giovedì, Luglio 29

Trafugamenti di beni culturali Paolo Giorgio Ferri spiega i meccanismi del traffico illecito di opere in Italia e all’estero

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beni culturali trafugati

L’Italia è particolarmente esposta a trafugamenti di beni culturali, fungendo anche da crocevia per i traffici illeciti di opere d’arte, libri antichi, documenti e reperti verso l’estero. Negli ultimi anni si sta assistendo alla trasformazione radicale della criminalità in questo specifico settore, distinta principalmente in quattro categorie (ladri, ricettatori, riciclatori e trafficanti) con la formazione di ‘gruppi’ malavitosi, appartenenti a varie organizzazioni complesse ed eterogenee, somiglianti a vere e proprie aziende commerciali, il cui fine ultimo è costituito dal profitto. Tali malviventi agiscono all’interno del gruppo di cui fanno parte, coadiuvati spesso da ‘tecnici’che concluso il loro ‘lavoro’ si allontanano dal luogo del reato, e realizzano il furto o il trafugamento illecito dei beni culturali su commissione, con una continua opera di spoliazione del nostro patrimonio storico-artistico e archeologico dal valore universalmente conosciuto, che viene sottratto indebitamente da un ambiente adatto alla sua conservazione, ma soprattutto dalla fruizione dei cittadini e dalla ricerca degli specialisti.  L’oggetto rubato subisce spesso un fenomeno di ‘ripulitura’, con piccole modifiche alla struttura o smembramento in più parti,ad opera di restauratori di pochi scrupoli, prima della sua reintroduzione sul mercato illecito internazionale o nazionale, al fine di renderne più difficoltosa l’identificazione. Con false certificazioni di legittimità, smerciano la refurtiva (di solito né capolavori né opere note al mercato collezionistico, perché risulterebbe difficile dimostrare in caso di rintraccio la bona fede dell’acquirente, ma beni culturali di media importanza, la cui provenienza appare lecita per poter sfuggire ad un superficiale controllo, e più facilmente vendibili lontano dal luogo dove sono stati prelevati), seguendo l’andamento e le preferenze del mercato di tale settore, ovvero adeguandosi alle richieste del momento.

I beni culturali di valore medio-basso sono venduti generalmente in Italia in negozi di rigattieri o nei molti mercatini dell’antiquariato, mentre quelli di valore medio-alto sono inviati nei più redditizi mercati internazionali, ove è molto più facile la vendita e più difficile la loro identificazione, oppure proposti al mercato attraverso case d’asta, negozi di antiquari, o fatti acquistare, come nel caso dei reperti archeologici, a collezionisti o autorevoli istituzioni museali straniere. Nel caso di esportazione di dipinti di particolare valore, il trafficante ridipinge sopra il supporto originale una raffigurazione moderna, che, una volta raggiunta la destinazione desiderata, sia asportabile con facilità; nel caso degli affreschi, si usa spesso ricoprirli con una patina di gesso per esportarli come pannelli per costruzioni.

I reperti archeologici transitano dall’Italia principalmente attraverso la Svizzera, la Germania e l’Austria, da dove sono smistati in tutto il mondoCon l’utilizzo di Internet, anche all’interno del traffico illecito dei beni culturali, si sta assistendo ad una vera e propria trasformazione delle tradizionali dinamiche commerciali: l’e-commerce, proposto per esempio su eBay, è un mercato che rischia di rimanere fuori dal controllo di tali traffici illeciti perché il gestore di una piattaforma non fa attività di intermediazione, ma fornisce semplicemente uno strumento di incontro tra domanda e offerta in un mercato globale, con soggetti in prevalenza privati, attivi attraverso siti specializzati nella vendita on-line. Il Nucleo Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale Italiano (NCTP) ha intensificato la sua attività contro i traffici illegali di beni culturali, anche mediante il sistematico monitoraggio del web,scoprendo molti canali di scambio di reperti archeologici e di opere contraffatte. Il controllo di tutto il mercato illecito di beni culturali via web è svolto costantemente (già tra il 2009 e il 2010 si parlava di 91.409 beni, di vari tipo e natura, individuati e sequestrati),ma il settore è in continua espansione.

