martedì, Gennaio 18

Trattato del Quirinale: nello spazio Francia e Italia insieme, ma senza Europa Il Trattato sembra accentrare alla Francia i suoi interessi con la precisa intenzione di frazionare le partecipazioni e prendere tutto quanto possibile dall’Europa senza per altro offrire niente

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Che bella la coreografia che ci ha regalato la Pattuglia Acrobatica Nazionale e la Patrouille de France quando dai serbatoi degli MB339 e degli Alpha Jet hanno sganciato i fumi dei JetChrome al passaggio sul Colle, mentre il Capo dello Stato Sergio Mattarella, il Premier Mario Draghi e il Presidente francese Emmanuel Macron firmavano il Trattato del Quirinale! Di quest’ultimo se n’è parlato e torniamo sull’argomento perché ci sono dei richiami spaziali su cui ad acque calme facciamo qualche riflessione. Ma è pur vero che oggi parlare a se stante di spazio è fortemente limitativo, dal momento che lo spazio è una piattaforma dove può convergere qualunque disciplina; è stato definito un ‘settore chiave per l’economia’ e ne accettiamo l’assunto.  

Draghi al termine della cerimonia svoltasi a Roma ha detto: «Proprio mentre firmavamo il trattato si è concluso un accordo di cooperazione in tema di spazio tra Italia e Francia, frutto di un negoziato intenso che ha portato a un risultato di successo». E Macron ha aggiunto: «Stamattina suggelliamo un importante accordo in materia di spazio, che va a dare un nuovo impulso a questa industria così importante per le nostre attività civili e militari». Quindi spazio per tutti, il 26 novembre?  

Una prima considerazione è prendere atto della consapevolezza istituzionale di dover normare o almeno dare un po’ di ordine ad un argomento che vede Francia e Italia condividere a livello industriale e di servizi applicativi un settore di punta, tant’è che al Trattato è stato dedicato un intero sottocapitolo. In altre circostanze il tema avrebbe avuto meno visibilità. E veniamo al punto più significativo.  

Se il testo riconosce l’importanza della cooperazione bilaterale nella costruzione dell’Europa, si converge che lo spazio sia un prerequisito per le capacità strategiche sia di Italia che di Francia. Un’affermazione profonda che da sola meritava un bel viaggio nella Capitale, con staff al seguito e parata di jet tricolori. 

A parole piene di magia qualcuno si sarà domandato: ma quanto c’è di concreto in queste frasi manifesto? E se sono queste le intenzioni, visto che già sono in essere importanti alleanze tra i due Paesi da oltre 15 anni, quali ostacoli impongono un ulteriore accordo facendo poi pensare che la manovra rischia di scivolare in un opportunismo di facciata di due potenze europee, per niente uguali, non disposte a giocare la carta dell’alleanza in vista di uno scontro senza precedenti?  

Qualche bontempone definisce i francesi ‘italiani che vorrebbero essere tedeschi’. Non è così, i pesi sono profondamente diversi e al di là delle battute goliardiche sarebbe difficile immaginare un governante francese o un direttore di ente pubblico o un dirigente industriale che accetti di passare in mano all’Agenzia Spaziale Europea la gestione dei fondi del PNRR (quasi due miliardi di euro!) perché incapace di saperseli amministrare in proprio. E per quanto la decisione possa al momento essere slittata a metà mese, il solo fatto che un banchiere a riposo donato alla politica o un manager precoce prestato al governo abbiano potuto accettare una posizione così supina ci lascia a dir poco sgomenti e ci fa dubitare che nelle intenzioni del Trattato del Quirinale ci sia rimasta qualche opportunità anche per l’Italia! Ma soprattutto, ci fa temere che chi compila i testi di questi accordi -e la stesura è durata diversi anni- stia giocando una partita tutta sua, magari anche in vista del cambio di inquilino al colle più alto di Roma.  

Lo spazio, lo ricordiamo fino alla noia, è composto da innumerevoli filiere. Ma prima della ricerca, prima dell’esplorazione e delle telecomunicazioni o dell’osservazione della Terra -per citare i più immediati- va compreso che sono i lanciatori a fare la differenza. Accedere allo spazio è la conditio sine qua non per fare spazio. Altrimenti è dipendenza e subalternità. Quindi la questione di accesso allo spazio appare il più spinoso dei punti smarcati. Orbene se l’intesa, come recepisce Gianni Dragoni su IlSole24Ore, prevede nuovi investimenti dei due Paesi, per rafforzare la competitività degli Ariane 6 sviluppati dall’azienda controllata da Safran nel nord della Francia e da Airbus in Germania e dei Vega C realizzati da Avio a Colleferro, non può sfuggire una pericolosa frizione di interessi e l’urto sulle quote di mercato. Basta un esempio soltanto.  

