Trattato di Non Proliferazione nucleare: fine corsa non ammesso Dal 1° al 26 agosto si terrà la conferenza di revisione del Trattato di Non Proliferazione. Ban Ki-moon: l'attuale momento è talmente critico che proprio nella criticità è insita l'opportunità, nella consapevolezza che le condizioni di partenza non sono affatto incoraggianti. Si parte dal fallimento degli ultimi anni

Dal 1° al 26 agosto si terrà la conferenza di revisione del Trattato di Non Proliferazione (NPT).Ad oggi esistono circa 13.000 testate nucleari, e, sebbene tale numero sia diminuito dal picco di circa 70.000 testate nel 1986, per la prima volta dopo decenni, è ripartita la corsa agli armamenti il che significa che è probabile che l’arsenale nucleare aumenti nei prossimi anni, secondo lo Stockholm International Peace Research Institute.

Ieri l’ex Segretario generale delle Nazioni Unite e vicepresidente di The Elders, Ban Ki-moon, è intervenuto dalle colonne di ‘Foreign Policycon un invito alle potenze nucleari a prendere sul serio questa conferenza, consapevoli che «il rischio di devastazione nucleare è più alto che mai dalla fine della Guerra Fredda».

Come la maggior parte degli osservatori, Ban Ki-moon rileva come la pericolosità del momento sia determinata dalla guerra ucraina, non tanto per la guerra in sé, piuttosto «il mondo è più vicino all’uso delle armi nucleari per disperazione, o per incidente o errore di calcolo, che in qualsiasi momento dall’inizio degli anni ’80», per usare le parole di Nina Tannenwald, docente di scienze politiche alla Brown University. Perchè, prosegue Tannenwald, «La guerra Russia-Ucraina serve come un duro promemoria di alcune vecchie verità sulle armi nucleari: ci sono limiti alla protezione fornita dalla deterrenza nucleare. (L’uso di armi convenzionali può darti maggiore protezione.) In una crisi, la deterrenza è vulnerabile, non automatica e auto-applicante. C’è sempre la possibilità che possa fallire».


E’ su questi limiti alla deterrenza che prova mettere rimedio o almeno rafforzarli il Trattato di Non Proliferazione (NPT).

Il Trattato di Non-Proliferazione Nucleare, è stato approvato dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 1968, è entrato in vigore nel 1970. E’ ratificato da 188 Stati membri, in pratica da tutti tranne Israele, India e Pakistan.

Gli Stati parte sono classificati in due categorie: Stati nucleari (Cina, Francia, Regno Unito, Russia, Stati Uniti) e Stati non dotati di armamenti nucleari. In base agli articoli del Trattato, l’impegno è duplice: gli Stati nucleari si impegnano a perseguire un disarmo nucleare generalizzato e totale; gli altri Stati si impegnano a non sviluppare né dotarsi di armi nucleari.

Con le sue 188 ratifiche, l’NPT è il trattato di controllo degli armamenti con la più ampia adesione.
Alla ratifica, nel 1970, furono previste
conferenze di revisione/verifica ogni 5 anni, ed una decisione da prendere dopo 25 anni sul prolungamento del trattato. Nel 1995 fu deciso di rendere il trattato permanente, cioè di prolungarne la durata all’infinito, e di potenziare le conferenze di revisione quinquennali, dando loro il mandato di verificare il rispetto degli obblighi e di rafforzare i meccanismi stessi dell’NPT.

«La conferenza di revisione del TNP, che si svolgerà dal 1° al 26 agosto, dovrebbe essere un’occasione in cui gli Stati nucleari si impegnano in modo decisivo in un’azione radicale per ridurre le scorte e i rischi di guerra nucleare, allentare le tensioni e adempiere pienamente alle proprie responsabilità in base al trattato», scrive Ban Ki-moon. «L’ultima conferenza di revisione del TNP si è svolta nel 2015, quando ero Segretario generale delle Nazioni Unite. Si è conclusa senza alcun risultato concordato. Da allora, i rischi di uno scontro nucleare accidentale o intenzionale sono solo peggiorati, poiché le relazioni P5, in particolare tra Washington e Mosca, si sono logorate».

