domenica, Maggio 9

Tradizione o illegalità? Le pratiche culturali che abusano ragazze e bambini L’Afghanistan e il Kirghizistan portano avanti pratiche socialmente accettate dove ragazzi costretti a vestirsi da donne vengono abusati e donne sotto i 18 anni sono rapite per strade per essere forzate a sposarsi

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La pratica, conosciuta come ‘ala kachuu’ che significa ‘prendere e correre via’, vede un potenziale marito rapire una donna, precedentemente individuata, per strada e portarla a casa dove la famiglia del ragazzo cercherà di convincerla a sposarlo consegnandole una lettera di consenso da portare ai genitori. Secondo lo United Nations Population Fund, in molti casi l’uomo stuprerebbe la futura sposa per impedirle di ritornare dalla sua famiglia a causa del grosso disonore.

In uno studio condotto dalla Duke University si legge come, dopo essere stata rapite, queste donne non siano più considerate vergini, rendendo perciò difficile per la donna abbandonare la cerimonia e rifiutare di sposarsi. Inoltre, la loro eventuale resistenza potrebbe essere percepita come testardaggine e belligeranza, facendole divenire meno attraenti di fronte ad altri potenziali corteggiatori. La maggior parte delle ragazze rapite ha inoltre meno di 18 anni, facendo così crescere il numero di matrimoni in età che impediscono alle ragazze di completare il loro percorso educativo, ostacolando l’emancipazione femminile.

Anche i bambini nati da tali matrimoni sembrano soffrire di alcune mancanze. Secondo lo studio lo stress psicologico causato dal matrimonio forzato porterebbe a nascite di bambini che pesano in media dai 90 ai 180 grammi in meno di quelli nati da matrimoni combinati. Tuttavia, nonostante l’illegalità di tale pratica è raro che i perpetratori vengano incriminati. Il CEDAW, Comitato per l’Eliminazione della Discriminazione contro le Donne, ha affermato in un’intervista al ‘The Guardian’ come: «il rapimento di spose sia socialmente legittimato e avvolto da una cultura di silenzio e impunità, e  i casi delle spose rapite rimangono largamente non denunciati, perché considerati una questione privata che deve rimanere in famiglia».

Nel 2011 il suicidio di due ventenni, Venera Kasymalieva and Nurzat Kalykova, che si erano tolte la vita dopo essere state rapite e obbligate a sposarsi, aveva mobilitato l’opinione pubblica nazionale portando a manifestazioni in tutto il Paese guidate da ONG femminili. Kalykova dopo essere stata rapita, era stata riportata a casa dai genitori che non avevano acconsentito al matrimonio. Ma a seguito di costanti pressioni da parenti, i genitori acconsentirono alle nozze, riporta Radio Free Europe/Radio Liberty’. Quattro mesi più tardi Kalykova si tolse la vita. Nonostante le conseguenze l’allora marito e rapitore, Ulan, non vide niente di sbagliato nel suo approccio al matrimonio. «Conoscevo Nurzat da tre anni, eravamo amici. Volevo sposarla, ma lei continuava a rimandare. Forse non era pronta», queste le parole con cui Ulan aveva commentato l’episodio in un’intervista a ‘RFE/RL’.

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