Tra immigrazione e sicurezza europea

Caos: uno scenario inquietante, ma non lontano dalla realtà

È dunque importante, prima di tutto, comprendere e definire la natura del problema al fine di adottare un’adeguata linea strategica finalizzata a gestire i flussi migratori. È altresì importante prendere atto che le soluzioni a breve termine (come lo è stata l’operazione ‘Mare Nostrum’), se da un latocontengonoil problema nel breve termine, dall’altro ne alimentano l’insorgere a livello macro e nel medio-lungo periodo.

Non va poi dimenticato che le soluzioni adottate, spesso sono andate incontro proprio agli interessi economici della criminalità transnazionale i cui ‘capi’, con approccio lucido e razionale, non si sono fatti scrupolo alcuno nel mandare letteralmente a morire centinaia di migranti pur di indurre l’opinione pubblica europea a sostenere una missione ‘umanitaria’ di salvataggio. Con ciò creando un funzionale circolo vizioso: più morti, più mezzi di soccorso, più migranti, più introiti illeciti a favore della criminalità e di quel terrorismo che è concausa del flusso migratorio.

In risposta a tale situazione, il 14 settembre i Paesi dell’Unione hanno dato avvio alla fase 2 della missione navale EuNavFor Med che prevede l’uso della forza contro gli scafisti nel Mediterraneo. Questo l’approccio formale di un’Europa sempre più divisa sul tema della gestione dei migranti, come dimostrato dalla riunione dei 28 Ministri degli Interni europei: ciò che è emerso nel corso della discussione collegiale è che a essere in gioco è lo stesso trattato di Schengen, indebolito ulteriormente dopo che Vienna e Bratislava hanno espresso l’intenzione di seguire l’esempio tedesco nel ripristinare i controlli alle frontiere, minacciando così di provocare un ‘effetto domino’ europeo.

Ma ciò che è emerso chiaramente, ancora una volta, è la natura concettuale del problema: i Paesi europei sono impegnati nella gestione dei profughi ma non nel trovare una soluzione ai flussi migratori: tatticismi e assenza di visione strategica.

 

La risposta dell’Europa: un parziale via libera all’uso della forza?

Non ancora. L’Unione Europea ha dato il via alla seconda fase dell’operazione di contrasto al traffico di esseri umani attraverso il Mediterraneo; una scelta che estende l’intervento delle unità aeree e marine in acque internazionali. Dunque, con lafase 2della missione Eunavfor Med, le marine militari europee saranno impiegate in operazioni di contrasto al traffico di esseri umani, alla migrazione illegale in generale e al salvataggio delle vite dei migranti, ma solo in acque internazionali ed europee e non in quelle dei Paesi da cui partono i flussi migratori (Libia in primis, con poco meno del 90% dei transiti verso l’Europa).

Due le questioni che devono essere poste in evidenza. La prima è quella della giurisdizione territoriale; un limite fondamentale che avrà dirette conseguenze sulla prevedibile inefficacia della scelta politica fatta, poiché non poter operare nelle acque dei Paesi da cui i flussi hanno origine limita una capacità di contrasto teoricamente proporzionata al problema che si propone di risolvere. Ma così non è. La seconda questione è data dalla tipologia di impiego dello strumento militare: nessun tipo di azione violenta (‘kinetic’); in particolare, contrariamente a quanto da alcuni sostenuto e da molti temuto, nessuna operazione di attacco, nessun bombardamento, nessuna azione offensiva. E questo è un bene.

È prevista una ‘fase tre’ per la missione Eunavfor Med? Sì, ed è auspicabile. E la domanda legittima è: perché non ora? La risposta ricade sempre nell’opportunità politica, e la classe dirigente al Governo (in Italia come in Europa) non ha interesse ad accelerare verso una strategiaonerosache troverebbe resistenze da parte di un’opinione pubblica che al 40 percento colloca al primo posto, tra le minacce incombenti, quella della crisi economica.

Il problema rimane l’indeterminatezza della questione libica e la possibilità, sempre più vicina, di un possibile intervento militare di terra; ma per far ciò è necessario l’accordo -anche questo sempre più vicino- tra i due ‘governi’ libici (Tobruk e Tripoli) a cui seguirà una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e/o una richiesta formale delle stesse autorità libiche. Questione di tempo, dunque, e la missione in Libia avrà inizio con l’invio dei primi uomini sul terreno che andranno ad affiancarsi agli operatori intelligence già operativi che hanno il difficile compito di creare un equilibrio stabile all’interno del quale le truppe di terra potranno operare -con esplicito riferimento alla necessità di accordi tra le fazioni e le tribù locali.

 

Proposte concrete

In tale quadro si impongono la questione del ‘dovere morale’ versus la reale ‘capacità di gestione’ del problema. E al tempo stesso si impone la necessità di una soluzione a medio/lungo termine basata su una visione strategica del problema che sia comune, condivisa e olistica.

Un’iniziativa in tal senso è ‘commonborders finalizzata a sostenere una politica comune europea sull’immigrazione e sulla gestione delle frontiere attraverso la condivisione delle risorse necessarie per le operazioni di soccorso e il controllo dei confini europei mediante la creazione di una struttura permanente di guardie europee di frontiera. È altresì opportuno procedere alla ridistribuzione dell’onere di accoglienza dei richiedenti asilo e di attivazione delle procedure di accoglienza, nonché l’elaborazione di nuove procedure per accogliere i migranti legalmente concordando quote per i migranti economici da accogliere nell’UE ogni anno.

Infine, tenuto conto di tutti i fattori qui sintetizzati, è quanto mai necessario valutare l’allestimento di basi umanitarie e campi profughi al di fuori dell’Europa, previo mandato delle Nazioni Unite, sostenute dall’Unione Europea in coordinamento con i Paesi africani e rivieraschi coinvolti. La permanenza all’interno di tali basi, oltre a garantire un livello adeguato di sicurezza per i migranti, garantirà l’attribuzione dello status di rifugiati o quello di migranti economici al fine di consentire l’accesso a quote UE, o extra-UE, o i respingimenti. Mai come ora, la sicurezza dell’Europa dipende da quella del Mediterraneo; è, dunque, necessario che l’Europa agisca tempestivamente con consapevolezza e volontà.