Nel 2010 la Lombardia, una delle aree più sviluppate dal punto di vista economico del nostro Paese, dominava la classifica delle regioni italiane più colpite dal fenomeno dei furti di beni culturali. L’arte è un veicolo importante di investimenti finanziari, favoriti dalle aziende presenti sul territorio e serve anche per riciclare, soprattutto da parte delle mafie, i proventi di altri tipi di traffici (come per esempio quello della droga), attraverso circuiti ristretti di galleristi compiacenti e mercanti-faccendieri. Nel 2010 nel rapporto sui crimini ambientali diramato da Legambiente e dai Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale Italiano in occasione della mostra ‘Storie d’arte e di misfatti’, quantificava i dati relativi all’‘archeomafia’ in Italia (ovvero il traffico illecito relativo ai beni culturali) in 882 furti di opere d’arte, 13.219 oggetti trafugati, 1.220 persone indagate, 45 arresti; ma anche il recupero di 19.043 beni culturali illecitamente sottratti. Attività investigative più recenti hanno permesso di individuare vere e proprie strutture criminali, talvolta anche con terminali esteri, relativamente ai reperti archeologici, oltre a consentire il recupero di 40.770 fra oggetti integri di varia fattura. Per la tutela del paesaggio, anche in collaborazione con l’Arma territoriale ed il Raggruppamento Aeromobili dell’Arma, si sono registrati 820 controlli, così sono stati recuperati e rimpatriati con 35 Commissioni Rogatorie Internazionali 356 reperti archeologici su un totale di 441 beni culturali di provenienza italiana. Sono stati recuperati invece 1.073 beni culturali illeciti appartenenti a paesi esteri ed ora restituiti, attraverso le rispettive ambasciate presenti in Italia, all’Austria, alla Bulgaria; al Libano; alla Norvegia; al Portogallo. Si conferma che l’Italia è spesso luogo di transito a livello internazionale di rotte di destinazione verso l’esterocon articolate catene organizzative e ‘prolifiche’ e modalità che rientrano nel riciclaggio, oppure è scelta come destinazione finale di traffici illeciti di beni culturali.

Gli scavi clandestini sul territorio nazionale risultano in leggera diminuzione, anche se la Sicilia, seguita dalla Campania e poi dal Lazio, rimangono le tre regioni con il maggior numero di accertamenti di trafugamenti di reperti.  Il circuito del saccheggio clandestino è complesso e varia secondo l’area geografica colpita, rappresentando però soltanto la punta dell’iceberg di tale fenomeno, che coinvolge sia singoli scavatori in un’attività episodica, spesso dettata dall’indigenza in zone dove certe condizioni di bisogno fanno trattenere il reperto rinvenuto (senza consegnarlo alla Soprintendenza competente) per monetizzarlo, sia agisce in modo più sistematico, quando viene attuato da gruppi di soggetti che ben conoscono le regole del mercato dell’illecito e i momenti economici più propizi per inserire tali reperti sul mercato, con una vendita organizzata attraverso referenti di zona, che lo fanno in genere pervenire ai trafficanti nazionali ed esteri.

Per contrastare il traffico illecito dei beni culturali sono state stilate: la Convenzione UNESCO del 14 maggio 1954  sulla protezione di tali beni in caso di conflitto armato; quella stipulata a Parigi il 14 novembre 1970, concernente le misure per vietare e impedire ogni illecita importazione, esportazione e trasferimento di proprietà riguardante beni culturali; la Direttiva 93/7/CEE del Consiglio Europeo del 15 marzo 1993, relativa alla Restituzione dei beni culturali usciti illecitamente dal territorio di uno stato membro; la Convenzione UNIDROIT del 24 giugno 1995 riguardante restituzione e ritorno di beni culturali rubati, esportati illecitamente o proventi di scavi clandestini; quella UNESCO del 2001, concernente la protezione del patrimonio subacqueo.

L’Italia ha stipulato inoltre relazioni internazionali e accordi bilaterali, al fine di prevenire e impedire ogni illecita importazione, esportazione e trasferimento di beni culturali e facilitare il recupero delle opere d’arte trafugate, oppure esportate illecitamente, attuati con le normative vigenti in Cina, negli Stati Uniti d’America (dove vige anche il ‘Cultural Property Implementation Act’ (CPIA), con il rinnovo del ‘Memorandum of Understanding, MOU,concernente l’imposizione di restrizioni all’importazione di categorie di materiali archeologici appartenenti ai periodi preclassico, classico e della Roma imperiale. Vi è anche la possibilità, da parte dell’Autorità Giudiziaria, di emettere un mandato di ‘arresto a livello europeo’, secondo la Decisione Quadro del Consiglio d’Europa. Grande importanza è rivestita dal S.I.S. (Sistema Informativo Schengen), in quanto la segnalazione di ricerca di un catturando in ambito europeo da parte di uno stato membro, costituisce titolo esecutivo per l’arresto del ricercato all’interno di un altro stato membro (art.11).

