giovedì, Maggio 13

Tra larghe intese e proteste field_506ffb1d3dbe2

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Le elezioni del febbraio hanno portato con sé una ventata di instabilità: vuoi per la legge elettorale ‘porcata’, vuoi per l’incapacità di tutte le forze politiche nel fissare i paletti per una campagna elettorale più o meno seria, senza boutades berlusconiane o riferimenti ad ipotetici smacchiamenti bersaniani rivelatisi clamorosissimi boomerang.
Alla fine, la tempesta raccolta dalla politica che ha seminato vento per anni, è stato un altro Governo di larghe intese -dopo i 13 mesi di Governo tecnico-, slabbratura nel tessuto sociale del Paese, distanza abissale tra palazzi del potere e cittadinanza, autorganizzazione esterna dei movimenti che non si riconoscono nell’agire delle organizzazioni politiche, accomunandole sempre di più con generico ‘loro’.
Nell’anno appena trascorso le proteste contro le politiche attuate dalle larghe intese sono state molte: dall’Alcoa agli studenti, fino ad arrivare alle proteste dei movimenti di lotta per la casa a Roma. Così come, d’altra parte, si è fatta sentire la destra radicale e neofascista: recente è la condanna a Simone Di Stefano, vicepresidente di Casa Pound ed ex candidato Sindaco di Roma, che si era arrampicato per togliere la bandiera europea dalla sede italiana dell’Europarlamento.
Le proteste antisistemiche e antieuropee si fanno sempre più pressanti e le condizioni politiche all’interno delle due Camere non fanno in modo che si arrivi alla percezione un po’ più affievolita delle politiche europee: esse, d’altra parte, non possono che generare scontento generale e insoddisfazione.
Di larghe intese e di anno appena trascorso, di politiche europee e europeismo, di scenari politici passati e futuri, di Berlusconi e Renzi, di Grillo e dei forconidi proporzionale e di maggioritario ne abbiamo parlato con l’economista e giornalista Domenico Moro.

 

Le elezioni politiche del 2013  non hanno dato l’esito di una maggioranza definita, quindi il Presidente Napolitano è ricorso alle larghe intese. Tutto ciò comporta degli squilibri all’interno delle due Camere. Del resto l’equilibrio si era già andato a rompere col Governo Monti. Che cosa possono cambiare, le larghe intese, nella politica italiana?
Le larghe intese sono la riproposizione del Governo ‘tecnico’ di Monti in forma indebolita. Il Governo Monti doveva  semplicemente applicare le politiche europee di austerity che non erano state implementate da Silvio Berlusconi in un modo che i centri di potere europei reputavano sufficiente, e in gran parte c’è riuscito. Adesso Enrico Letta sta proseguendo sulla stessa linea di austerity e dovrebbe proseguire con le controriforme auspicate da Bruxelles e dalla Bce, ma a questo proposito sta incontrando delle difficoltà. È sempre la questione dell’Europa, o meglio la questione dell’Euro, a tenere banco: la preoccupazione principale di Letta è quella  di mantenere la fedeltà ai dettati europei e soprattutto il rispetto del Fiscal compact. Ciò significa rispettare il limite del 3% di deficit sul Pil e portare avanti la riduzione del debito pubblico di più di 50 miliardi all’anno. Tutto questo provoca, da una parte, un aumento delle tasse, che però si scarica essenzialmente sui lavoratori dipendenti, sui lavoratori autonomi e sui settori di piccolo e piccolissimo capitale e imprenditoria, che già sono stati tartassati dalla crisi. Dall’altra parte, implica un taglio molto forte del welfare state, in particolare nella sanità, nell’istruzione, nella previdenza. Quindi, diciamo che le politiche di Letta rimangono dello stesso tenore di quelle di Monti. Quanto l’austerity sia devastante per l’economia italiana, lo vediamo anche dal fatto che nelle ultime settimane si sono levati contro le politiche di austerity, in modo più o meno chiaro, due settori conservatori della società italiana: la grande impresa, rappresentata da Confindustria, e i settori legati alla piccola/piccolissima impresa, e al piccolo/piccolissimo commercio, che sono stati in qualche modo rappresentati dalla cosiddetta rivolta dei forconi, che però è un fenomeno molto più complesso e, probabilmente, anche di minore entità rispetto a quello che i mezzi di comunicazione avevano cercato di rappresentare. Per quanto riguarda la Confindustria, è abbastanza significativo che sia il suo Presidente, Giorgio Squinzi, che il direttore de ‘Il Sole 24 Ore‘ (il quotidiano di Confindustria), Roberto Napoletano, abbiano attaccato con grande forza, quasi con aggressività, Letta, lamentando il fatto che non siano state messe in campo politiche di sviluppo e di rilancio dell’occupazione. Sia Squinzi che Napoletano individuano nel taglio del costo del lavoro la leva principale con cui rilanciare l’economia italiana. Sostanzialmente si tratta dell’abbattimento del salario differito e del salario indiretto, perché, come sappiamo, il costo del lavoro non è altro che quella parte del salario che va a pagare la previdenza sociale, le pensioni, il welfare state e così via. Ad ogni modo, è significativo che anche la grande industria si stia muovendo contemporaneamente, da una parte, per l’applicazione integrale delle controriforme del mercato del lavoro prospettate dall’Europa, e, dall’altra parte, contro una adesione, diciamo così, troppo meccanica e troppo zelante al dettato europeo.

