lunedì, Giugno 14

Tra soldoni e spioni, rileggo Battiato Mentre piangiamo il Maestro, la 'Grande Politica' e i 'grandi giornali' invece discutono di guadagni, incarichi, e incontri, in Autogrill o in Farnesina, tra politici, magistrati e spioni. Davvero, 'Povera Patria'!

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Mentre molti di noi, forse tutti, piangiamo la morte dell’ennesimo grande che scompare in questo anno micidiale, il Maestro Franco Battiato, e la ‘Grande Politica’, quella dei Salvini, Conte, Meloni, Letta (il dotto), Tajani (Tajani? Sì, vabbè, per fargli piacere), Alessandro Sallusti e la dinastia Feltri discutono animatamente, molto animatamente, su chi ha vinto la battaglia delle ’23’ o se (per caso) Draghi non la ha … a tutti. Mentre tutto ciò accade, noi comuni mortali una cosa certa l’abbiamo appresa e dobbiamo tenercela ben stretta: essere femmina è epocale. Ma ne abbiamo parlato ieri.
Esattamente 30 anni fa, Battiato scriveva ‘Povera Patria‘. Oggi ne ho riletto il testo. Potrebbe essere stato scritto oggi.
Oggi si discute di soldi, anzi, di ‘guadagni‘, e ci si domanda se sia giusto che qualcuno guadagni tanto e qualcun altro tanto poco, e naturalmente c’è chi dice che se guadagni tanto è perfettamente legittimo in generale, ma specificamente nel caso di Matteo Renzi e Massimo D’Alema, e gente simile. Mi permetto solo di rinviare la discussione sulla prima parte del discorso, e invece approfondirla solo un istante sulla seconda.

Solo per dire che, con tutto il rispetto, se Renzi e D’Alema guadagnano molti soldi e ne guadagni o ne abbia guadagnati parecchi anche Enrico Letta e non so chi altri, non c’è nulla di male, anzi, non ci sarebbe se i soldi che guadagnano e hanno guadagnato non dipendessero, o almeno fosse fortissima la quasi certezza che dipendano, dalle funzioni da loro esercitate e che esercitano.
Lacattedradi Letta, suvvia … per avere una cattedra universitaria si sputa sangue e veleno, averla perché sei stato Presidente del Consiglio è perfettamente rispettabile, ma non è la stessa cosa. Guadagnare per consulenze o altro, perché si è stati o si è deputati, governati, eccetera, non è frutto, o almeno non solo, del proprio talento e della propria bravura. Non pensate? Certo anche altri lo hanno fatto, ma hanno prima lasciato (definitivamente!) la politica: Gerhard Schröder (già Cancelliere tedesco) è un esempio, Henry Kissinger (già Segretario di Stato USA) un altro. Gli stessi ex Presidenti USA guadagnano soldi a palate, ma non fanno più politica. Certo, ‘contano’ ancora, magari per vie traverse, ma almeno la forma è salva.
Ma tant’è, in Italia tutto è particolare, è strano, è singolare.

Tutti abbiamo sentito, visto e letto dell’incontro in un parcheggio di un Autogrill tra Renzi e un certo Marco Mancini, un noto ‘spione’ -uso questo termine perché non riesco a prenderlo sul serio: è sempre in mezzo a mille vicende oscure ed è sempre là … ve lo immaginate James Bond a fare un cosa simile? Ho detto ‘oscure’ e lo ripeto con dispiacere, ma è così, sono oscure: sia la vicenda Telecom (dove chi lavorava con lui ha patteggiato una pena), sia la vicenda Abu Omar, non la sola ma comunque brutta prova di servilismo verso gli USA. Ciò posto, la cosa è strana, se non altro per il luogo, il modo e il tempo, nel senso che quella conversazione (in piedi al vento e al gelo, poveracci) è durata oltre mezz’ora e, sempre per il tempo (anzi, i tempi), perché a ridosso dell’attacco a Giuseppe Conte anche per ragioni di servizi, di spionaggio. Tanto che, pare, l’allora capo degli spioni, Gennaro Vecchioni, è stato brutalmente sostituito dalla epocale Elisabetta Belloni … -tutti plurali, fateci caso e non è finita come vediamo subito.
Penserete che io voglia entrare nella solita critica (vecchia e trita) su che cosa ci fa Renzi a parlare con gli spioni, e sul fatto che non potrebbe, eccetera. No. Io mi domando che ci faccia Mancini là. Cosa ha da dire uno spione a Renzi? Perché lo spione non parla col suo capo, che parla a sua volta con il suo, e poi vanno dal Presidente del Consiglio per poi, magari, andare al Copasir? Uno spione, deve fare lo spione. Anzi, siccome è uno spione, nessuno deve sapere che è uno spione, se no che spia? E poi che ‘spia’ ai politicanti? Ma la domanda chiave è un’altra ancora: che diamine ha da dire uno spione a un politicante attivo in politica, ostile al Governo (del quale fa parte), cioè, che fa lo spione contro il suo capo? Mentre il politico in questione fa strane o convulse cose con strani e convulsi governanti stranieri? per guadagnare, va bene, ma lasci stare gli spioni. E viceversa, anzi, principalmente viceversa.

