giovedì, Ottobre 28

Tra le pagine di una tragedia Sotto le vesti di Notre-Dame du Nil, l'élite rwandese travolta dal genocidio

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«Ora ne sono certa, c’è un mostro che sonnecchia in ogni uomo:
in Rwanda non so chi l’ha svegliato»

(Scholastique Mukasonga)

 

Una vicenda, quella del genocidio ruandese, che non conosce pace. E nessuna legittimazione. A distanza di venti anni esatti dal massacro civile che insanguinò la terra dei laghi, la politica internazionale si disperde in scandali  e negazionismi che mirano a giustificare la comunità occidentale cieca o addirittura connivente con l’odio etnico.

Un pezzo di storia africana che ha visto contrapporsi le etnie Hutu e Tutsi più per ragioni di natura politica e postcoloniale che per un’effettiva segregazione razziale. Un’oscillazione di potere tra i gruppi dirigenti di entrambe le etnie favorita dalle autorità belghe fino all’epilogo storico di un vero e proprio genocidio: circa un milione di persone uccise in cento giorni, dal 6 aprile 1994 alla metà di luglio a colpi di bastone machete sono il capitolo più tragico dell’intero continente. Si sarebbe potuto evitare con una maggiore partecipazione degli Stati Uniti e dell’Onu, con un atteggiamento diverso da parte della Francia, ma i recenti avvenimenti  ci dimostrano quanto si possano nascondere o istituzionalizzare progetti e gruppi eversivi di fronte alla necessità occidentale di un colonialismo mai sopito.

Il libro di Scholastique Mukasonga, Nostra signora del Nilo, edito da 66thand2nd, è il modo migliore per ricordarci di come un presunto odio tribale sia stato in realtà strumentalizzato da potenti e complessi sistemi socioeconomici.

Il libro, tradotto da Stefania Ricciardi, racconta la vita quotidiana di un collegio di ragazze benestanti che si staglia vicino alla sorgente del Nilo e sovrasta la capitale in una forma di isolamento illusorio che l’autrice porta avanti per tutto il corso del racconto. Qui ogni forma di invidia, distanza etnica, percorso di crescita viene stemperato dal caldo abbraccio della Madonna Nera, Nostra Signora del Nilo, la cui protezione si perde tra credenze ancestrali, riti pagani, superstizioni ctonie che lasciano ben poca predicazione a preti e suore cattoliche.

Sono proprio questi riti antichi, praticati da vecchi stregoni o anziane avvizzite dal sole, a salvare una delle ragazze dal genocidio che irrompe anche nella torre d’avorio del collegio mariano. I dislivelli sociali, i focolai di rivolta, l’ingerenza della politica negli affari di una scuola cattolica sono ben presenti perfino alle adolescenti della scuola, consapevoli del riscatto sociale che conseguiranno ma altrettanto radicate nella propria orgogliosa “negritudine”, l’elemento di unificazione vera, in mezzo a una tragedia dell’umanità. «Ci sono cose che i bianchi non capiranno mai» si dice del re e della regina del Belgio, in visita presso l’Istituto. Sembra un monito, più che un’ingenua constatazione adolescenziale.

La statua di Nostra signora del Nilo – forse un lontano retaggio delle apparizioni mariane a Kibeho, sempre in Rwanda – se ne sta lì durante tutto il romanzo a guardare le ambizioni sfrenate quanto ingenue di successo, ricchezza, matrimonio delle ragazze dalle gambe ebano e le divise blu, gli amori portati da magici mantra o il terrore delle loro prime mestruazioni messaggere di traumi e presagi.

La Vergine Nera è solo un simbolo, prestato dai bianchi insieme al bisogno di riscatto sociale e al sangue sparso di quella che viene riduttivamente chiamata una guerra civile. Un simbolo fatto male, tra l’altro, se è vero che «l’hanno dipinta di nero, ma hanno lasciato il naso dei bianchi»: detronizzare la vergine, rompere prima il naso e poi la testa della statua è il primo presagio di morte di un paese che si accanisce contro sé stesso. L’unica strada tra le immagini dei capi di stato e della madonna, gli uni accanto all’altra al capezzale del letto delle ragazze, è ritornare al fuoco e al destino della propria cultura, a un pareo appositamente logorato perché ci si possa salvare nascondendosi sotto sembianze umili, come fa la protagonista alla fine del romanzo.

Dai razzismi alle consapevolezze – «voglio dei figli che non siano né hutu né tutsi. Voglio che siano i miei figli e basta» – si rincorrono, dentro il romanzo di Mukasonga, diverse femminilità, e tutte portano il marchio visibile di un postcolonialismo, una legittimazione possibile solo da parte di un altro paese dal quale essere riconosciute istruite, “evolute” e bianche, in realtà massacrate prima di raggiungere il diploma.

Un romanzo che inizia con la pioggia per concludersi con la profezia della pioggia racconta una delle più grandi tragedie dell’umanità dall’interno e non a caso dalla profondità femminile, in un paese che ha fatto delle donne la sua forza motrice da decenni (in Rwanda la rappresentanza politica femminile supera il 50%).

Dall’attivismo recente delle donne maliane contro l’intervento francese, alle suggestive immagini di Metà di un sole giallo di Chimamanda Adichie,  doloroso racconto della guerra del Biafra, per arrivare a questo piccolo monumento di storia contemporanea di Scolastique Mukasonga, da una parte all’altra dell’Africa le donne ne raccontano da protagoniste la natura profonda e custodiscono la memoria del più misterioso continente.

 

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