Il tema caro al commissario europeo Thierry Breton è il posizionamento di Ariane sul mercato emergente delle mega-costellazioni. E in questo business che spazio avrebbero i Vega C? Le risposta è palese, perché le trattative commerciali di Avio sono passate per volontà italiana in mano a Ariane e nella competizione stupirebbe se i giochi fossero bilanciati senza campanilismi. Ma «Italia e Francia -secondo Vittorio Colao– hanno competenze diverse e condividono l’esigenza di essere più efficienti»; è vero, ma hanno anche un peso politico assai diverso e siamo convinti che il ministro con delega allo spazio sia consapevole delle sue affermazioni e che ne comprenda le minacce.  

La restrizione poi si racchiude anche in un’altra constatazione. Il Trattato asserisce che Italia e Francia devono sostenere «Il principio di una preferenza europea attraverso lo sviluppo, l’evoluzione e l’utilizzo coordinato, equilibrato e sostenibile dei lanciatori istituzionali Ariane e Vega». In realtà il rischio che uno squalo possa far man bassa di tutto quanto gli venga a tiro è reale e l’Italia deve essere attenta a non sacrificare tecnologia e posti di lavoro. È un impegno prioritario per ogni organizzazione di governo! Anche quella di un regime tecnocratico e multi partitico come il nostro.  

Da parte nostra poi, bando a queste chiacchiere così poco rassicuranti, ci domandiamo qualitativamente a che punto sia l’Europa nel realizzare un lanciatore che si avvicini ai programmi offerti da Elon Musk e cosa aspetti all’abbattimento dei costi per evitare di essere facocizzata dalle offerte straniere.  

Noi quindi siamo molto perplessi su questo accordo. Nonostante affermi di voler porre le fondamenta per una maggiore competitività, le sue parole mostrano solo l’intenzione di spazzar via la fascia bassa dei lanciatori, cancellando lavoro e sottraendo all’Italia l’ultimo barlume di autonomia perchè all’ottimizzazione industriale non ci sono garanzie di regole e rispetti che la politica commerciale dei due lanciatori può essere in pericoloso conflitto. 

E c’è un’altra cosa che non emerge dalle carte del Trattato che pur essendo del Quirinale le ha siglate il capo dell’esecutivo: gli accordi con gli Stati Uniti passano in secondo piano? Chi è della Farnesina che sta organizzando il futuro strategico delle prossime missioni che vedono l’eccellenza della progettazione italiana nelle missioni lunari?  

Le nostre sono preoccupazioni precise e affondano nella banale osservazione. Lo scorso 19 marzo a Roma il ministro delle Finanze francese Bruno Le Maire, dopo un incontro al Ministero dello Sviluppo Economico, disse: «Con il ministro Giancarlo Giorgetti abbiamo deciso di costituire un gruppo di lavoro italo-francese sui lanciatori spaziali. Sarà un accordo a tre Italia, Francia e Germania. Puntiamo a raggiungere un accordo con la Germania entro luglio». I tedeschi però non c’erano e non ci sono stati nemmeno nel bilaterale raccontato da Draghi. Come si fa a fare un accordo a tre se manca il terzo? Come si può pensare di voler essere parte di un’Europa se poi non si riesce nemmeno a far sedere i tre principali attori allo stesso tavolo? La strategia che appare non è quella dell’insipienza ma di una scarsa furbizia. E ci spieghiamo meglio. 

Il Trattato, in quella che appare una fotocopia edulcorata di quanto stipulato da Parigi e Berlino a Aquisgrana, ci sembra che con questi incontri a due faccia accentrare alla Francia i suoi interessi con la precisa intenzione di frazionare le partecipazioni e prendere tutto quanto possibile dall’Europa senza per altro offrire niente. Il gioco è voluto e non meraviglierebbe una trattativa sotto il tappeto e quindi sfuggente da ogni controllo di democrazia. Non a caso lo stesso documento del 26 novembre è stato secretato fino alla fine! 

Benone. Al di là delle esibizioni cromatiche e della gran pioggia che si è abbattuta su Roma il giorno della firma, continuiamo a domandarci quali siano i rapporti tra Francia e Italia. Carlo Pelanda in una sua recentissima nota su La Verità fa presente che quando il nostro premier ha parlato di «Italia e Francia più vicine», ha sottinteso che in realtà non sono ancora del tutto vicine.  

L’agone politico è vasto e i pareri della politica estera italiana lasciano il tempo che trovano. Ma se si provasse a riequilibrare le percentuali azionarie e la governance di certe joint venture forse le cose andrebbero un po’ meglio per entrambe le nazioni e sarebbe un buon segnale di credibilità per tutti.  

Sul piano pratico le cose sono comprensibilmente più complicate. Difficile chiedere ai principali attori un uso più moderato delle parole e un’applicazione più efficace delle operazioni da compiere, ma un gesto significativo da parte dell’esecutivo per gestire più trasparentemente il settore sarebbe abbattere le pericolose ingerenze di ex amministratori in cerca di fortuna, snellendo alcune situazioni conflittuali e proponendo soluzioni pattizie meno soffocanti per l’una o l’altra regione separata dalle Alpi. In questo ravvediamo un futuro di accordi e di prosperità. Ma al momento vediamo ancora dei varchi sprangati da una insolita rapacità nel voler dominare gli acquisti di industrie strategiche italiane senza però offrire alcuna apertura alla controparte.

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