giovedì, Ottobre 21

Trattativa ‘Stato-Mafia’: nessuno chiederà scusa, anzi … Sdegno ipocrita, sorpresa farisaica. Non potevano non essere assolti

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Lo sapevamo che la vicenda doveva finire così. Sapevamo che avrebbe potuto finire NON così. Ma sapevamo che così, era giusto che finisse. Lo sapevamo perché abbiamo letto le carte processuali, e seguito, grazie alle trasmissioni integrali ‘offerte’ da ‘Radio Radicale’, le udienze dei processi. E’ nei processi, durante il loro svolgimento, che si ha la possibilità di vagliare e ‘pesare’ le argomentazioni della Pubblica Accusa e della Difesa, e ci si può fare un convincimento: se siano sufficienti o no per emettere una sentenza di condanna. Certo: occorre avere pazienza, seguire i lunghi dibattimenti, ascoltare, e avere la capacità e la sensibilità di farlo; e trarne il giusto succo. Se, al contrario, avessimo atteso il servizievole recapito, sempre puntuale, di parte delle carte raccolte dalla Pubblica Accusa; se ci si fosse limitati ad ascoltare e ricopiare ‘in bella’ e acriticamente le accuse lanciate da sedicenti ‘pentiti’, allora sì: come molti oggi avremmo qualche ragione a stupirci, a mostrarci perfino indignati per la sentenza che assolve da una parte Marcello Dell’Utri, e dall’altra gli ufficiali dei carabinieri Mario Mori, Giuseppe De Donno e Antonio Subranni.

  Chi scrive non è né indignato né stupito, per il verdetto emesso, avendo avuto cura di ascoltare e leggere le carte della Pubblica Accusa, ma anche quelle della Difesa; e aver seguito le udienze del processo. E neppure, ormai, si indigna e stupisce dell’ipocrita, farisaico sdegno e stupore di tanti: in trenta e più anni di ‘mestiere’ di cronista, questi sdegni e stupori farlocchi sono diventati ormai la norma: cento e cento casi Tortora ogni mese, ogni anno. Qui, sì: giustizia è ‘sfatta’. E basta con il logoro ritornello della marcia mela e del cesto sano. No: per quanto riguarda la giustizia in Italia e la sua amministrazione, ormai – e da tempo – l’eccezione è la mela sana. Non è questione di buttare il bimbo con l’acqua sporca; è che il bimbo se lo sono mangiato da tempo proprio coloro che dicevano di volerlo lavare.

  Nel caso in questione, attenzione, le parole sono importanti: come in mille altri casi, Dell’Utri viene assolto perché “NON AVER COMMESSO IL FATTO”. Si badi: non c’è errore (“Non volevo, mi è scappato”; “Non sapevo”, ecc.). No: il fatto non ESISTE. Dell’Utri ha patito il calvario che ha patito, per un qualcosa che SEMPLICEMENTE non c’è. Non esiste. In quanto a Mori, De Donno e Subranni: “NON E’ REATO”. Qualsiasi cosa si imputa a loro, NON E’ REATO. “Semplicemente” non dovevano essere processati.

  Ora saremo sommersi da una quantità di commenti e di ‘giustificazioni’, di ‘se’ e di ‘ma’; e immancabile l’invito: leggiamo le motivazioni. Sì, d’accordo: ma sono macigni quei: “NON AVER COMMESSO IL FATTO”; “IL FATTO NON E’ REATO”. Si dica e si scriva ora quello che si vuole: è fuffa. Disgustosa, oscena FUFFA; che è andata avanti per anni, e – statene certi – per anni continuerà, nonostante l’inequivocabile verdetto della Corte d’Assise.

  Si può chiudere con le parole di un eminentegiurista, il Professore Giuseppe Fiandaca, che da tempo sostiene quello che ieri ha stabilito, inascoltato, la sentenza: La cosa peggiore di questa stagione segnata dalla presunta trattativa adesso sfumata nelle assoluzioni di uomini politici e ufficiali dei carabinieri è il tempo perso e il danno di immagine fatto all’Arma, all’intero Paese, visto che un certo storytelling ha superato i confini nazionali diventando verità assoluta pure per chi non conosce nemmeno le carte.

  Fiandaca, docente di diritto penale a Palermo, già componente del Consiglio Superiore della Magistratura, ha avuto come allievi alcuni sostituti procuratori impegnati sin dal primo momento nell’impianto accusatorio. Allievi infedeli, li definisce. Conferma tutti i dubbi esposti già nove anni fa con un primo saggio critico e rilanciati nel 2014 con un libro scritto per Laterza con lo storico Giuseppe Lupo. Sostiene che “era chiaro già all’inizio del processo che mancavano i presupposti giuridici per ipotizzare un concorso nel reato previsto dall’articolo 338 del codice penale per minaccia a un corpo politico. Anche dopo la sentenza di primo grado con una quantità di condanne aveva evidenziato “i punti deboli sia sul versante della ricostruzione del fatto sia su quello dell’impianto giuridico”, non risparmiando critiche all’operato dei Pubblici Ministeri e alla Corte di primo grado: “La contraddittorietà degli esiti processuali dimostra come l’impostazione accusatoria fosse ben lontana dalla regola probatoria dell’oltre ogni ragionevole dubbio”.

  Resta ora l’amarezza per l’ennesima conferma: quella di vivere in un Paese dove la magistratura fa paura.

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