La restituzione dei beni culturali illecitamente trafugati è al centro di molte delle Raccomandazioni formulate dallo United Nations Economic and Social Council, che ha più volte invitato gli stati membri a stipulare accordi internazionali volti a migliorare e a semplificare le procedure riguardanti la restituzione in giusta proprietà dei beni culturali trafugati. Analoghi sforzi sono stati compiuti dall’UNESCO attraverso l’ ‘Intergovernmental Committee for Promoting the Return of Cultural Property to its Countries of Origin or its Restitution in Case of Illicit Appropriation.                                                                                                                                    Per le indagini contro il traffico illecito di beni culturali, risulta in generale di notevole importanza la ‘Banca Dati dei beni culturali illecitamente sottratti’, mediante la consultazione dell’avanzato strumento di analisi operativa denominato ‘Analyst’, integrato da quello del Sistema d’Indagine (SDI), nell’utilizzo dei sistemi informatici di ausilio alle ‘indagini classiche’.

Abbiamo intervistato Paolo Giorgio Ferri, magistrato, già pubblico ministero italiano presso la Procura della Repubblica di Roma, già nominato da Sandro Bondi, allora Ministro del MiBACT quale esperto di traffici illeciti di beni culturali e relativi recuperi e dei rapporti internazionali e attualmente consulente ‘Legal Advisor’ presso l’ICCROM di Roma.

Quale lavoro svolgeva come ‘esperto per i rapporti internazionali e i recuperi di opere d’arte’ per il MiBACT in Italia su incarico dell’allora ministro Sandro Bondi?

Facevo parte di un comitato, che purtroppo adesso non opera più, per il recupero di opere che sono attualmente nei musei di tutto il mondo e di altri reperti archeologici, servendomi di procedure giuridiche che conoscevo perfettamente. Fornivo inoltre i miei pareri legali per quanto riguarda gli aspetti penalistici e facevo parte di una commissione per la riforma penale del Codice dei Beni Culturali. Sempre su incarico dell’allora Ministro dei Beni Culturali ho partecipato a Vienna alla redazione di Guidelines alla Convenzione delle Nazioni Unite contro la criminalità organizzata transnazionale, firmata in Palermo del 2000 e a una serie di attività giuridiche.

Qual è stata la sua prima investigazione sul traffico illegale di beni culturali e che oggetti riguardava?

La prima indagine fu nel 1994 e riguardava una statua rubata a Villa Torlonia che non riuscimmo subito a recuperare, ma dopo venne comunque restituita perché riuscimmo a trovare quale società l’aveva acquistata e che era in collegamento diretto con la società che gliel’aveva venduta.

Quali sono i paesi più colpiti dagli scavi clandestini e quale posto occupa l’Italia nella graduatoria?

L’Italia ha un grosso vantaggio: un Comando dei Carabinieri e quindi una polizia specializzata che dal 1969 opera sul territorio e la Procura di Roma, di Milano, di Torino e di altri uffici con magistrati addetti a questo fenomeno illecito. Questo significa poter coordinare meglio le indagini, effettuare indagini all’estero con maggiore agevolezza, rivolgersi ad istituzioni straniere ed internazionali per recuperare i beni illeciti e contrastare il relativo traffico che spesso si avvale di una criminalità organizzata, operante in ambito internazionale e su tali mercati, perché un bene archeologico sottratto in Italia quasi mai viene rivenduto in quello stesso paese, ma nel 99% dei casi viene trafugato all’estero. Questo tipo di criminalità va contrastata a livello internazionale e l’Italia sta meglio di certi altri paesi che si stanno attrezzando solo ora. Tutti i paesi del bacino del Mediterraneo sono veramente afflitti da questa piaga degli scavi clandestini ed il loro patrimonio culturale risulta oggetto di attenzione di noti collezionisti, di musei e delle gallerie in tutto il mondo. Più è alta e qualificata la domanda e più l’offerta viene innalzata. Se si pensa che la stessa Venere di Morgantina è stata pagata nel 1986 diciotto milioni di dollari, per quella somma i tombaroli scaverebbero perfino la tomba della madre! L’Italia non è forse al primo posto nella graduatoria dei paesi devastati dagli scavi clandestini, ma di certo non è neanche all’ultimo perché il nostro Paese ha un patrimonio archeologico notevole, interessante e con valori molto elevati, anche in campo economico.