Tanto più che lo spione del quale stiamo parlando, mica si ferma lì, anzi, è infaticabile, attivissimo, frenetico, sempre vigile, sul chi vive. Mai domi, e di molte conoscenze, di molti ambienti questi spioni nostri!
E sì, perché c’è dell’altro.
Il giudice Nicola Gratteri lo conosciamo bene. È in TV un giorno sì e l’altro pure. E ci ha abituati da tempo, lui strenuo combattente contro la ‘ndrangheta e unico a capircene qualcosa (guai a dirgli qualcosa di diverso da quello che pesa lui: ti guarda con aria irridente e fa spallucce … se ti va bene), tanto che ha messo su un processone che non se ne è mai visto di eguali, che comincerà, se non sbaglio, a Settembre, anche se lui ha finito tutto l’anno scorso; e infatti alla rilevazione che comincia solo a Settembre, sorride allusivo, ammicca, mormora ‘la giustizia italiana’. … Vabbè, lo sappiamo, lui ha in tasca la soluzione della riforma della giustizia penale (mi pare solo di quella, ma non ci giuro). Basterebbero poche cose, dice spesso in TV, ammiccando per dire ‘eh se ci fossi io là’.
Poi a domanda (inevitabile e puntuale, ovvia) se sia vero che qualcuno (Renzi, se non sbaglio, guarda un po’, perché? Eh … guardate) lo voleva Ministro della Giustizia, ma qualcun altro più in alto pose il veto, lui ammicca, sorride e non risponde. Questo, infatti, non lo dice nessuno, non lo dice lui mentre ammicca e sorride, non lo dice la stampa, non lo dice la TV, non lo dice l’intervistatore che allude … insomma nessuno lo dice, si allude: ‘qualcuno più su potrebbe essere Napolitano, ma non sono io che lo ho detto e non si può dire’: più o meno la stampa parlata e scritta non fa che ripeterlo.
Vabbè. Comunque Gratteri è un po’ una vittima e al tempo stesso un eroe e vive sotto scorta: una vita infame, lo capisco bene e non lo invidio.
Ma lui, che ha appena preparato il processo del secolo contro la ‘ndrangheta, vuole andare a fare il Procuratore a Milano.
Al solito -permettetemi lo dicevo l’alto giorno- queste cose le sanno gli addetti ai lavori e spesso le sanno ancora prima i più addetti. Ma perché diamine non si può rendere il tutto bello e trasparente e fare come ho proposto tempo fa: un bel sito in cui ci sono tutti gli incarichi da assegnare nei prossimi dodici mesi, con la lista degli aspiranti e i titoli. E basta: poi ognuno decide come sa e deve e può: ma almeno sapere che si deve decidere è … democratico. Ma, appunto, mi illudo.
Sta in fatto che Gratteri mira alla poltrona di Francesco Greco. Benissimo, niente di male: ha una carriera di tutto rispetto, ha verosimilmente vinto un concorso in magistratura, è laureato probabilmente in giurisprudenza, che male c’è. Forse, ma su ciò non ci giuro, non è nemmeno amico di Palamara e Davigo lo conosce di sguincio. Insomma, nulla di male. Anzi, forse bene, è uno tosto, bravo, deciso … certo ammicca un po’ troppo e sta spesso in TV, ma non si può avere tutto … io resto convinto che un giudice parli solo con i propri atti, e che la TV anche per andare a comprarla per metterla in salotto, ci manda la moglie, per evitare tentazioni.
Ma poi, uno scopre che -prima o dopo non importa- Gratteri decide di andare a trovare Luigi Di Maio. E che c’entra Di Maio, a che serve, perché? Se si tratta di una rogatoria all’estero, capirei che andasse dal funzionario apposito e poi non c’è bisogno di andare a Roma al Ministero, basta telefonare. Ma lui, invece, ci va e non per parlare con un funzionario ma per parlare con Giggino dell’Arco, al secolo Di Maio, che con la su nomina eventuale a quello o altro incarico non c’entra nulla e non deve entrarci, perchè la cosa è di competenza dei giudici, cioè del potere giurisdizionale e non di quello esecutivo, e Gratteri è un difensore strenuo dell’indipendenza della Magistratura … e va da Di Maio, guarda caso (ma è solo un caso), pars magna degli stellini, che qualche influenza sul CSM la hanno, ma questa è malignità pura e quindi non leggetela. Ma Gratteri è un uomo di mondo e conosce tanta gente, per cui quando va in giro la gente gli telefona ‘ehi, ciao, come stai, dove vai oggi, che faccio ti posso accompagnare, sai oggi non ho nulla da fare?’. Accade, alle persone popolari accade: a me non accade mai, ma io non sono popolare.
E allora Mancini telefona a Gratteri, “so che vai da Giggino, vengo anch’io così dividiamo il taxi?” E Gratteri, che non conosce Jannacci, accetta felice, anche se del taxi non c’è bisogno perché tanto le auto blu si sprecano.
Che c’è di male o di strano? Niente, forse. Appunto, forse, sarebbe interessante saperne di più, no? Ma certo non c’è nulla di male, ma i ‘si dice’ sulla stampa che sa ma non dice, si sprecano e ci si domanda oziosamente: vuoi vedere che hanno diffuso la notizia dell’andata in coppia per fregare Gratteri? O per fregare Mancini? O per fregare Giggino? O per … beh fate voi.
Tanto una certezza anzi due ci sono: 1. tutto ciò fa schifo; 2. A noi nessuno dirà una parola.

Dicevo che ho riletto il testo di ‘Povera Patria‘. «Povera patria / Schiacciata dagli abusi del potere / Di gente infame, che non sa cos’è il pudore / Si credono potenti e gli va bene quello che fanno / E tutto gli appartiene / Tra i governanti / Quanti perfetti e inutili buffoni / Questo paese devastato dal dolore».

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Sull'autore

Giancarlo Guarino, ordinario, fuori ruolo, di diritto internazionale nell’Università degli Studi di Napoli Federico II, è autore di numerose pubblicazioni su diverse tematiche chiave del diritto internazionale contemporaneo (autodeterminazione, terrorismo, diritti umani, ecc.) indagate partendo dal presupposto che l’Ordinamento internazionale sia un sistema normativo complesso e non una mera sovrastruttura di regimi giuridici gli uni scollegati dagli altri.

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