venerdì, Dicembre 3

Trattato del Quirinale: potenzialmente una buona occasione E' nell'interesse del nostro Paese instaurare una cooperazione più stretta con la Francia sia in termini economici che militari. In particolare sul fronte Africa e su quello UE. Il successo dipenderà dalla capacità dei nostri governi di uscire dal loro tradizionale provincialismo

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Questa settimana, giovedì 25 e venerdì 26 novembre, a Roma, verrà in visita il Presidente francese Emmanuel Macron, per firmare, con Mario Draghi, quello che da anni ormai si chiama ‘Trattato del Quirinale‘, come parallelo del già stipulato Trattato dell’Eliseo, rivisto di recente ad Aquisgrana, tra Francia e Germania.
Sorvolo sulle ire incomprensibili della signora Giorgia Meloni, che tanto urla sempre e sempre meno si capisce perchè, salvo che cerca disperatamente (uso il vocabolo per intendere letteralmente che la sua è una speranza disperata) di accreditarsi come una politica credibilmente aspirante al posto di Capo del Governo. Ma, come è noto, la signora Meloni ha sempre motivo di urlare per l’asservimento dell’Italia a questo o a quello: una volta i migranti, un’altra la Germania, un’altra ancora la Francia e così via. E quindi lasciamo perdere, anche perché, ne riparlo fra un momento, la signora parla di un oggetto misterioso: nessuno, almeno ufficialmente, lo ha letto.
Sorvolo anche sulla scena, che sarà divertente dell’incontro (credo che non potrà mancare, a meno che Draghi non trovi il modo di mandarlo a fare un viaggetto altrove) tra lo stesso Macron e il Ministro Luigi Di Maio, ufficialmente Ministro degli Esteri e avversario subdolo di Giuseppe Conte, che in tempi non lontani, andava in giro per la Francia a parlare dell’Europa come marchetta a Macron, e anche a cercare di trovare alleanze con i gilet gialli, che, a onore del vero, lo presero per matto e la cosa finì lì.

Il Trattato giunge a compimento dopo un lungo e travagliato percorso, spesso interrotto per le varie stravaganze dei nostri governi.
Il testo non è noto. Ciò che è noto sono due cose: 1. Che nel 2020 tra Italia e Francia è stato steso un verbale di intesa, che costituisce la premessa dell’odierno trattato, e quindi si sa a sufficienza di che si tratta; 2. che un trattato analogo è stato definito tempo fa tra la Francia e la Germania, e riveduto e aggiornato nel 2019 ad Aquisgrana.
Quando fu riveduto e aggiornato ad Aquisgrana, molti gridarono al rischio che si stesse creando un asse tra Francia e Germania destinato a controllare l’Europa. A dire il vero, l’asse, se vogliamo chiamarlo così, esiste da sempre, da quando fu costituita la prima Comunità europea, sulla base proprio del fatto che si dovevano superare una volta e per tutte i motivi di conflitto tradizionali, storici tra i due Paesi, conflitti che periodicamente li hanno portati in guerra l’uno contro l’altro.
Scopo di quel trattato è -lo dice esplicitamente il testo dell’accordo- di «approfondire la loro cooperazione in materia di politica europea», alla luce della Carta delle Nazioni Unite. In tale prospettiva -questo è un punto molto importante- i due Stati predispongono forme di cooperazione e di consultazione periodica e strutturata tra i due Parlamenti. Inoltre, in ambito NATO, i due Stati predispongono strumenti di cooperazione militare, un vecchio sogno francese. In merito vorrei solo aggiungere che, a mio parere, sarei molto più sfumato sulla NATO, che in una prospettiva di autonomia politica vera dell’Europa (almeno di quella che conta) sarebbe sostanzialmente una palla al piede.
È soltanto
ovvio che un accordo del genere, non solo predispone, almeno tra quei due Paesi, un legame talmente stretto da poter configurare una cooperazione anche più ampia in una Unione Europea tendenzialmente confederale.