Durante i conflitti armati è vero che i trafugamenti di reperti dagli scavi clandestini aumentano per il minore controllo delle aree dove sono stati rinvenuti i reperti?

Non soltanto aumentano per questa ragione, ma perché il reperto archeologico stesso diventa merce di scambio per i commercianti di armi. In genere la criminalità organizzata, strutturata intorno ai beni culturali, non ha collegamenti con altre delinquenze organizzate perché tale malavita è molto specifica e settoriale. Viceversa, in territori dove c’è in atto una guerra, oppure ove vi è una forte infiltrazione mafiosa si può avere un controllo da parte di altre organizzazioni sul traffico illecito di beni culturali: così le stesse celle terroristiche possono incentivare il traffico di reperti per l’acquisto di armi utili per il conflitto.

Le mafie quindi quanta parte hanno nei traffici illegali di beni culturali?

Io ho sentito vari pentiti di mafia anche per tentare di recuperare beni culturali, che purtroppo non si è riusciti a riavere, e mi ricordo ancora le parole di uno di questi che, in siciliano, mi disse che dal territorio dell’area controllata dalla sua cosca neanche un cane con un osso in bocca usciva. Esiste evidentemente un controllo molto capillare da parte della mafia di tali luoghi perché il traffico illecito di beni culturali comporta grandi vantaggi economici e questo rende molto forte il controllo di tale mercato da parte dei mafiosi. La criminalità che è interessata al traffico illecito di beni culturali è in genere un tipo di criminalità indipendente, molto particolare, di nicchia e che consegue molti profitti (basti pensare agli enormi guadagni economici di tali delinquenti). Il criminale che traffica in beni culturali deve essere un intenditore, deve avere legami ben qualificati per non incorrere nell’acquisto di false opere d’arte, per sapere quali sono le azioni di riciclaggio da compiere sul bene e deve conoscere le strutture alle quali rivendere il bene culturale trafugato. Chi si occupa di tali traffici deve perciò conoscere il bene culturale, il suo valore economico, la possibilità di commercializzarlo ed essere introdotto con referenzialità ben qualificate in ambienti elitari della società perché un bene culturale va venduto, per esempio a curatori di musei e a ricchi collezionisti che sono destinati ad acquistarlo e quindi tali strutture e personaggi vanno conosciuti dal trafficante stesso.

Esiste una vera e propria rete di traffico illegale di beni culturali e da chi o da quali organizzazioni è gestita in genere?

Esiste senz’altro una rete per il traffico di beni culturali. Il bene culturale rubato in Italia viene inviato all’estero e quello rubato all’estero viene commercializzato anche in Italia. Il nostro Paese funge da transito per molti beni culturali che provengono dal Sud America, o ad esempio monete antiche che provengono dalla Bulgaria. A Verona c’era e c’è un fiorente mercato numismatico, nel quale sono state sequestrate diverse  monete di illecita provenienza. È tempo di creare una rete internazionale di collegamenti tra le polizie e tra le procure, vale a dire soggetti che si coordinino tra di loro per combattere questo fenomeno che vede il coinvolgimento di diverse nazioni, siano esse paesi di origine, di transito e di mercato del bene culturale  come gli Stati Uniti d’America, l’Australia, il Giappone, gli Emirati Arabi ecc.. Occorre soprattutto un collegamento internazionale e una cooperazione di tipo preventivo perché occorre evitare che vi sia un acquirente in bona fede, che crea grossissimi problemi al recupero del bene stesso.

Ci spiega cosa vuol dire che l’acquisizione di traffici illegali di beni culturali sono spesso attuati in bona fede da musei o da altri enti privati?

C’è una bella espressione inglese “Turn a blind eye”, ossia chiudere un occhio su un comportamento che sappiamo essere sbagliato o non lecito e così facendo tutto diventa lecito. Si dovrebbero aprire meglio gli occhi e si dovrebbero accertare certe incongruenze quando esse si manifestano. Ad oggi i musei acquistano difficilmente ad occhi chiusi, come facevano fino al Duemila quando acquisivano beni culturali qualche volta veramente ad occhi chiusi, o meglio facendo finta di tenerli aperti pur se in realtà essi erano chiusi.