Giacché prima ha nominato sia le politiche di austerità, e quello che il Governo Berlusconi non è riuscito a portare avanti, poi ha compiuto Monti, passiamo a dare uno sguardo alle due Camere: Silvio Berlusconi, nel frattempo è di nuovo disceso in campo, ha rimesso in piedi Forza Italia – pur essendo decaduto Senatore- e, in un impeto retrò, in cui si ritira fuori la fiamma AN, ritorna Forza Italia etc etc, arriva da destra, dal partito di Berlusconi, l’opposizione ad un governo di larghe intese. Da un certo punto di vista è cambiata la politica all’interno delle Camere: com’è possibile che Berlusconi mesi fa riusciva ad affermare come le larghe intese fossero l’unico Governo possibile per l’Italia ed ora siano il male assoluto?
Evidentemente Berlusconi pensava che, aderendo alle larghe intese, sarebbe stato in qualche modo difeso da Napolitano che magari avrebbe impedito la sua decadenza da Senatore. Una volta che questo non è accaduto, ha pensato bene di ritirare il suo appoggio alle larghe intese. Diciamo che la spaccatura tra il Nuovo centrodestra di Alfano e Forza Italia risponde ad un paio di esigenze. Una, sicuramente, è quella di Berlusconi di rimarcare la sua, chiamiamola così, contrarietà rispetto alla decadenza da Senatore e al fatto che sul piano giudiziario è stato messo all’angolo; dall’altra parte è un po’ la conseguenza del fatto che anche all’interno di Pdl si erano verificate delle spaccature tra personalità politiche, diciamo così, più critiche nei confronti dell’Europa e personalità più intenzionate a perseguire le politiche europee. Possiamo dire che le politiche europee, l’Euro, in qualche modo hanno prodotto spaccature all’interno del Popolo delle libertà. Quindi, si tratta di spaccature dovute non solo agli interessi personali di Berlusconi, e non solo all’interesse di Alfano di rendersi autonomo, di cercare una propria visibilità, un proprio percorso che lo emancipi dalla tutela del padre-padrone del suo ex partito, ma anche a fattori di classe e sociali e alla posizione  che si assume rispetto alla situazione economico-politica generale. Forza Italia prima e il Pdl dopo sono sempre stati partiti che si basavano sul potere economico e mediatico e sulla forte personalità di Berlusconi. Però, sono anche partiti che si basano su circoli di potere territoriali, sul notabilato locale. C’è sempre stata una dialettica tra Berlusconi e questi potentati che, ad un certo punto, almeno per quanto riguarda alcuni, si sono emancipati. C’è anche il fatto che questa spaccatura risponde anche ad un’esigenza tattica: cioè all’esigenza di rimarcare la distinzione con la sinistra in vista delle elezioni europee, in modo da presentarsi alle elezioni come una forza politica diversa, come una forza politica non corresponsabile delle antipopolari politiche europee, continuando però nello stesso tempo ad avere un piede nel Governo. Quindi, potremmo anche vederla come una manovra da parte del centrodestra per mantenere i piedi in due staffe: da una parte nella staffa della contestazione antieuropea; dall’altra parte, nella staffa del rispetto del fiscal compact, nella serietà, nell’affidabilità nei confronti degli altri governi europei e soprattutto della Germania. Dunque, si tratta anche di un gioco delle parti.  Riassumendo: in parte è il riflesso di una contraddizione reale, sia all’interno del Pdl, sia rispetto all’Europa; dall’altra parte, però, rappresenta anche un artifizio tattico impiegato da due soggetti politici (Berlusconi e Alfano), che alla fine si riuniranno in alleanza, come hanno preannunciato, alle prossime elezioni europee.

