domenica, Maggio 16

Transessualità, un percorso di transizione

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Il cambio di sesso. Da sempre con il termine transessuale viene definita una persona che affronta un percorso di transizione. Secondo il dottor David Cauldwell, che nel 1949 coniò il termine, l’individuo a cui viene diagnosticato il disturbo dell’identità di genere (noto come disforia di genere) viene rimandato alle terapie endocrinologiche e/o chirurgiche per iniziare il percorso di transizione. La persona non viene dunque ‘guarita’- visto che non ci sono sintomi da curare – facendola sentire a proprio agio con il suo sesso di origine, ma semplicemente adeguando il sesso al fine di un miglioramento delle qualità di vita.

Oltre all’aspetto medico, il problema che si pone per queste persone è quello di avere il riconoscimento da parte dello Stato di questa appartenenza. L’attribuzione del sesso all’atto di nascita, si basa sul corredo cromosomico e la conformazione genitale in base a quanto stabilisce il medico. L’identità di genere invece indica il ‘sentimento d’appartenenza’ all’uno o all’altro genere. Per il cambio dei documenti dunque ci si attiene alle norme vigenti. In Italia la legge che regolamenta la riattribuzione del sesso è la Legge 164 del 14 aprile 1982, approvata dopo una mobilitazione del Movimento Italiano Transessuali e dei Radicali. La 164 riconosce alle persone transessuali la loro condizione e identifica il sesso di transizione. «Il tribunale, quando risulta necessario un adeguamento dei caratteri sessuali da realizzare mediante trattamento medico-chirurgico, lo autorizza con sentenza. In tal caso il tribunale, accertata la effettuazione del trattamento autorizzato, dispone la rettificazione in camera di consiglio», si legge nell art. 3. Dunque una rigida interpretazione della legge prevede la necessità dell’intervento chirurgico per adeguare i dati anagrafici. Ma se il medico non ritiene necessaria l’operazione è possibile ottenere ugualmente la modifica. Basti vedere la sentenza 15138/2015, con la quale ora è possibile cambiare i dati anagrafici senza ricorrere alla chirurgia.

Per quanto riguarda il percorso di transizione, ottenuta la certificazione, dopo sei mesi ci si può rivolgere all’endocrinologo per la terapia ormonale e i successivi trattamenti chirurgici-estetici, questi però a carico della persona transessuale. Da questo momento in poi non è più possibile tornare indietro. «Molti però ci ripensano e tornano indietro», dice lo psicologo e collaboratore dell’Istituto di Medicina Legale di Modena Valerio Valentini a Responsabile Civile, «fanno qualche intervento come la ricostruzione del naso ad esempio e poi si fermano». Per questo è importante il sostegno psicologico lungo l’intero cammino, visto che poi la terapia ormonale continuerà per tutta la vita. Il Test di Vita Reale (RLT, Real Life Test) è contemporaneo all’assunzione ormonale e la persona si interfaccia al mondo in conformità al suo sentimento di genere, adeguandosi nell’abbigliamento e comportamento. Dopo due anni, una relazione stilata dai professionisti che hanno seguito la persona viene presentata al Tribunale competente.

Poi ecco il re-inserimento sociale, che comincia già con il Real Life Test, ma si completa con la conclusione dell’iter legale. Questo è forse un aspetto ancora un po’ trascurato da parte dei professionisti che si occupano più concretamente delle fasi precedenti, in quanto con la riassegnazione anagrafica, l’iter si intende ormai concluso. Segue dunque un percorso di ‘follow-up’, la verifica circa l’inserimento sociale e le condizioni psicofisiologiche connesse con gli adeguamenti effettuati. E qui è importante l’apporto del MIT, che offre assistenza per il diritto al lavoro in caso di mobbing e discriminazione. In Italia non esistono norme discriminatorie ma nemmeno a tutela di queste persone, percepite troppo spesso come ‘diverse’.

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