Esiste una legislazione internazionale univoca per tutti i Paesi contro il traffico illecito di beni culturali e come si agisce in caso di lite tra diversi paesi riguardo un bene culturale uscito illecitamente e recuperato?

In questo campo non esiste una legislazione internazionale univoca, ed anche quando esistono dei principi internazionali, ogni paese rende esecutive le convenzioni UNESCO all’interno del proprio ordinamento. Queste convenzioni non sono self executing ma vengono adottate con una legislazione interna di recepimento. Molti paesi non hanno aderito  alla Convenzione UNESCO per ragioni di convenienza, piuttosto che per ragioni realmente sentite e molte volte la legislazione di accompagnamento in tali paesi è molto deficitaria, come per esempio per il Giappone, la Svizzera o la stessa America. Questi paesi hanno infatti posto delle riserve assai importanti e pesanti alla Convenzione UNESCO. Agire in sede civile sulla base della legislazione di attuazione della normativa internazionale di tutela risulta molte volte dispendioso, attesi i costi proibitivi delle cause civili (per esempio in Inghilterra, un avvocato costa 600 sterline l’ora e l’onorario viene chiesto anche se si fa una semplice telefonata). Perciò viene sempre più intrapresa la strada del penale perché ottenibile a costo quasi zero e con una procedura fatta davanti al giudice del paese d’origine in una dimensione se vogliamo più ‘domestica’ rispetto al processo che viene fatto all’estero, i cui tempi sono notevoli e per il quale sono previsti diversi orientamenti giuridici. Molti paesi preferiscono abbandonare l’azione di rivendica del bene perché costa loro di più che trovarne un altro di uguale, o di maggiore valore culturale, ad esempio con una campagna di scavi; oppure lo acquistano. Ma queste prassi finiscono per legittimare ciò che è frutto di un atto illecito. In genere, si agisce penalmente e con la condanna del soggetto che ha compiuto l’illecito si richiede la confisca del bene che viene azionata nel paese estero con exequatur (omologazione) del provvedimento di confisca. In America sovente il procuratore non procede penalmente ma con processi di confisca a contenuto civile che risultano spesso ‘vittoriosi’ in quanto il soggetto rinuncia al bene piuttosto che vedersi sottoposto a un’azione che lo vedrebbe esposto ad un controllo di tutti i suoi affari. Questa operazione ha dei vantaggi perché consente il recupero più agevole del bene, ma svantaggi perché senza un intervento penale il delinquente continuerà ad agire in tal senso. La restituzione per lui diviene un costo insito nel suo traffico.

Cosa ne pensa dei beni culturali con diritto di comproprietà o con progetti di ricerca d’indagine per scoprire il bene culturale uscito illecitamente comuni a più Paesi?

È un’azione giusta come tutto quello che porta alla circolazione del bene tramite prestiti internazionali. L’Italia ha pagato questi 40 anni di saccheggio un po’ perché i suoi beni culturali hanno un alto valore culturale ed economico, ma anche per una miopia legata alla scarsa propensione verso i prestiti. Ci sono situazione che possono che essere risolte soltanto con comproprietà del bene stesso, come per i beni all’estero da molti anni e quindi il modello di comproprietà non è da trascurare. Si pensi per esempio al Partenone. Non penso che lo stato inglese o quello greco raggiungeranno mai un accordo in tal senso; ma ciò forse consentirebbe una soddisfacente soluzione per il Partenone e ciò rappresenterebbe un vero dono alla nostra umanità. Nel redigere le Draft Operational Guidelines avevo chiesto la shared property del bene culturale, ossia la proprietà condivisa del bene quando non era possibile attribuirla a un paese o all’altro, come succede a volte per quelli dell’area mediterranea nei quali può esservi mancanza di certezza in ordineallo stato d’origine di tale bene (per esempio Grecia, Italia, Albania) perché la stessa cultura greco-romana era in passato diffusa in più parti di questo bacino. Nelle azioni di recupero che sono state avanzate negli anni Novanta fino al Duemila nei confronti dei musei americani: sovente è stata negata la restituzione poiché mancava la certezza in ordine alla provenienza del bene. Sono importanti queste comproprietà, come anche le ricerche e gli scavi congiunti perché servono ad ampliare la conoscenza del bene culturale e del suo valore scientifico e soprattutto perché ciò che serve ad attenuare la gelosia degli stati. C’era chi aveva proposto addirittura per beni troppo contestati l’attribuzione in proprietà dell’UNESCO, in maniera tale che sarebbero poi maggiormente fruibili. Ogni bene culturale è patrimonio infatti non solo della nazione che lo detiene, ma dell’umanità in generale, specie se di importanza fondamentale per la cultura e fonte di una testimonianza di civiltà.

