sabato, Dicembre 4

Trattativa Stato-mafia: pasticcio all'italiana La decisione della Corte d'Assise di Palermo per la trattativa Stato-mafia minaccia di aprire un conflitto costituzionale

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La Corte di Assise di Palermo, che due settimane fa ha espresso la necessità di sentire il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano come testimone al processo sulla trattativa Stato-mafia, ha deciso di respingere la richiesta avanzata dagli imputati Totò Riina, Leoluca Bagarella e Nicola Mancino di assistere all‘udienza che si terrà il 28 ottobre al Quirinale.
A giudizio della Corte, infatti, l’esc
lusione della presenza degli imputati alla deposizione non lederebbe il diritto di difesa: «La pubblicità del giudizio» hanno scritto i giudici di Palermo «non ha valore assoluto, potendo cedere in presenza di particolari ragioni giustificative, nel caso del dibattimento penale collegate a esigenza di tutela di beni a rilevanza costituzionale». Nel caso della deposizione di Napolitano, tali ragioni attengono scaturiscono dalle «speciali prerogative di un organo costituzionale come la Presidenza della Repubblica»; senza contare che la sede in cui si svolgerà l’audizione del Presidente, il Quirinale, gode di una particolare immunità che«esclude l’accesso delle forze dell’ordine con la conseguenza che non sarebbe possibile né ordinare l’accompagnamento con la scorta degli imputati detenuti, né più in generale assicurare l’ordine dell’udienza come avviene nelle aule di giustizia preposte».
L’avvocato Nicoletta Piergentili Piromallo, difensore dell’ex Ministro Mancino, ha opportunamente fatto presente alla Corte che l‘esclusione della presenza di Riina, Bagarella e Mancino lede il diritto di difesa dell’imputato, un diritto sancito dalla Costituzione. Con l’esclusione della presenza degli imputati dall’udienza al Quirinale, i giudici di Palermo hanno in tutta evidenza cercato di mettere una pezza a colore sul conflitto istituzionale che poteva derivare dalla testimonianza di un Presidente della Repubblica  -tutt’ora in carica- a un processo in cui sul banco degli imputati siedono due eminenti rappresentanti della mafia, ovvero dell’anti-Stato per antonomasia.
Come spesso accade, il rimedio potrebbe rivelarsi peggiore del male: lungi dall’essere stato risolto, il co
rtocircuito istituzionale è salito di grado arrivando a mettere in conflitto niente meno che due principi della Carta costituzionale. Viene da chiedersi: ma la testimonianza di Napolitano era davvero essenziale per gli sviluppi del processo? Non era più opportuno cercare di distinguere su un piano formale  -e qui la forma è davvero sostanza-  Giorgio Napolitano dal Presidente della Repubblica, vale a dire il cittadino dall’Istituzione? Accanto all’incapacità del Parlamento di eleggere i due giudici della Consulta e al pasticcio sui membri laici del CSM, l’impasse costituzionale che si profila nell’ambito del processo per la trattativa Stato-mafia è un eloquente e non eludibile segnale della crisi democratica in cui affonda la Repubblica italiana.

Al termine di una seduta punteggiata da siparietti ben poco edificanti (cori, atteggiamenti scomposti, espulsioni,esibizione di monetine, lancio del regolamento di Palazzo Madama contro il Presidente Pietro Grasso) che si è protratta ben oltre la mezzanotte, il Senato ha dato la fiducia al Job Act: 165 sì, 111 no e 2 astensioni. Intercettato dai cronisti davanti a palazzo Chigi, il Premier Matteo Renzi ha espresso soddisfazione per il voto, arrivando a leggere nell’entità dei sì una crescita del livello di consenso per il Governo. Una prospettiva, questa, che appare un po’ ottimistica, soprattutto se letta alla luce dei travagli interni al PD provocati dal Job Act. Dopo la fiducia la provvedimento, Pippo Civati non sembra aver seppellito l’ascia di guerra, visto che ha definito la riforma del lavoro del Governo Renzi ‘una riforma di destra’. Walter Tocci, autorevole esponente della pattuglia civatiana, ieri è arrivato addirittura al punto da presentare le proprie dimissioni da senatore per il profondo dissenso nei confronti delle politiche portate avanti dal Governo. Renzi ha espresso rammarico per la decisione di Tocci «Faro di tutto perché Tocci, che è una persona che stimo molto, continui a fare il senatore». Altri attestati di stima verso il senatore dem sono arrivati da vicesegretario PD Lorenzo Guerini: «Invitiamo davvero Tocci a fare un passo indietro. Il suo ruolo e il contributo al Pd è un elemento importante di cui non ci vogliamo privare». Nel merito del comportamento dei senatori PD Felice Casson, Corradino Mineo e Lucrezia Ricchiuti, che per dissenso verso il provvedimento non hanno preso parte alla votazione in Aula, Guerini ha detto che deciderà l’assemblea dei senatori e anche la direzione del partito.

L‘Aula della Camera ha approvato il DL sugli stadi: 289 sì, 144 no e 2 astenuti, ora la palla passerà al Senato. Dal Lussemburogo, dove è impegnato al Consiglio dei Ministri dell’Interno dell’UE, il Ministro dell’Interno Angelino Alfano ha espresso viva soddisfazione per il voto: «Con l’approvazione del DL Stadi alla Camera l’obiettivo è stato centrato: restituiamo il calcio agli italiani. Fuori i violenti dalle curve. Dentro famiglie e bambini. Da oggi la palla agli appassionati».
Soddisfazione anche dal presidente del CONI Giovanni Malagò: «Non ci sono solo parole, ma anche fatti. Mi sembra che si vada verso una direzione che qualcuno chiama di inasprimento. Fa capire che non si sta scherzando. E mi sembra che le pene sono molto importanti». Tra i provvedimenti presenti nel DL vi sono anche il DASPO di gruppo, il blocco trasferte e l’arresto differito. A riguardo Malagò ha dichiarato: «Speriamo che ci si renda conto che attraverso questo ulteriore giro di vite ormai non c’è più margine per ripetere certi errori del passato. Era stato auspicato e mi sembra che stia procedendo in questo senso». Con occhi scevri da enfasi, aspettiamo di vedere se, a differenza dei precedenti, questo provvedimento riesca finalmente a porre un qualche reale rimedio alla piaga della violenza negli stadi. Sarà davvero la volta buona?

 

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