In questo momento, però, ci sono state delle proteste, all’interno del tessuto sociale, in tutto l’arco dell’anno: dall’Alcoa agli studenti, dalle manifestazioni in difesa della Costituzione in poi, fino ad ora. Fino al 12 ottobre, però, tralasciando per un attimo ciò che è venuto dopo, le proteste erano volte al far rispettare le leggi vigenti che il Parlamento si era dato. E’ possibile, dunque, che le proteste che ci sono state siano ‘pars costruens’ e non come si vogliono dipingere, cioè come ‘pars destruens’?
Il problema è che l’Italia sta attraversando la crisi economica più grave dalla sua unificazione: c’è un calo del salario reale molto forte e un aumento della povertà anch’esso significativo, che rappresenta il peggioramento più grave degli ultimi 60/70 anni. Diciamo che tutte le proteste che ci sono state, almeno dal punto di vista dei lavoratori salariati e degli studenti, incontrano un limite: quello di essere proteste frammentate, isolate, non ricondotte ad unità dal punto di vista organizzativo e politico-programmatico. Ci sono state molte mobilitazioni di tipo diverso, in difesa del diritto allo studio, in difesa del diritto del lavoro, in difesa della Costituzione. È mancato, però, un momento di unificazione e di ricompattamento tra le piazze. Questo per due ragioni essenzialmente: la prima è il ruolo dei Sindacati, sostanzialmente passivo o addirittura subalterno nei confronti dei Governi delle larghe intese e precedentemente nei confronti del Governo Monti. Da parte dei Sindacati, compresa la Cgil, non c’è stata una mobilitazione forte e probabilmente è mancata anche la volontà politica di opporsi al Governo. Questo ha fatto sì che la mobilitazione del lavoro salariato sia stata in realtà più debole di quella che poteva essere: più sfilacciata e più frammentata. Per cui, aldilà di alcune singole realtà, come l’Alcoa, non c’è stato un ricollegamento né una azione complessiva. In aggiunta, è mancato il ruolo di un partito o di più partiti di sinistra vera, che riuscissero ad essere un elemento di coagulo e di sintesi politica delle varie lotte. Per cui ci siamo trovati in una situazione in cui la lotta per la difesa della Costituzione è risultata abbastanza slegata dalla lotta per la difesa del lavoro, per la difesa del welfare state e, in sostanza, da una lotta contro l’austerity, contro questo tipo di Europa. Secondo me, il principale elemento di debolezza della capacità popolare di risposta alla crisi sta nel fatto che non si sia individuata la ragione dell’aggravamento della crisi nell’Europa e nell’Euro. Cioè nel modo in cui viene costruita l’Europa e nel modo in cui è stata definita l’architettura della valuta unica europea. Soltanto mettendo al centro del dibattito politico l’Europa e l’Euro, si può riuscire ad elaborare una linea più unitaria, più complessiva in risposta all’austerità e agli attacchi che vengono condotti contro il lavoro salariato, contro il lavoro autonomo e anche contro i settori di piccola e piccolissima impresa.

Visto che prima stavamo parlando delle politiche europee, ci sono state non poche manifestazioni anti europee in Italia: anche quelle dei forconi sono diventate proteste antieuropee, con l’intromissione di Casa Pound e la recente condanna di Simone Di Stefano che ha tolto la bandiera blu-stellata dalla sede italiana del Parlamento Europeo Questo sentimento antieuropeista  si sta creando solo a destra o anche a sinistra nella politica italiana?
Il sentimento antieuropeista si è diffuso in maniera trasversale e sta crescendo anche fra alcuni settori della sinistra, ma quello diffuso a sinistra non lo definirei tanto un sentimento antieuropeista, perché l’europeismo fa parte della patrimonio culturale della sinistra. Quello che sta crescendo è un sentimento, o meglio, una valutazione negativa contro questa Europa: quella del capitale finanziario e della grande industria, quella del capitale transnazionale. Cioè ci si sta rendendo conto sempre di più che l’Europa che si è costruita negli ultimi dieci/vent’anni non è un’Europa solidale, non è un’Europa che porta benessere. Essa, al contrario, serve al grande capitale per bypassare i parlamenti nazionali ed imporre quelle politiche di privatizzazione e contro il salario e il welfare state, che altrimenti sarebbe stato impossibile realizzare.

