi nel territorio protetto dell’ANWR. Questo, infatti, fino ad oggi è rimasto uno dei pochi luoghi al mondo a non aver ancora conosciuto la mano dell’uomo, circondato da una natura selvaggia primordiale caratterizzata dagli abeti a sud, dalla frastagliata Brooks Range e da zone paludose in leggera pendenza che sfociano nel Mare ghiacciato di Beaufort. L’ANWR è il terreno che accoglie durante l’estate circa 200.000 caribù, è la tana invernale di dozzine di orsi polari, ed è il luogo di raccolta di milioni di uccelli che emigrano ogni primavera arrivando da ogni cielo del Nord America.

Il dibattito sulle risorse minerarie di quest’area esiste sin da prima della fondazione dell’Alaska. Un progetto proposto da parte degli Stati Uniti di Fish and Wildlife Service, volto a liberare parte dell’Alaska nord-orientale dalle miniere, è stato accolto dalla Camera nel 1960 ma poi bocciato al Senato, su invito di entrambi i senatori dell’Alaska. È stato poi riproposto dal Presidente Eisenhower attraverso un ordine esecutivo che istituì l’ANWR come una riserva naturale, ma non in un rifugio, che richiederebbe protezione e studio da parte del Governo.

Il cambiamento arrivò con le crisi petrolifere degli anni ’70. Nel 1980, dopo un lungo dibattito all’interno del Congresso, il Presidente Carter firmò l’Alaska National Interest Lands Conservation Act, aumentando così le dimensioni dell’area a 19,4 milioni di acri e trasformandola in un ‘rifugio’. Inoltre, ANILCA (Alaska National Interest Lands Conservation Act) richiedeva che fosse valutata la proporzione di fauna selvatica, le quantità di petrolio e risorse di gas e la probabilità di disastri ambientali nel caso di trivellazioni petrolifere. Tale valutazione venne consegnata al Congresso nel 1987, con tre conclusioni principali. In primo luogo, l’area ‘1002’ di 1,5 milioni di acri, era in possesso di “valori naturali eccezionali”. In secondo luogo, aveva anche grandi risorse di idrocarburi, probabilmente decine di miliardi di barili. In terzo luogo, le trivellazioni petrolifere avrebbero potuto portare cambiamenti nelle abitudini delle specie animali, ma con una protezione adeguata per la fauna selvatica sarebbe stato possibile procedere con le ricerche di idrocarburi.

Resi pubblici, questi risultati hanno scatenato l’opposizione dei gruppi ambientalisti. Tuttavia, i bassi prezzi del petrolio hanno fatto sì che nessuna azienda fosse interessata a trivellare, quindi non è stata intrapresa alcuna azione per il leasing. Nei vent’anni successivi, il Congresso e il Presidente in carica hanno barattato sulle trivellazioni, con i repubblicani che proponevano leggi a favore della trivellazione petrolifera e i democratici che votavano a sfavore o ponevano il veto sulle suddette leggi. La valutazione più recente e completa della quantità di petrolio e gas nell’area ‘1002’ è stata condotta dal US Geological Survey nel 1998. Questo lavoro mostra una stima media di 10,4 miliardi di barili di petrolio e 35 trilioni di metri cubi di gas naturale, che ai prezzi odierni ($ 57 / bbl oil, $ 3 / kcf) equivale a un valore totale di circa 600 miliardi di dollari prima della perforazione. Il valore dopo l’estrazione sarebbe di 100 miliardi, da cui si deve sottrarre una royalty federale del 12,5%, si otterrebbero dunque, 87,5 miliardi di dollari, una somma significativa.

In tutta questa storia c’è anche un altro fattore da tenere in considerazione. Ovvero, che, almeno per ora, le società energetiche non sono state molto interessate all’ANWR. Una recente vendita di leasing in NPR-A, la National Petroleum Reserve in Alaska a ovest dell’ANWR, mostra che su 900 tratti offerti, sono state ricevute solo sette offerte, ovvero lo 0,008 per cento. La bassa percentuale di offerte in quest’area è dovuta principalmente alle condizioni meteorologiche estreme, ai pochi dati dettagliati sulla geologia del sottosuolo, a nessuna scoperta o produzione e nessuna infrastruttura esistente, che fa dell’ANWR una zona alto rischio, tanto più in un contesto di prezzi incerti come quello di oggi. La senatrice Alaskana Lisa Murkowski ha dichiarato : «l’apertura dell’ANWR creerà migliaia di buoni posti di lavoro , manterrà l’energia a prezzi accessibili per le famiglie e le imprese ,ridurrà il deficit federale e rafforzerà la nostra sicurezza nazionale riducendo il petrolio straniero». Contro la Murkowski e contro il piano fiscale di Trump si batte la senatrice democratica Maria Cantwell, leader dei Democratici all’interno del Senate Energy and Natural Resources Committee. Nel 2005 i repubblicani fecero un altro tentativo di aprire le ricerche dell’ANWR, e la Cantwell si battè per bloccare la proposta. Ancora oggi continua a battersi, ed in occasione degli ultimi avvenimenti riguardanti l’ANWR ha dichiarato: «Questo è uno dei più intatti ecosistemi che abbiamo sul pianeta: perché vogliamo che venga trivellato alla ricerca di petrolio e gas?»

La risposta dei democratici trova radici nella politica stessa di Donald Trump e nella sua campagna elettorale fondata sullo sfruttamento delle fonti energetiche non rinnovabili. Dunque, secondo i democratici, Trump ha intenzione di mantenere le sue promesse, vuole invertire la rotta di Obama, e nel caso dell’Alaska ha intenzione di utilizzarne tutti i giacimenti di petrolio presenti e investire nella ricerca di nuove sorgenti. La decisione di Trump ha spiazzato e diviso anche le voci native della regione: gli Inupiat che vivono a Kaktovik, che per il sostentamento dipendono dalla vita di mare, hanno accolto con favore la decisione statunitense, in riferimento ai nuovi posti di lavoro che potrebbero derivare dall’apertura dell’area alle industrie petrolifere, mentre i Gwich’in a sud, che fanno affidamento sui caribù, vedono lo sviluppo come un elemento capace di mettere a repentaglio la loro cultura. Nel frattempo, dal punto di vista ambientale, i cambiamenti climatici continuano a modificare e danneggiare l’Artico, anche se attualmente non si sono verificati sviluppi stravolgenti. A tal proposito, soprattutto gli ambientalisti, continuano a sperare che non avremo mai bisogno del petrolio che si trova sotto il rifugio, ma questa è solo un’ipotesi, l’unica cosa certa è che attualmente Donald Trump sta continuando a portare avanti le sue promesse, giuste o sbagliate che siano.

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