Questa mancanza di risultati è forse spiegabile in quanto rintracciato da Nina Tannenwald, la politologa, anche autrice di ‘The Nuclear Taboo‘, nel contesto del quale spiega il ‘tabù nucleare’ nella politica globale. «Nei primi decenni dopo la seconda guerra mondiale, molti leader politici e militari statunitensi, e gran parte del pubblico, si aspettavano o temevano che le armi nucleari sarebbero state usate di nuovo. Hiroshima e Nagasaki hanno reso visibili a tutti gli orrori dei bombardamenti atomici. L’idea che la guerra nucleare potesse accadere in qualsiasi momento permeava la società americana», afferma la politologa. «Eventi come la crisi dei missili cubanihanno reso questi timori palpabilmente reali. Per 13 giorni nell’ottobre 1962, il mondo è stato il più vicino possibile alla guerra nucleare. Molte persone all’epoca credevano che il mondo stesse per finire».

La conferenza di agosto sembra cadere nel momento peggiore per dialogare e provare a superare la tentazione all’accumulo di armi di distruzione di massa, lo scontro in atto tra Russia e Stati Uniti attraverso la guerra per procura dell’Ucraina, peggiora quella che l’ex Segretario generale ONU definisce «uno spaventoso fatalismo» che «si è impadronito di ogni tentativo di perseguire il disarmo e la non proliferazione».
Negli ultimi anni in particolare «gli Stati nucleari hanno palesemente mancato di essere all’altezza delle loro responsabilità in materia di disarmo», sostiene Ban Ki-moon. Come il TNP firmato nel 1968 «è stato meticolosamente negoziato in un momento di gravi tensioni internazionali», e ha «resistito per più di mezzo secolo con un sostegno internazionale quasi universale», che comunque «non deve essere dato per scontato», così, in un momento di gravissimo scontro tra potenze nucleari, i Paesi nucleari devono trovare il coraggio di arrivare a risultati concreti e lungimiranti. «Di fronte a una serie di sfide così spaventose, la necessità di nuove idee e di un nuovo impegno è fondamentale. Eppure c’è un contrasto sorprendente tra le basse aspettative e l’oscurità che circonda la Conferenza di revisione del TNP e l’energia che era visibile al primo incontro degli Stati parti del Trattato sulla proibizione delle armi nucleari (TPNW), che cerca di vietare il nucleare militare interamente». «In tempi di tensione tra Stati dotati di armi nucleari, il dialogo, i negoziati e gli accordi per ridurre i pericoli sono ancora più essenziali che in tempi di distensione e di pace», afferma Ban Ki-moon.
Nina Tannenwald sottolinea che proprio durante la crisi dei missili di Cuba «si sono sviluppate norme di moderazione. Un tabù nucleare -un’inibizione normativa contro il primo uso di armi nucleari- è emerso come risultato sia di interessi strategici che di preoccupazioni morali. Un movimento antinucleare di base globale, insieme a Stati non nucleari e alle Nazioni Unite, ha cercato attivamente di stigmatizzare le armi nucleari come armi di distruzione di massa inaccettabili. Dopo lo spavento della crisi missilistica cubana, anche gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica hanno perseguito accordi sul controllo degli armamenti per aiutare a stabilizzarel’equilibrio del terrore‘. Queste norme di restrizione nucleare hanno contribuito a promuovere la tradizione di quasi 77 anni di non uso delle armi nucleari, la caratteristica più importante dell’era nucleare».

Ban Ki-moon è consapevole che questo è possibile, che l’attuale momento è talmente critico che proprio nella criticità è insita l’opportunità, e però è anche altrettanto consapevole delle condizioni di partenza, per nulla incoraggianti.
Il punto di partenza è un fallimento. «Nel trattato dell’era della Guerra Fredda, gli Stati non nucleari si impegnavano a non sviluppare armi nucleari in cambio della promessa di accesso all’uso pacifico delle tecnologie nucleari, mentre cinque Paesi -Cina, Francia, Russia, Regno Unito e Stati Uniti- sono stati riconosciuti come Stati nucleari in cambio del loro impegno a perseguire il disarmo nucleare in buona fede.
Il TNP è accreditato di aver impedito la proliferazione su larga scala di armi nucleari al di là di quei cinque Paesi, che sono anche i cinque membri permanenti (P5) del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. (India, Israele, Pakistan e Corea del Nord sono le eccezioni degne di nota; la Corea del Nord si è ritirata dal TNP nel 2003 e gli altri non lo hanno mai firmato.) Il trattato ha anche contribuito a far rinunciare più Stati alle armi nucleari e ai programmi di sviluppo e a svilupparli», afferma Ban Ki-moon. Eppure, gli Stati nucleari non hanno rispettato i loro impegni in materia di disarmo.
Oggi, «la maggior parte di questi accordi sul controllo degli armamenti è stata strappata e gli Stati dotati di armi nucleari sono nuovamente impegnati in costose corse agli armamenti. Siamo in un periodo di eccesso nucleare piuttosto che di moderazione», dice Tannenwald.

