mercoledì, Maggio 12

Tra Stato e privato Pechino punta a rinverdire le SOEs con capitali privati per renderle più competitive e ripagare i debiti

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«Il mercato sarà decisivo nell’allocazione delle risorse». Lo ha promesso la leadership cinese lo scorso anno in occasione del Terzo Plenum del Partito, annunciando «riforme senza precedenti» volte a scardinare i monopoli e ribilanciare la partecipazione tra Stato e privato nello sviluppo nazionale. Nella transazione da un’economia pianificata, più che a smantellare le grandi imprese di Stato (State-Owned Enterprises, SOEs) Pechino punta a renderle più efficienti favorendo l’ingesso di capitali privati attraverso un ‘sistema di proprietà misto’. Alle grandi SOEs verrà chiesto di «restituire il trenta per cento» (finora era circa il quindici) dei loro profitti da reinvestire «per migliorare la vita delle persone». Si tratta di un compromesso tra una privatizzazione ‘pura’ (osteggiata dall’ala più conservatrice del Partito) e il sistema attualmente in vigore che non funziona più. Stando ad un recente studio, al momento, le società a proprietà mista costituiscono il 40% dell’industria cinese. L’ulteriore arrivo di capitali privati ha il duplice scopo (a livello locale) di coprire i conti in rosso e (a livello nazionale) di aumentare la produttività dei colossi di Stato, che detengono il monopolio in alcuni settori chiave -come finanzia, energia e telecomunicazioni- e sono ricettacolo di sprechi e corruzione.

Vendendo partecipazioni all’interno delle SOEs Pechino spera di aiutare le amministrazioni locali (che controllano due terzi delle 155mila compagnie statali cinesi) a pagare un debito che si aggira ormai sui 3 trilioni di dollari, pari al 58% del Pil nazionale. Secondo il People’s Daily, il valore complessivo delle compagnie statali centrali e locali è di 16,33 trilioni di dollari, ma mentre, come dicevamo, le SOEs controllate direttamente da Pechino operano prevalentemente in settori ‘strategici’, quelle locali si estendono in quasi ogni tipo di comparto, seppur con un rendimento degli assets ben inferiori (di circa l’1,2% rispetto al 2,5% per quanto riguarda le società non finanziarie).

Il problema affonda le radici nelle misure adottate dal Governo cinese nel 2008, quando Pechino varò un maxi pacchetto di stimoli da 4 trilioni di yuan (586 miliardi di dollari) per pararsi dalla crisi finanziaria mondiale. Incoraggiate dai prestiti bancari facili, le imprese statali hanno investito massicciamente in attività fisse (sopratutto infrastrutture e real estate) con guadagni al di sotto delle aspettative è un debito corporate che è passato dal 96% al 142% del Pil, nel periodo 2007-2012. Opere che alzano i valori dei bilanci di aziende e governi provinciali, ma che spesso si rivelano cattedrali nel deserto finendo per gonfiare la bolla immobiliare. “Le imprese private si sono tenute fuori da questo tipo di investimenti perché, a differenza delle SOEs che avevano un accesso al credito agevolato, si sarebbero dovute rivolgere al sistema bancario ombra pagando tassi d’interesse tre, quattro, cinque volte superiori a quelli ottenuti dalle compagnie statali,” spiega a ‘L’Indro’ Marshall W. Meyer, Professore emerito di Management presso la University of Pennsylvania e co-autore di “Making Ownership Matter: Prospects for China’s Mixed Ownership Economy“.

Dalla deflagrazione della crisi finanziaria, il divario di produttività tra gruppi statali e privati è aumentato, con un rendimento medio delle aziende statali di circa il 4,6 % contro il 9,1 % delle imprese private, secondo le stime di Gavekal Dragonomics, società di ricerca economica con base a Pechino. Numeri che preoccupano se si considera che, stando al censimento economico del 2008 (l’ultimo disponibile), le società statali controllano il 30% degli assets del settore non agricolo sebbene contino soltanto per il 3% del totale delle imprese. Migliorandone performance e servizi, Pechino spera di rendere le SOEs più competitive nel processo di ‘go global, mentre l’introduzione di un management professionale dovrebbe andare a rimpiazzare la vecchia usanza che vede alti funzionari al timone delle principali società statali, sradicando i vari gruppi di interesse ritenuti d’ostacolo alle riforme.