Dopo le elezioni europee, all’Italia spetterà il turno di presidenza del Consiglio Europeo (noto come semestre di presidenza europeo), la maggior parte dei cronisti e commentatori  sta definendo le linee per cui si potrebbe andare alle urne prima dell’evento sopracitato. Cosa comporterebbero le urne per le elezioni politiche prima del turno di presidenza, magari accorpandole con le Europee?
Letta, in questo momento, almeno per quanto riguarda l’opinione del Presidente della Repubblica Napolitano, è l’uomo politico che  meglio può portare avanti le politiche europeiste, cioè quelle politiche fondate sul rispetto dell’austerity e dei dettati del Fiscal compact. Se dovesse rimanere Letta, quindi, ci potrebbe essere una prosecuzione di queste politiche che però, in realtà, risultano essere applicate solo fino a un certo punto.
Mi spiego: è vero che Letta è espressione di questo tipo di linea di tendenza, ma è anche vero che è un Governo abbastanza debole. Le larghe intese, almeno queste larghe intese, non hanno la forza per portare avanti le controriforme che gran parte del capitale si aspetta. Diciamo che ci sono, all’interno dell’establishment, varie posizioni: una tra queste è quella di continuare con Letta, pensando che egli possa contribuire ad una stabilità che altri non possono garantire; dall’altra parte, però, ci sono settori che stanno puntando in modo molto forte su Renzi per la sua capacità di riuscire a costituire un partito conservatore di massa. Consideriamo, al proposito, che in Italia c’è sempre stata una notevole difficoltà a costruire un vero partito, chiamiamolo così, conservatore, o, comunque, borghese, di massa. Un partito, dunque, che riuscisse a rappresentare gli interessi della borghesia e che avesse nello sesto tempo un base di massa, un seguito di massa. La DC, in realtà, era un partito molto interclassista, Forza Italia ed il Pdl avevano caratteristiche socialmente ibride, ed è mancato un partito liberale o liberaldemocratico di massa.
Ora, l’operazione che probabilmente si sta cercando di fare attraverso questa figura mediaticamente forte, quale è Renzi, è di costruire un partito liberale o liberaldemocratico di massa che riesca a portare avanti gli interessi del capitale finanziario grazie ad un seguito popolare consistente. Quindi è probabile che, grazie al fatto che Renzi, Berlusconi e Grillo vogliono arrivare alla legge elettorale in tempi rapidi e quindi alle elezioni entro l’ultima settimana di maggio, si riesca effettivamente a mettere insieme le due tornate elettorali, quella europea e quella per il rinnovo del parlamento.  Una ipotesi che, del resto, avevo già ventilato qualche mese fa, quando mi dichiaravo scettico riguardo al crollo immediato del Governo Letta a seguito della espulsione di Berlusconi dal Senato. Infatti, come avevo immaginato, il Governo Letta non è caduto, però è probabile che su una distanza più lunga, di fronte alla necessità di perseguire obiettivi più strategici e di fondo si decida che il Governo Letta non vada da nessuna parte e si provi con un’altra carta: Renzi. Ovviamente tutto questo dipende anche dagli equilibri interni ai gruppi di potere più forti che contano in Italia: la Confindustria, i grandi istituti bancari, la Chiesa, il capitale finanziario europeo e statunitense. L’equilibrio fra tutti questi gruppi va ad influenzare una scelta piuttosto che l’altra. Secondo me, sintetizzando, ci sono due opzioni: una è quella che rimanga Letta, il quale però non ha la forza per portare avanti in modo conseguente determinate controriforme, e l’altra opzione, quella di puntare sul cavallo Renzi. Il Sindaco di Firenze è, ormai da diversi anni, oggetto di una costruzione mediatica che l’ha portato a diventare leader del partito democratico su posizioni di destra economica e politica molto evidenti. Quindi, ritornando alla domanda che facevi prima relativamente al nuovo protagonismo dei movimenti di estrema destra in Italia, io non credo che oggi siamo davanti ad un pericolo fascista, almeno non così come questo si è definito storicamente. Ovviamente dobbiamo sempre esercitare la massima vigilanza nei confronti dei gruppi fascisti, ai quali non bisogna lasciare il minimo spazio, ma ritengo che oggi il vero pericolo consista nel completamento  di quella che chiamerei, secondo le parole di Luciano Canfora, ‘democrazia oligarchica‘. Cioè di una forma di Governo che esteriormente è democratica ma che nella sostanza è oligarchica. Il fascismo non rappresenta, in questa fase storica, un’opzione valida per il capitale finanziario e transnazionale, bensì è proprio la forma di democrazia oligarchica sul modello anglosassone a rappresentarne gli interessi in modo più efficace ed efficiente. È infatti verso una democrazia oligarchica che vanno le varie proposte di  controriforme della Costituzionale, della legge elettorale e dei regolamenti parlamentari.