«All’inizio del 2022, c’è stato un raro barlume di speranza quando tutte le Nazioni P5 hanno finalmente riaffermato la massima dell’ex Presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan e dell’ex leader sovietico Mikhail Gorbachev che “una guerra nucleare non può essere vinta e non deve mai essere combattuta”», afferma Ban Ki-moon. «Ma solo poche settimane dopo, le forze russe hanno invaso l’Ucraina e Putin ha lanciato minacce nucleari sottilmente velate contro la NATO, incluso un annuncio a fine febbraio che stava mettendo le forze nucleari russe in ‘allerta speciale‘. Nel frattempo, la Cina, l’unico Paese P5 con una politica di ‘non primo utilizzo’, sembra aumentare il suo arsenale nucleare e l’anno scorso il Regno Unito ha pubblicamente segnalato la sua intenzione di aumentare il limite alle sue testate nucleari».

«Al di là dell’immediata crisi dell’Ucraina e della mancanza di progressi con il disarmo P5, vi è un rischio più ampio di una maggiore proliferazione nucleare se la comunità internazionale non considera più il TNP adatto allo scopo e se altri accordi vengono compromessi. A questo proposito, il ritiro dell’ex Presidente degli Stati Uniti Donald Trump dall’accordo sul nucleare iraniano rimane una decisione geopolitica dannosa. La continua incapacità di tutte le parti di ripristinare l’accordo è un fallimento della diplomazia, con conseguenze in tutto il Medio Oriente e oltre.

Uno dei motivi per cui il momento attuale è così pericoloso è che, a causa di una combinazione di negligenza, incoscienza e arroganza, gran parte dell’architettura del controllo internazionale degli armamenti è stata degradata o abbandonata negli ultimi anni. L’accordo sul nuovo Trattato di riduzione degli armamenti strategici (o START) tra Stati Uniti e Russia scadrà nel febbraio 2026, sollevando la prospettiva che non vi sia alcun accordo importante che limiti gli armamenti nucleari tra le due superpotenze nucleari tradizionali per la prima volta in più di 50 anni.

Questo sarebbe pericoloso in qualsiasi momento, ma lo è particolarmente ora, data l’aggressione militare russa», afferma l’ex Segretario generale. Proprio la tensione drammatica tra USA e Russia dovrebbe convincere i due Paesi al dialogo. «Anche neimomenti più tesi della Guerra Fredda, Mosca e Washington hanno ritenuto importante mantenere aperte le porte al dialogo, una lezione che entrambi i governi dovrebbero tenere oggi».

«Sebbene l’ONU abbia formalmente adottato il TPNW, entrato in vigore lo scorso anno con 66 Stati parti, gli Stati nucleari si sono rifiutati di sostenere il trattato, sostenendo che il TPN, combinato con negoziati diretti tra le potenze nucleari, rappresenta la più realistica, a lungo termine, via del disarmo», prosegue Ban Ki-moon.

«Gli Stati nucleari dovrebbero portare avanti queste argomentazioni rendendo la prima conferenza di revisione del TNP in sette anni un successo. In caso contrario, le loro affermazioni suonano vuote, dal momento che farebbero poco per presentare un’alternativa credibile al TPNW per far avanzare il disarmo e farebbero invece piani per mantenere o aumentare i loro arsenali nucleari per i decenni a venire.

Se gli Stati nucleari vogliono essere presi sul serio, devono rispondere con la stessa energia e lo stesso scopo degli Stati TPNW nel promuovere il controllo degli armamenti e il disarmo. Ciò richiede, come minimo, che gli Stati nucleari si impegnino ad avviare un dialogo duraturo volto a ridurre gli attuali rischi nucleari e ad impegnarsi seriamente nello sviluppo di un quadro più ampio di controllo degli armamenti che possa compiere progressi significativi nell’affrontare la minaccia nucleare esistenziale» .