Ma il vero problema è il debito“, ci dice Michael Pettis, “la gente ovunque pensa che un Paese con un pesante debito basta che introduca delle riforme e ricomincia subito a crescere. La storia ci insegna che questo succede solo in rarissimi casi. In Spagna, dove sono nato, Mariano Rajoy ha attuato una serie di riforme incredibili, ma la crescita continua a rallentare pericolosamente e in ultima analisi, credo, il Paese si troverà stretto in una crisi del debito. Due anni fa, Shinzo Abe (il Premier giapponese, ndr) ha promesso che con la strategia di riforme nota come ‘Abenomics’ il Giappone sarebbe tornato a crescere, invece ha continuato a frenare. Nel 1988 Domingo Cavallo ha implementato riforme profonde e dolorose in Argentina, ma la crisi è continuata fino a quando l’Argentina non ha ridotto il suo debito. Solo allora ha cominciato a godere degli effetti delle riforme. Gli economisti sono sempre molto sorpresi davanti al fallimento dei Paesi indebitati, ma la verità è che sono tutti fallimenti più che prevedibili. Questo è esattamente il rischio che corre la Cina, dove il livello del debito è altissimo eppure l’establishment sembra più preoccupato a introdurre le riforme piuttosto che a risolvere il problema dei conti in rosso“.

Se per Meyer sarà proprio l’arrivo di capitali privati ad alleviare il debito cinese, sorge tuttavia spontanea una domanda: perché mai gli investitori dovrebbero comprare quote in società improduttive, indebitate e sulle quali non è ancora ben chiaro in che misura riuscirebbero ad esercitare la propria influenza? La partecipazione mista è il prodotto di un lungo e non indolore processo di evoluzione dal modello anni ’70-’80, «quando ogni cosa di una certa rilevanza era di proprietà dello Stato». Negli anni a seguire, il primo step è stato quello di separare le SOEs dal Governo; poi è stata creata una struttura ibrida chiamata ‘entità legale distinta’ (‘legal personal entity’) che ha permesso allo Stato di ridurre la sua comproprietà, pur continuando a mantenere il controllo delle varie società. Non è un caso che tutt’oggi l’idea di un sistema di proprietà misto incontri numerose perplessità. Secondo una ricerca citata da Meyer, il 90% dei leader del ‘private business‘ cinese ritene che una compartecipazione darebbe ugualmente troppo poco potere ai privati nel consiglio d’amministrazione; oltre la metà ha riferito di non avere intenzione di prendere parte al programma di privatizzazione.

Durante gli ultimi anni ’90 e i primi del Duemila, la ristrutturazione delle imprese statali ha coinciso con la rapida crescita di quelle private. Secondo dati di China Economic Review’, tra il 1998 e il 2010, la quota delle aziende di Stato è scesa dal 37% a meno del 5% per numero di imprese, e dal 68% al 44% per valore di assets. Dopo un primo tentativo di riforme negli anni ’80, a distanza di un decennio il governo Jiang ZeminZhu Rongji ha introdotto una nuova radicale ristrutturazione del programma per la chiusura, fusione e privatizzazione di decine di migliaia SOEs inefficienti, culminata nel licenziamento di più di 30 milioni di lavoratori, che privati della cosiddetta ‘ciotola di ferro’ (tiefanwan, il posto statale non ampiamente retribuito ma sicuro), «assistettero allo scandaloso processo di arricchimento dei loro precedenti capi attraverso la manipolazione del processo di ristrutturazione». Il ‘restyling’ delle imprese statali, che prima del 2003 non aveva mai goduto di una politica di governo unificata, è stato al centro di accese proteste e arresti nei primi anni Duemila. Al drammatico diminuire delle assunzioni da parte delle SOEs, quelle nel settore privato hanno visto un progressivo incremento (China Labour Bullettin, ‘Un decennio di cambiamento‘). L’erosione dei posti di lavoro è una preoccupazione che ritroviamo nella nuova ondata di ‘privatizzazione’. Secondo Meyer, “quello che occorre è prendere parte di quei soldi -altrimenti destinati a impianti e attrezzature- e utilizzarli per migliorare la forza lavoro. Insomma, metterli in capitale umano invece che in capitale fisico“.