Quali rapporti internazionali regolano il recupero dei traffici illeciti e degli scavi clandestini e la cooperazione internazionale tra gli stati?

I rimedi possono essere di ordine civilistico ed in genere vanno attivati dove si trova il bene. L’Italia ad esempio, ha attivato tale rimedio per la Fiale d’oro poi restituita. Oppure si può aprire un processo penale nel paese di origine dove arrivati alla fine di tale processo si agirà con la confisca. A volte quest’ultima operazione non è necessaria perché il processo penale che è forte deterrente; e si assiste alla pronta restituzione del bene. Ciò perché il processo penale sovente viene a toccare soggetti che appartengono ad una elite sociale (i cosiddetti white-collar crimes) che non vuole essere diffamata pubblicamente da tale processo.

Quanto si riesce ad oggi a recuperare beni culturali usciti illegalmente? Ci descrive qualche esempio di recupero in Italia?

Riguardo questo tema la sensibilità è aumentata. Per le vertenze che riguardano i beni culturali bisognerebbe tendenzialmente applicare la legislazione del paese di origine, cosa che il giudice ormai cerca di attuare, come per esempio è accaduto nel caso Schultz in America, od in quello Barakat in Inghilterra. E questo è molto importante. L’Italia ha recuperato migliaia di opere illecite, ma il recupero non è importante in sé, quanto bloccare la domanda di tale traffico da parte degli acquirenti stessi. I più simbolici e importanti recuperi di beni culturali illeciti sono stati il vaso di Eufronio, la Venere di Morgantina, la Fiale d’oro, la maschera di avorio recuperata a Londra, la Triade capitolina. Essi rappresentano un momento di gioia quando il bene viene recuperato, una sorta di ‘caccia al tesoro’, ma è pur vero che tale recupero non restituirà la pagina del libro di storia da cui è stata strappata, perché molte volte di tali oggetti non è possibile ricostruire il contesto di origine. A tale riguardo una legislazione che consentisse la ricontestualizzazione del bene, ove possibile, tramite la collaborazione del delinquente, che potrebbe vedere alleviata o ridotta la sua pena se indicasse il contesto di provenienza del reperto o del bene culturale, sarebbe molto importante in modo da dare modo agli esperti di fare rilevazioni e analisi scientifiche sul luogo da dove proviene il reperto illecito.

Lei ha scritto vari articoli dedicati al traffico dei beni illeciti. In base alla sua esperienza quali politiche e quali azioni sarebbero auspicabili per combattere tale problematica?

Sarebbe auspicabile per combattere tale problema mantenere la politica dei prestiti internazionali di beni culturali (che rende vicini e congiunti i popoli raggiungendo in tale condivisione anche altri obiettivi) sulla quale l’Italia si sta orientando di più rispetto alle politiche passate. Importanti sono pure le ricerche congiunte; ed ovviamente è necessario aumentare i controlli sul territorio scoprendo siti mai conosciuti, vedendo quali sono maggiormente presi di mira dalla delinquenza di settore. È necessario poi rivedere la normativa in materia di traffici illeciti di beni culturali, prevedendo sanzioni più severe da applicare con maggior rigore: si può facilmente constatare che ad oggi ben poca gente è detenuta in carcere per crimini contro i beni archeologici e culturali. Tale situazione è dovuta anche da parte della magistratura che tende a scusare con falso buonismo e favorire pene leggere verso il fenomeno dei traffici illegali, secondo loro causati spesso da motivazione più sociale (spesso legata alla sopravvivenza del delinquente stesso) che prettamente criminale. Ma ciò non ha nessun fondamento reale perché tali traffici fruttano un guadagno ingente, anche se poi poco va al tombarolo o al ladro. Infatti, il bene si rivaluta all’estero quasi mille volte rispetto al prezzo pagato al delinquente che opera sul territorio di provenienza. Questi traffici invero non sono considerati delitti di sangue, ma comportano comunque un danno all’umanità molto forte in quanto l’artista crea guardando al passato e se questo passato viene distrutto non ci saranno più artisti.

 

 

 

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