E per tornare alla conferenza di agosto, «Gli Stati P5 devono farsi avanti alla conferenza di revisione e mostrare al mondo che prendono sul serio la pace e il disarmo. L’alternativa di una corsa agli armamenti in continua escalation potrebbe essere un tradimento dell’intera umanità», conclude l’ex Segretario generale ONU Ban Ki-moon.

Ora e subito, insomma, una revisione del Trattato deve essere possibile. Ora e subito perchè «il rischio che Putin utilizzi un’arma nucleare non è zero, e più a lungo va avanti la guerra, più aumenta il rischio», secondo Nina Tannenwald. La quale, guardando in direzione dell’Ucraina, sottolinea un pericolo: «mentre la guerra si trascina, gli Stati Uniti potrebbero trasformarla in una guerra espansa e quindi più pericolosa». Non è un rischio teorico: «la debole prestazione militare della Russia ha indotto i falchi della difesa a spostare gli obiettivi dal semplice aiuto per prevenire la sconfitta dell’Ucraina alla creazione» di una Russiaindebolita‘, fino, in alcuni casi, a «perseguire la vittoria totale, nonostante il rischio di un’escalation nucleare». «Usare la guerra Russia-Ucraina per riaffermare l’egemonia degli Stati Uniti è un gioco pericoloso», ammonisce Tannenwald. «C’è un soffio di oblio nucleare nell’aria», avvisa Tannenwald.
«Uno dei motivi per cui la Guerra Fredda è rimasta fredda è che i leader statunitensi hanno riconosciuto che affrontare un avversario dotato di armi nucleari impone vincoli all’azione». Da qui il non intervento americano in Ungheria, nel 1956, e in Cecoslovacchia, nel 1968. Oggi «c’è un’intera generazione (o più) di persone per le quali le realtà spaventose della Guerra Fredda e sono materia di libri di storia, piuttosto che esperienza vissuta. Come ha scritto di recente lo storico Daniel Immerwahr, “
Questo è il primo decennio in cui nessun capo di Stato nucleare può ricordare Hiroshima”». E’ un rischio.

«Nel rendere nuovamente vividi i pericoli nucleari, la guerra Russia-Ucraina ci ricorda non solo i benefici, ma anche i rischi e i limiti significativi della deterrenza nucleare. La deterrenza ha probabilmente impedito alla Russia di espandere la guerra a Paesi della NATO come Polonia e Romania. L’arsenale nucleare russo ha impedito alla NATO di intervenire direttamente, ma non è nemmeno riuscita ad aiutare la Russia a conquistare o mantenere un territorio significativo in Ucraina o a costringere Kiev ad arrendersi. Soprattutto, la guerra ci ricorda che il controllo dell’escalation è un gigantesco sconosciuto. Non abbiamo idea di cosa accadrebbe se un’arma nucleare venisse effettivamente utilizzata», afferma Nina Tannenwald.

«La guerra ci ricorda anche che le norme alla fine sono infrangibili. Negli ultimi anni, numerose norme che un tempo ritenevamo solide sono state minate. Le norme della democrazia sono sotto assedio negli Stati Uniti e altrove. A livello internazionale, gli Stati hanno eroso le norme di integrità territoriale, multilateralismo, controllo degli armamenti e diritto umanitario. Il tabù nucleare, sebbene ampiamente condiviso, è più fragile di altri tipi di norme perché un piccolo numero di violazioni probabilmente lo distruggerebbe.
«Alcuni potrebbero obiettare che il tabù e la deterrenza sono solidi perché nessun leader razionale vedrebbe un vantaggio nell’iniziare una guerra nucleare. L’eminente realista delle relazioni internazionali Kenneth Waltz, un sostenitore della deterrenza nucleare, scrisse che le armi nucleari creano “
forti incentivi per usarle in modo responsabile”. Il problema è che, anche se a volte è vero, questo potrebbe non essere sempre vero. Non tutti i leader possono essere razionali o responsabili. Questo punto di vista trascura anche lapossibilità che la guerra nucleare possa iniziare a causa di incidenti, percezioni errate o calcoli errati. Insomma, il tabù nucleare e la deterrenza sono sempre a rischio». Soprattutto considerando che «i leader che sono disposti a impegnarsi in un genocidio, potrebbero non provare molte inibizioni sull’uso di un’arma nucleare».