Altrettanto ovvio che l’Italia, terzo grande Paese fondatore della Unione Europea, aveva ed ha tutto l’interesse, anzi, l’urgenza, di fare qualcosa di simile: cioè instaurare una cooperazione più stretta sia in termini economici che militari.
In altre parole,
una cooperazione a tre, magari in breve allargata alla Spagna, potrebbe finalmente costituire una base operativa seria per superare lo stallo attuale in cui si trova l’UE, e fare ripartire il progetto, a lungo termine se si vuole, di creazione di una vera e propria federazione europea. Anche qui, il verbale del 2020 è ampio e definisce il 2022 come l’anno di una riforma istituzionale vera delle istituzioni europee … certo con la situazione dei Paesi dell’est, c’è poco da stare allegri!
Da un punto di vista più immediato, una cooperazione più stretta e costante tra Italia e Francia,
potrebbe se non mettere fine almeno attenuare fortemente la concorrenza (spesso violenta) sulle vicende della Libia, dove gli interessi dei due Paesi sono in evidente contraddizione, tanto che furono la Francia e l’Inghilterra a sostanzialmente costringere l’Italia a partecipare alla folle azione in Libia, per la quale continuiamo a pagarne le conseguenze, molto di più della Francia. Che, a sua volta, ha vita sempre meno facile nelle sue colonie ed ex colonie in Africa, dove spesso si trova in situazioni di conflitto armato, come in Mali.
Il nostro interesse, potrebbe essere proprio una maggiore presenza in Africa grazie al più stretto legame con la Francia. Ma la cosa importante sarebbe, finalmente, una cooperazione vera tra Italia, Francia, Germania e Spagna sulla gestione del Mediterraneo, con riferimento anche ai problemi migratori. Senza farsi illusioni, ma quel trattato sarebbe uno strumento notevole per realizzare una vera collaborazione e, questa volta, la Francia non potrebbe continuare a ‘fare la gnorri’! Tanto più, e non va dimenticato, che le elezioni in Libia, fissate per il 24 Dicembre, non è detto che portino pace, specie se si tiene conto che i concorrenti sono molti e agguerriti, ivi compreso il figlio di Gheddafi, Saif al-Islam. Se, come molti temono, le elezioni creeranno più confusione o addirittura non si terranno, la Libia continuerà ad essere un grosso problema. Ma una cooperazione vera tra Italia e Francia potrebbe indurre a consolidare una presenza in Libia al solo scopo di coordinare la gestione dei migranti e eliminare le brutture delle galere e dello sfruttamento. Non per caso, un intero capitolo del ‘verbale’ è dedicato alle migrazioni.
Ovvio che
molto dipenderà -anzi, dipenderebbe, visto che il trattato ancora non è stato stipulato- dalla capacità dei nostri governi di uscire dal loro tradizionale provincialismo, e probabilmente combattere meglio l’aggressività economica francese, che finora ha prodotto vantaggi solo alle imprese francesi, fino alla sostanziale cancellazione di Fiat, sia pure sotto forma di Fiat Chrysler.
Naturalmente molto, per non dire tutto, dipenderà dal contenuto esatto del trattato, finora ignoto, come dicevo prima, anche se si conoscono taluni degli obiettivi di fondo.

L’Italia, però, ha fatto un passo apparentemente divergente dall’accordo in via di redazione. Mi riferisco al viaggio di Sergio Mattarella in Algeria, Paese che si è ‘liberato’ dai francesi con un guerra durissima, e che, ancora oggi, nutre sentimenti assai poco amichevoli verso la Francia e, invece, un grande legame proprio con l’Italia. L’Algeria, inoltre, ha in atto un duro ‘confronto’ con il Marocco, a proposito della situazione del Movimento di Liberazione del Sahara occidentale. Forse Mattarella avrebbe potuto dire una parola su questo, ma figuriamoci!
L’interpretazione che si dà, da parte di qualcuno, di quel viaggio è che sia stato un modo per sottolineare la volontà italiana di mantenere le mani libere, anche a costo di ‘fare uno sgarbo’ alla Francia poche settimane prima della stipula del trattato.

Infine una osservazione, diciamo così ‘tecnica’. Le proteste della signora Meloni sono del tutto infondate. Quando si negoziano trattati il Parlamento non viene mai tenuto al corrente: è ovvio, direi. La stipulazione degli accordi, a norma di Costituzione, spetta al Governo (del resto è così in tutti i Paesi del mondo) e stipulare vuol dire trattare, negoziare, cambiare testo mille volte. Insomma se se ne rendesse partecipe il Parlamento, non si arriverebbe mai ad un accordo definitivo. Il Parlamento ha tutta la possibilità, successivamente alla sottoscrizione da parte dei capi di Stato o di governo, di valutare il trattato in sede di ratifica. E nulla impedisce al Parlamento sia, cosa molto improbabile, di condizionare il proprio assenso ad una rinegoziazione di parte del trattato, sia semplicemente di non ratificarlo, più precisamente di non autorizzare il Capo dello Stato a ratificarlo.
Certo, se avvenisse, sarebbe un grosso problema. E, proprio per questo, pur ribadendo che la procedura seguita è perfettamente corretta, il Governo ha fatto bene a mettere al corrente il Parlamento, con il verbale di cui ho parlato prima, almeno sulle linee di massima dello stipulando accordo, se non altro per evitare brutte sorprese: non impossibili in questo Parlamento carico di odi, dissapori, giochi e colpi bassi, tutto teso ora alla elezione di un nuovo Capo dello stato, ma specialmente a salvare la pelle ritardando al massimo le elezioni.

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Sull'autore

Giancarlo Guarino, ordinario, fuori ruolo, di diritto internazionale nell’Università degli Studi di Napoli Federico II, è autore di numerose pubblicazioni su diverse tematiche chiave del diritto internazionale contemporaneo (autodeterminazione, terrorismo, diritti umani, ecc.) indagate partendo dal presupposto che l’Ordinamento internazionale sia un sistema normativo complesso e non una mera sovrastruttura di regimi giuridici gli uni scollegati dagli altri.

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