sabato, Settembre 18

Tradizione e modernità della Befana Origine, miti e riti regionali di una figura che dal mondo pagano passa a quello cristiano

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La stessa leggenda cristiana dei Re Magi che portano i doni a Gesù e che non riuscendo a trovare la strada, chiesero informazioni ad una anziana signora che non li volle accompagnare per non uscire di casa, ma poi pentita della sua azione dopo aver preparato un cesto di leccornie si mise a cercarli senza trovarli, fermandosi di casa in casa e facendo doni nella speranza di giungere dove era Gesù, ha dato vita alla storia della Befana. Da allora si dice che la vecchia girerebbe il mondo facendo regali a tutti i bambini per farsi perdonare la sua mancanza d’attenzione.

Il nome Befana era già diffuso anche nel dialetto popolare del XIV secolo, specialmente in Toscana e Lazio Meridionale, e fu utilizzato per la prima volta nel 1535 da Francesco Berni nelle sue ‘Rime’ e poi da Angelo Firenzuola in uno scritto del 1541.

Nel Cinquecento le Befane sono ormai diventate figure stregonesche che spaventano i bambini, mentre nel Seicento si riducono a due, una cattiva e una buona.

Le preoccupazioni in merito all’aspetto connesso alla magia e alle possibili connessioni demoniache di tali figure, si ritrovano espresse nei vari trattati contro la demonologia, ma anche attraverso veri e propri ‘processi alle streghe’ che culminano spesso nei roghi delle stesse durati per ben due secoli, in interventi della Chiesa contro intellettuali e proibizioni generali verso tutte le discipline occulte espresse in maniera esemplare dal Papa Sisto V nel 1586 con la ‘Costituzione contro coloro che esercitano l’arte dell’astrologia giudiciaria e qualunque altra sorta di divinazioni, sortilegi, stringarie, incanti’ e la condanna di tutti coloro che combinavano questi riti con quelli cristiani.

Più tardi la Befana si sviluppa nel Nord Europa legandosi a figure di antichi culti pagani della Germania, come Holda o Berchta o Frigga. Altri studiosi vedono la Befana in rapporto stretto con Santa Lucia, Santa della luce, quindi manifestazione di luce e dell’illuminazione, venerata in particolare nell’Europa settentrionale, connessa ad altre tradizioni stregonesche di origine scandinava che contribuiscono a modellare questo inconsueto personaggio.

In Italia esso mantiene comunque una forte dualità: quale vecchia bisbetica che porta i regali, ma anche il carbone, e figura pagana presente in qualche variante nordica. L’origine ‘agricola’ della Befana è del resto testimoniata anche dai suoi doni più caratteristici, che sono per lo più noci e arance; lo stesso carbone come dono ‘negativo’ fa pensare a una tradizione certamente rurale, propria di certe zone interne dell’Italia. La stessa calza presentata per ricevere doni, allude all’indumento proprio dei contadini, usato per affrontare i lavori e i viaggi durante i rigori dell’inverno.

Si deve aspettare il XVIII secolo per giungere al trattato dell’erudito fiorentino, Domenico Maria Manni, intitolato ‘L’Istorica notizia delle origini e del significato delle Befane’.

Il termine ‘Pefana’ resiste nel linguaggio popolare come, per esempio, nel paese di Montignoso, in provincia di Massa-Carrara, nella vicina area di La Spezia, nonché in Garfagnana e Versilia, con tradizioni non in linea con le consuete celebrazioni dell’Epifania. Più recenti innumerevoli e largamente diffuse sono le rappresentazioni della Befana, sotto forma di un figurante che si cala dal campanile della piazza di un Paese, come a Gubbio, oppure di vecchiettine travestite per distribuire dolci e doni ai bambini.

Nel 1928 il regime introdusse la festività della Befana fascista, che soppiantò una tradizione già in uso sin dall’inizio del secolo, nella quale venivano distribuiti da parte di varie categorie commerciali e professionali pacchi dono ai bambini delle classi meno abbienti, contenenti pane e generi alimentari di prima necessità, caffè e giocattoli. L’uso proseguì anche dopo la II Guerra Mondiale per venire in aiuto delle numerose famiglie in difficoltà.

Sul piano della tradizione popolare, possiamo ricordare alcuni riti tipici di determinate regioni italiane. In Friuli dischi infuocati dal valore beneaugurante vengono fatti ruzzolare lungo i fianchi delle colline e delle montagne della Carnia (come il ‘Lancio das Cidulas’ che si svolge nella notte fra il 5 e 6 gennaio presso Comeglians), oppure si accendono covoni di rovi detti ‘pignarûl’ con in cima un pupazzo raffigurante la Befana. Nel Veneto tali falò sono detti ‘panevin’ e si crede che l’altezza delle fiamme sia segnale di annata favorevole, che porterà pane e vino abbondante. In Toscana ed Emilia Romagna un pupazzo della Befana è condotto a bordo di un carro in giro per le vie del paese, prima di essere bruciato a scopo propiziatorio nella piazza principale.  A Gradoli, in provincia di Viterbo, schiere di bambini detti ‘Tentavecchie’ sfilano per le strade nei tre giorni prima dell’Epifania facendo molto baccano, perché cercano di svegliare la Befana ricordandole i doni attesi. Ad Urbania nelle Marche si festeggia la Festa Nazionale della Befana, quando la vecchina giunge in cordata calandosi dall’alto nella casa del Sindaco che le consegna le chiavi della città. In Molise si ritiene che i giovani sognati dalle ragazze nubili la notte dell’Epifania, dopo una preghiera propiziatoria, potrebbero diventare i loro mariti. Processioni di giovani che intonano canti davanti le case per ricevere doni sono dette ‘befanate’ e sono diffuse in Sardegna, Abruzzo, Puglia, Basilicata, Calabria e Sicilia.

In definitiva, il segreto della festa della Befana consisteva un tempo nel ruolo propiziatorio in relazione alla fertilità di campi, raccolti e prosperità degli animali, mentre oggi essenzialmente sta nel rapporto che si viene a stabilire fra mondo dei bambini (o dei giovani) e quello degli adulti, in funzione pedagogica come entità esterna per il suo valore di giudice delle azioni compiute nell’anno trascorso, ma anche quale evocatrice del futuro del nuovo anno.

 

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