venerdì, dicembre 14

Trattato Inf, Putin smentisce voci su schieramento di missili in America Latina GB, reso pubblico il parere legale raccolto dall'attorney general Cox sull'impatto dell'accordo sulla Brexit

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Nessuna prova dagli Usa sulle presunte violazioni della Russia al trattato Inf sulle forze nucleari a medio raggio. A tornare sull’argomento è il presidente russo Vladimir Putin, secondo cui Mosca si oppone allo smantellamento del trattato ma se Washington lo abbandonerà, allora la Russia sarà costretta a rispondere. Il suo portavoce Dmitri Peskov ha poi precisato che il Cremlino non ha nulla a che fare con l’idea di schierare missili russi in America Latina, in particolare in Venezuela, come suggerito invece in questi giorni da alcuni esperti. L’ultimo in ordine di tempo l’ex capo del principale dipartimento per la cooperazione militare internazionale del ministero della Difesa di Mosca, il generale Leonid Ivashov, che ad Interfax, ha dichiarato che se il trattato Inf dovesse venir meno, la Russia potrebbe dispiegare missili a medio raggio a Cuba o in qualche altro Paese dell’America Latina: «E’ necessario puntare verso il territorio americano non solo con missili intercontinentali, ma anche con missili a raggio intermedio, in primo luogo missili da crociera».

In giornata un messaggio chiaro è arrivato anche dal capo dello Stato Maggiore russo, il generale Valery Gerasimov, secondo cui i Paesi che ospitano i sistemi missilistici statunitensi diventeranno obiettivi militari per la Russia se gli Stati Uniti si ritireranno dal Trattato.

Intanto la Nato, in un comunicato, ha ribadito che «continua ad aspirare ad una relazione costruttiva con la Russia, qualora le sue azioni la rendano possibile. Come appena confermato al summit di Bruxelles noi restiamo aperti al dialogo con la Russia, anche nel Consiglio Nato-Russia». Ma ha anche confermato: «Richiamiamo la Russia a tornare con urgenza ad una piena e verificabile osservanza. Sta ora alla Russia conservare il trattato Inf».

Passiamo alla Francia, dove il portavoce del governo, Benjamin Griveaux, non esclude un eventuale ritorno all’Isf, l’imposta sul patrimonio che il presidente Emmanuel Macron cancellò all’inizio del quinquennato all’Eliseo. Ai microfoni di RTL, Griveaux ha spiegato che questa sarà oggetto di una valutazione a fine 2019.

Andiamo in Gran Bretagna, perché il governo ha reso pubblico il parere legale raccolto dall’attorney general Geoffrey Cox sull’impatto dell’accordo sulla Brexit raggiunto dalla premier Theresa May con l’Ue, parlando di un atto dovuto dopo la sconfitta subita ieri alla Camera dei Comuni sulla mozione presentata dal ministro ombra laburista Keir Starmer che ha sancito come oltraggio al Parlamento il rifiuto iniziale dell’esecutivo di rilasciare la versione integrale del documento. Il documento evidenzia i rischi legati alla permanenza transitoria del Regno Unito nell’unione doganale, garantita dal meccanismo di salvaguardia del backstop per assicurare il mantenimento del confine aperto fra Irlanda e Irlanda del Nord.

«In nessun momento Sua Altezza Reale il Principe Ereditario ha avuto comunicazioni con alcun funzionario saudita per far del male a Jamal Khashoggi, un cittadino saudita. Respingiamo categoricamente ogni accusa che mira a collegare il Principe a questo orribile incidente». A scriverlo su Twitter la portavoce dell’Ambasciata di Riad a Washington, dopo le accuse rivolte ieri a Mohammed bin Salman da alcuni senatori Usa. Nel frattempo da Ginevra l’Alto commissario Onu per i Diritti Umani, Michelle Bachelet, ha ribadito che ci sia bisogno di un’inchiesta internazionale «per accertare ciò che è realmente accaduto e chi sono i responsabili di quel terribile omicidio». Mentre la procura di Istanbul ha emesso mandati di cattura per l’omicidio nei confronti di Saud al Qahtani, stretto consigliere ed ex responsabile della comunicazione sui social del principe ereditario saudita, e del generale Ahmed al Asiri, ex numero 2 dell’intelligence, entrambi rimossi da Riad dopo il delitto.

Chiudiamo sempre con la Turchia, perché a più di 5 anni di distanza, non si fermano le indagini sulle proteste di Gezi Park. Un mandato d’arresto è stato emesso stamani nei confronti dell’attore turco Mehmet Ali Alabora per la sua partecipazione alle proteste contro il governo di Recep Tayyip Erdogan.

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