Ha citato Canfora, quindi mi rifaccio quello che ha scritto nei giorni scorsi a ‘L’Unità’ circa la stabilità del Governo.
La stabilità la dà anche la legge elettorale e in queste settimane si sta avviando il dibattito circa la modifica dell’attuale legge scorporata delle incostituzionalità del porcellum, e le proposte arrivano da destra a sinistra, Canfora detto il suo: proporzionale puro. In Italia si è fatto così dal 1948 al 1992 e non si è mai incappati in situazioni di instabilità come questa. Quindi, cosa significa, che la stabilità la può dare una legge elettorale in sé come un proporzionale, oppure che le contro riforme  – che lei ha accennato – sono volte anche ad una delegittimazione in senso stretto di questo Parlamento per crearne uno diverso, ovvero l’affermazione del monocameralismo e di tutto ciò che esso comporta?
Innanzitutto bisogna vedere cosa intendiamo per stabilità. Se per stabilità intendiamo la governabilità, così come la intendevano Gianni Agnelli e la Trilaterale negli anni ‘70, oppure se intendiamo una situazione in cui la società progredisce in modo egualitario e senza squilibri, senza sperequazioni sociali e territoriali. Oggi, quello che si sta cercando di realizzare, così come lo si sta cercando di fare da trent’anni a questa parte, è il primo tipo di stabilità: cioè la stabilità fondata sulla governabilità che vede la prevalenza dell’Esecutivo, dei Governi sui Parlamenti. È un tipo di governabilità che favorisce ed è funzionale agli interessi del grande capitale. Noi,  invece, dobbiamo puntare ad un altro tipo di stabilità: ovvero una stabilità che nasce dalla redistribuzione della ricchezza in forme egualitarie, e che combatta qualsiasi deriva autoritaria e qualsiasi prospettiva oligarchica o fascista. Per fare questo noi dobbiamo tornare a leggi elettorali democratiche, quale sicuramente è il proporzionale. Ma ciò non basta, dobbiamo puntare anche ad un rilancio dell’intervento statale nell’economia: la stabilità vera e buona si realizza ponendo un freno all’anarchia del mercato capitalistico e alle sue crisi, e rilanciando l’economia in modo da produrre posti di lavoro e difendere il welfare state.
Bisogna chiarire, dunque, che il rilancio dell’economia italiana non può partire dalla riduzione del costo del lavoro. Le imprese private non investono non perché il costo del lavoro è troppo alto, ma perché non ritengono che il loro investimento sia sufficientemente profittevole. Dunque,  l’unico soggetto che può investire è lo Stato. Accanto alla difesa della Costituzione e al rilancio di una legge elettorale proporzionale, dobbiamo intraprendere una lotta per il rilancio dell’intervento pubblico nell’economia: un intervento che non deve consistere nella socializzazione delle perdite delle banche e del grande capitale, ma che si sostanzi in investimenti in attività produttive di alto livello, nell’alta tecnologia, in modo da permettere di creare nuovi posti di lavoro ‘buoni’.  Che siano sufficientemente pagati e che riescano ad essere continuativi, proprio perché si inseriscono in settori di mercato che hanno spazio a livello mondiale. Tutte le politiche di privatizzazione devono essere ribaltate. Anziché privatizzare (come sta accadendo oggi in questi ultimi giorni con Fincantieri) dobbiamo ripubblicizzare. Le recenti vicende delle grandi aziende pubbliche a suo tempo privatizzate dimostrano quanto le privatizzazioni siano state deleterie. I privati, nel caso di Alitalia, sono riusciti a fare peggio del pubblico e, nel caso di  Telecom, hanno trasformato una azienda che era protagonista nell’innovazione e un fiore all’occhiello dell’industria italiana in un comprimario, in difficoltà e pieno di debiti, del mercato delle telecomunicazioni mondiali. 

 

 

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