mercoledì, Aprile 21

Tradizione e modernità della Befana Origine, miti e riti regionali di una figura che dal mondo pagano passa a quello cristiano

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La Befana è una figura che fa parte del folklore popolare legato alle festività tipiche di alcune regioni dell’Italia, ma che si è diffusa anche nel resto del mondo occidentale in forme però assai ridotte e meno sentite rispetto al nostro Paese. Tale figura deve il suo nome alla corruzione del termine ‘Epifania, in greco ‘epifaneia’ (come ricorda Giacomo Devoto nel suo ‘Dizionario Etimologico’), intendendo con esso manifestazione, ovvero secondo la fede cristiana la comparsa di Dio al mondo sulla terra tramite il Bambino Gesù, poi ridotto a ‘bifania’ e infine ‘befania’ e ‘befana’.

La vecchietta, che si presenta come una strega benefica volante a cavallo di una scopa e che porta i doni ai bambini, è legata e ha un suo corrispettivo nella festa religiosa dell’arrivo dei Magi, Re venuti dall’Oriente, con i doni (oro, incenso e mirra) da presentare al piccolo Gesù per la sua nascita, e che sono evocazione e preannuncio quasi profetico della sua regalità, morte e resurrezione.

La Befana come vecchina, giunge nella notte tra i 5 e il 6 gennaio (la cosiddetta Notte dell’Epifania) per riempire le calze, che seguendo una tradizione millenaria, vengono lasciate dai bambini sul camino o appese ad una finestra, con dolci, caramelle, frutta secca, o piccoli giocattoli, se si sono comportati bene durante tutto l’anno, viceversa con carbone, se hanno agito malamente, oppure con entrambi i doni se hanno alternato la buona e cattiva condotta.

Questo naturalmente è noto a tutti, ma molti ignorano l’origine di tale festa nei riti propiziatori dell’antico calendario pagano legati al raccolto, pronto per rinascere con il nuovo anno e diffusi nel Centro e Meridione d’Italia, poi passati a tutta la Penisola tramite il Mitraismo (culto di Mitra) o altri culti affini dell’inverno boreale. I Romani invece celebravano la fine dell’anno solare (il solstizio invernale) e la festa del ‘Sol Invictus’ a fine dicembre, cui seguivano feste in onore del dio Giano (dal nome della divinità ‘Januarius’ deriva proprio la denominazione del mese di gennaio) e della dea ‘Strenia’ (dalla quale deriva invece la parola ‘strenna’ quale ‘regalo natalizio’) durante le quali si scambiavano regali.

Il mese fra dicembre e gennaio era dedicato alla cura del campo e alla ripresa dell’agricoltura: l’imperatore Aureliano aveva proclamato il 25 dicembre ‘festa del sole’ (Sol Invictus’) e per 12 giorni fino alla ‘dodicesima notte’, quella del 6 gennaio, un tronco di quercia doveva bruciare continuamente, perché dalle ceneri prodotte sarebbero stati tratti gli auspici sulla fortuna dell’anno successivo (chiaro il riferimento ai pupazzi di sterpi o paglia solitamente bruciati nelle feste popolari per propiziarsi il raccolto). Una volta che la legna si riduceva in cenere, veniva sparsa nei campi come fertilizzante per rinforzare la crescita del raccolto.

Altra credenza era che se i resti del ceppo di Natale venivano conservati tutto l’anno, avrebbero protetto la casa dal fuoco e dai fulmini ed avevano proprietà curative per quanto riguardava il bestiame e i campi, aiutando le vacche a partorire, oltre che a rendere la terra fertile. Nella dodicesima notte secondo la mitologia antica la dea Diana, legata nella mitologia romana alla vegetazione, o per altri ‘Satia’ (il cui nome rimanda alla sazietà) o ‘Abundia’ (che evoca invece l’abbondanza), volando nel cielo insieme ad altre figure femminili semidivine, rendeva il terreno più fertile e fecondo.

In epoca cristiana l’immagine pagana di Diana e di queste divinità minori è stata trasformata in quella di streghe orribili e maligne che la Chiesa tuttavia non condannava. Il Cristianesimo dei primi secoli infatti le aveva accettate come dualismo di bene e male, sebbene tendenti più al secondo, e tali rimasero fino a tutto il Medio e Basso Medioevo.

L’origine della festa si ha nella Chiesa orientale, legata alla figura di Clemente di Alessandria (I-II secolo d.C.), durante la quale si celebravano contemporaneamente la nascita e il battesimo di Cristo, il 6 gennaio. Nel periodo del teologo Epifanio di Salamina (315-403 d.C.), l’Epifania fu stabilita come festività dopo la dodicesima notte successiva al Natale, assorbendo così la tradizione pagana originaria, legata alla divinità propizia alla natura. La festa si diffuse in Occidente e fu adottata dalla Chiesa di Roma nel V d.C., per commemorare la visita dei Magi al Bambino.

Le streghe sono figure che miravano a contrastare le cerimonie pubbliche organizzate per celebrare il mantenimento della sopravvivenza dell’intero villaggio mettendo in ombra la figura del Sacerdote che maneggiava le cose di un certo valore religioso, controllava e perorava con le preghiere la semina, il buon raccolto, sapeva quale tempo fosse favorevole o meno per certe operazioni in agricoltura, controllava che il lavoro andasse a buon fine e manteneva in vita le tradizioni locali.

Della magia legata a faccende più domestiche invece si occupava la donna, che spesso anche se si adoperava per ‘guarire’ le malattie o curare i malesseri delle persone, ridonando la salute, si temeva fosse associata al demonio. Una ‘maga-strega’ non esercitava quindi in pubblico la sua attività, ma segretamente, non rivelando il suo ruolo, anche se di giorno conduceva una vita del tutto normale, sebbene la gente mormorava che usasse anche l’aiuto di forze sovrannaturali per i suoi scopi.

Di feste per la Befana si comincia a parlare già nel XIII secolo (feste caratterizzate da fuochi, canti e balli, i famosi ‘sabba’ delle streghe intorno al fuoco). Il Duecento rappresentò quindi la maga/strega con abiti logori e vecchi, munita di una scopa con la quale vola in alto e la cui valenza era ritenuta purificatrice (perché serviva a ‘pulire’ la casa) e legata alla natura. La vecchiaia simboleggia l’anno precedente che è appena passato e che si può bruciare (come avviene per le pire della caccia alle streghe e come in molti Paesi europei dove fantocci vestiti di abiti laceri venivano bruciati sulle pubbliche piazze cittadine, come lo ‘sparo del Pupo’ a Gallipoli o il ‘Falò del vecchione’ a Bologna, sagre locali legate al Capodanno) e che ritornano anche nei riti locali legati alla fine della Quaresima, propizi all’inizio della primavera.

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