giovedì, Maggio 13

Tre storie di "ordinaria" giustizia Vicende surreali, tra malasanità e ottusa burocrazia

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 CARCERE

L’appuntamento è fissato al 2 febbraio 2015. Cosa accadrà quel giorno? Un sopralluogo, nel carcere di Imperia. E’ in corso il processo che vede alla sbarra un immigrato tunisino, Farah Ben Faical Trabelsi, e due operatori della Polizia penitenziaria, l’assistente capo F.S. e l’agente scelto E.L.; il tunisino è colpevole di evasione, i due agenti di omissione colposa. Il sopralluogo nel carcere, si immagina, è stato disposto per raccogliere elementi sul campo che possano aiutare a comprendere quello che è accaduto. Nel corso dell’ultima udienza, qualche giorno fa, viene ascoltato l’ultimo teste, il maresciallo dei carabinieri di Imperia che si occupò delle indagini; racconta che è impossibile stabilire l’ora esatta dell’evasione, perché il computer, la macchina per timbrare i cartellini e le telecamere (quest’ultime anche con uno scarto di venti e quaranta minuti) davano tutti orari diversi. Gli stessi orari vennero rilevati nove giorni dopo l’accaduto, cosicché  non si può escludere che qualcuno abbia potuto manomettere i vari sistemi.  Ma quello che appare incomprensibile è che si sta parlando di un’evasione accaduta il 7 luglio del 2009. Sei anni per disporre un sopralluogo, con tutta la buona volontà, sono difficili da comprendere e giustificare. Piccola vicenda, in una città di provincia…indicativa di come funziona la giustizia e di quali sono i suoi tempi.

Ben più grave il caso di Ioan Lacatus, un rumeno domiciliato a Cosenza. Liquidarlo come l’ennesimo errore giudiziario, è poco. Definirlo l’ennesima dimostrazione delle contraddizioni quotidiane che segnano il corso di una giustizia spesso e volentieri ingiusta, ci avvicina alla realtà. Lacatus, si è fatto cinque mesi di galera per il presunto furto di una banconota da 10 euro. Solo che Lacatus non ha rubato un bel nulla; chiamiamola svista ma per quella svista Lacatus ha trascorso cinque mesi e quattro giorni in carcere preventivo. Per l’ingiusta detenzione ha ottenuto un risarcimento di circa 33mila euro.

Ma vediamo i fatti. Lacatus, viene arrestato il 4 febbraio del 2009 il reato contestato è concorso una rapina. In particolare avrebbe istigato i due figli minori S. L., e A. B. assieme a un altro ragazzo, V. F. S., a “derubare” una persona che successive indagini accertano affetto da problemi “di natura neuro-psichica sin dalla nascita, tant’è vero – scrive Michelangelo Russo, difensore di Lacatus, nell’istanza di riparazione per ingiusta detenzione – che risulta invalido al 100 per cento”.

Il tribunale di Cosenza prima, la corte d’Appello di Catanzaro poi, hanno scagionato Lacatus per “non aver commesso il fatto”. La lunga detenzione patita prima del processo gli poteva benissimo essere risparmiata, racconta l’avvocato Russo: “Che i magistrati, ad eccezione della Procura generale che a suo tempo invocò l’assoluzione, oltre alla difesa, avessero sbagliato a valutare il caso in questione, si cercò di farlo capire attraverso le dichiarazioni di tre testi, L. L., A. D. T., e G. M. T., che furono “ignorate” dal Tribunale del Riesame. L’autorità giudiziaria procedente non ha ritenuto di revocare, o quantomeno sostituire, la misura cautelare in carcere in presenza di elementi prognostici positivi quale il decorso del tempo, la disponibilità di una abitazione, il legame con il territorio italiano e la presenza della famiglia in Italia”. In poche parole, avrebbe potuto affrontare il processo a piede libero.

Altra storia, protagonista-vittima Claudio B, quella che denuncia il Garante dei detenuti del Lazio Angiolo Marroni: “Una vicenda surreale a metà strada fra malasanità ed eccesso di ottusa burocrazia. Ed intanto, secondo i medici, ogni giorno che passa allontana sempre di più la possibilità per Claudio di recuperare il normale uso degli arti. Proprio in queste ore ho inviato un telegramma al Provveditorato dell’amministrazione penitenziaria. Quest’uomo deve essere curato al più presto“.

Il 21 aprile scorso Claudio, detenuto nel carcere romano di Rebibbia, cade in carcere e da quel momento inizia la sua odissea. L’uomo viene subito ricoverato nel reparto protetto dell’ospedale Pertini con una diagnosi di “Plegia arto superiore dx ed arti inferiori bilateralmente associata ad alterazioni del visus e a deficit campo visivo in occhio dx insorte dopo trauma da caduta”.

Al momento della dimissione, i medici raccomandano il trasferimento in una struttura carceraria dove sia possibile eseguire cicli di fisioterapia e il costante monitoraggio neurologico. Il 13 giugno Claudio viene però trasferito al Centro Clinico di Regina Coeli dove è universalmente noto che non viene effettuata la fisioterapia. Il 7 luglio, viste la sue condizioni e le segnalazioni dei medici di Regina Coeli, il Provveditorato Regionale dell’Amministrazione Penitenziaria, dispone l’assegnazione dell’uomo nel carcere di Velletri, trasferimento che avviene solo il 20 settembre, dopo il pressante intervento del Garante.

Arrivato a Velletri, Claudio trova un’altra sorpresa. I medici del carcere decidono di non accettarlo, non ritenendo gestibili le sue problematiche cliniche e l’uomo viene rispedito in ambulanza a Regina Coeli. “La sostanza di questa odissea – dice il Garante – è che a cinque mesi dalla caduta, Claudio non ha ancora beneficiato della fisioterapia con gravi rischi per la sua integrità fisica. Come dimostra questa vicenda, i problemi del carcere non sono legati solo al sovraffollamento. Errori, eccessi di burocrazia, leggerezze e mancanze di comunicazione possono creare danni ancor più gravi“.

Per questa settimana può bastare.

 

 

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