venerdì, Aprile 16

Trent’anni fa la tragedia del Challenger: qual è il futuro?

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In questi giorni si è ricordato da più parti l’incidente che il 28 gennaio 1986 vide la distruzione dello shuttle Challenger e la perdita dei sette astronauti componenti l’equipaggio.

Challenger fu la seconda navetta della Nasa a prendere servizio, dopo Columbia e venne costruito utilizzando lo structural test article, uno strumento che inizialmente viene prodotto per essere usato per la ricerca e la validazione strumentale ma in taluni casi per ragioni economiche può poi essere impiegato in fase operativa. Il viaggio inaugurale di questo shuttle avvenne il 4 aprile 1983 e successivamente fu lanciato per altre otto missioni prima del suo ultimo viaggio.

 

Gli space shuttle

Lo Space Transportation System è stato un sistema di lancio spaziale riutilizzabile sviluppato a partire dagli anni Settanta per dare continuità all’impegno degli Stati Uniti nella ricerca spaziale e può considerarsi, pari per complessità a quanto si è profuso nella missione lunare e non meno gravoso di altri grandi programmi quali il telescopio Hubble lanciato il 24 aprile 1990 come progetto comune di Nasa e Esa a 560 km. di quota per l’osservazione astronomica dall’esterno dall’atmosfera terrestre e Cassini–Huygens, la missione robotica interplanetaria congiunta di America, Europa e l’Agenzia Spaziale Italiana, lanciata il 15 ottobre 1997 con il compito di studiare il sistema di Saturno, i suoi anelli e i suoi satelliti naturali.

Da poco si era completato il ciclo dei viaggi umani verso la Luna compiuti dall’ente spaziale americano. Un successo appena ombreggiato dal fallimento di Apollo 13, che dopo un’attenzione mediatica planetaria, si era lentamente sbiadito nelle missioni seguenti tanto da portare la Nasa a cancellare gli ultimi lanci dopo che Eugene Cernan e Harrison Schmitt avevano calpestato per ultimi il suolo del nostro satellite sbarcando dall’Apollo 17 nel dicembre 1972. I tre moduli non utilizzati furono comunque impegnati per altri esperimenti di non inferiore interesse.

L’intenzione iniziale, al di là di tenere occupati adeguatamente i tecnici e gli scienziati dell’ente di stato e dell’enorme indotto che vi gravitava, era quello di mettere a punto un veicolo spaziale riutilizzabile, per evitare che dopo ogni lancio si dovesse impiegare un nuovo mezzo. L’idea era brillante e per qualcuno appariva addirittura scontato non far uso di lanciatori a perdere, vista una certa standardizzazione delle missioni, specie quelle di orbita bassa, dominio incontrastato di alcune fasce di utenza, prime fra tutte -forse- le risorse del Pentagono. Tuttavia tra il dire e il fare entrarono in gioco le enormi realtà dello spazio, che complicano la vita dei ricercatori e dei costruttori a causa delle diverse composizioni degli ambienti che si attraversano, delle sollecitazioni prodotte dalle potenze impiegate e dalle velocità stratosferiche raggiunte. Inoltre tra le specifiche richieste allo shuttle c’era che le navette dovessero imbarcare equipaggi umani quindi si sarebbe dovuto aumentare di un ordine di grandezza il fattore sicurezza e ridurre adeguatamente le sollecitazioni a bordo per evitare traumi ed inconvenienti. E infine il salto di qualità richiesto era quello di far lavorare gli astronauti senza essere costretti ad indossare la tuta, il che avrebbe aumentato notevolmente i livelli di pressurizzazione richiesti per garantire la sopravvivenza e il benessere degli abitanti il modulo extra-atmosferico. La Nasa sperava di continuare la propria mission attraverso progetti e programmi spaziali con una notevole riduzione della spesa per l’accesso allo spazio cosmico, ma la complessità del progetto, i problemi relativi alla sicurezza e i costi operativi di funzionamento hanno progressivamente disatteso queste aspettative fino alla sua definitiva dismissione nel 2011.

Alla fine la navetta è stata progettata per raggiungere orbite comprese tra i 185 ed i 643 km. (ovvero l’orbita bassa) con una missione dalla durata media di due settimane per poi raggiungere una traiettoria di discesa e fare ritorno sulla Terra in una delle piste approntate per l’uso. Il sistema ha funzionato: 135 lanci fino al 21 luglio 2011, con l’atterraggio al Kennedy Space Center di Atlantis, due gravi incidenti e tante missioni importanti realizzate dai cinque orbiter, tra cui la messa in orbita di satelliti commerciali e la costruzione e l’uso della Stazione Spaziale Internazionale.

Gli Stati Uniti hanno realizzato un progetto unico. L’Urss ha tentato un inseguimento tecnologico e il 15 novembre 1988 dalla base di Bajkonur fu lanciato Buran (Бура́н significa tempesta di neve) per il suo unico volo orbitale, senza equipaggio a bordo, per una missione che durò solo 206 minuti e per quanto il volo si concluse con un perfetto atterraggio automatizzato, il programma sovietico di navicella spaziale riutilizzabile iniziato nel 1976 fu cancellato nel 1992 dopo aver speso oltre 16 miliardi di rubli.

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