Per quanto il fenomeno della partecipazione mista, in Cina, renda il confine tra pubblico e privato nebuloso, vale la pena considerare quanto raccontato in un’intervista a China Files da Nicholas R. Lardy, economista e autore di Markets Over Mao. In sostanza, secondo Lardy, il settore privato incide sull’economia cinese molto più di quanto non vorrebbe far credere la vulgata dominante. «Lo Stato contribuisce solo per il 20% dei posti di lavoro, che scende al 13% se si considerano i lavoratori urbani», mentre «lo share dello Stato nella produzione industriale è alto per quanto riguarda le utilities e il settore minerario, ma bassissimo nelle manifatture», solo il 26%. Già nel 2005, stando al China Private Economy Development Report, l’economia privata contava per il 65% del Pil e forniva l’84,1% delle opportunità d’impiego nel settore secondario e terziario. Si tratta di un trend che, nonostante il pensare comune, è stato avviato sotto la precedente amministrazione Hu Jintao Wen Jiabao, spesso accusata di aver ostacolato la lunga marcia del Dragone verso il mercato. Addirittura sta prendendo piede una teoria che rintraccia i germogli del ‘miracolo cinese’ in un tessuto imprenditoriale precedente al ‘capitalismo di Stato’ inteso come prodotto delle riforme e dell’apertura fine anni ’70. Senza contare che -sottolinea Lardy- il 70% del boom economico del gigante asiatico è stato finanziato «da soldi venuti da fuori», veicolati dalla diaspora cinese nel mondo (vale a dire da privati) o fatti entrare attraverso Hong Kong e Taiwan, vie d’accesso per i capitali occidentali nella Repubblica popolare.

Stando così le cose, nel corso dei prossimi 5-10 anni è possibile che Pechino si trovi a dover far fronte ad un problema inedito: quello di una crisi di successione nell’imprenditoria privata, che in Cina ha prevalentemente una struttura famigliare. Secondo le stime del magazine ‘Fortune Generation’, soltanto l’8% delle aziende cinesi sarebbe riuscito a trasferire con successo la propria attività ai discendenti. La questione si fa più spinosa via via che gli imprenditori di prima generazione, entrati nel mondo degli affari tre decadi fa, si fanno avanti con l’età. Molti dubitano che i rampolli, formatisi perlopiù nelle rinomate università d’oltremare, abbiano una conoscenza adeguata del business ‘con caratteristiche cinesi’ o che abbiano ereditato la caparbietà dei genitori, temprati dalle privazioni della Cina maoista. I figli vorrebbero introdurre sistemi manageriali occidentali e svincolarsi dalla consuetudine che vede affari e politica procedere a braccetto; i genitori, dal canto loro, guardano con sospetto alla modernizzazione d’oltre Muraglia e sono restii a cedere il controllo delle aziende ai giovani. Il tiro alla fune si fa particolarmente serrato quando si parla di manifatturiero. ‘Fortune Generation’ stima che oltre il 65% dei rampolli di aziende manifatturiere non voglia avere niente a che fare con le attività di famiglia. Un rifiuto che rischia di colpire pesantemente la produzione nella culla del boom cinese. Secondo quanto riportato nel 2010 dalla Camera di Commercio della provincia del Zhejiang, tra le più industriose della Cina, ben l’80% delle società private locali si troverà ad affrontare un problema di successione.

 

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