giovedì, Maggio 13

Tra il dire e il fare ci sei solo tu field_506ffb1d3dbe2

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The Pinnacle List

La disoccupazione grida il suo allarme più forte di una sirena e a tutti o quasi suggerisce, prima o poi, l’idea di lasciare l’Italia e trasferirsi all’estero. Il sogno americano non è ancora tramontato, apparentemente, anche se la crisi si fa sentire anche da quelle parti. Ma quanto può costare cambiare vita e andare a vivere nella città del grande cinema? Soprattutto: quanto costano le spese correnti dal mangiare al vestirsi, affittare una casa o prendere un autobus? L’abbonamento mensile dell’autobus a New York costa circa 100 dollari, a Roma 35.  

Indici come CSI – Club Sandwich Index cercano di stimare i costi complessivi su Hotels.com, dove si misura -in modo semi-serio- quanto costa un panino in diverse città del mondo. Scopriamo che il panino più caro del 2013 si mangiava in Svizzera ed era anche un po’ indigesto, al prezzo di ben 23 euro.

Per inciso, il Club Sandwich è il famoso panino con la foglia di lattuga, un doppio strato di bacon (o pollo, lattuga) con pomodori, uova, burro e maionese. Una bomba energetica, che misura anche il costo della vita nel mondo. In Italia a Roma un Club Sandwich costava mediamente 17 euro (sesto posto della classifica internazionale) e 13,4 euro assicuravano a New York il tredicesimo posto. Dunque nella grande città statunitense si mangia spendendo meno che a Roma…

E le case? Con 3/4000 dollari puoi affittare un appartamento di ‘ben’ cinquanta metri nel Financial District e con circa la metà vai a vivere nell’Upper West Side. Un monolocale di 35 metri quadri qui può costare più di 2000 dollari (al cambio di oggi non meno di 1459 euro). Si possono anche spendere 10.000 dollari per stare comodi in 138 metri quadri (un trilocale) nel Financial District. Dipende dalla zona, dal quartiere, dai servizi e soprattutto da quanto ti puoi permettere di spendere. Vivere in una città come New York è un bel sogno, ma a volte assume contorni indefinibili, perlomeno finché non si prova ad andarci a vivere.

L’indice impiegato dall’ONU per determinare i compensi dei propri funzionari nel mondo considera i prodotti acquistati ogni giorno dai funzionari delle Nazioni Unite, in valori che si basano sui costi di New York. Questo livello di riferimento ha base 100 e nei diversi Paesi gli indici >100 significano un costo della vita più alto. La città di Roma nel 2009 pressoché pari a New York, con un costo di mantenimento generale di 105 (escluse le spese di casa, come affitto e bollette) e, inclusa la casa, di 99.

Roma e New York nel 2009, secondo le Nazioni Unite, costavano grosso modo la stessa cifra. Su Numbeo, database di prezzi riportati direttamente da viaggiatori e residenti nel mondo, la valutazione è analoga: Roma e New York avrebbero lo stesso costo della vita. Pur prestando attenzione – sono dati non ufficiali – anche in questo caso ci dicono che i costi sono simili. Sarà una questione di misure, ma lo stesso Numbeo indica un costo delle case a New York superiore del 76,4% a quello italiano. Le due città sono completamente diverse sotto il profilo dei servizi, della disponibilità di mezzi di trasporto, nelle architetture – anche monumentali – e per altri fattori immateriali, culturali e sociali. Mangiare al ristorante nella Grande Mela costa un po’ meno che da noi (6%), mentre costa molto di più l’acquisto di fonti energetiche (75%).

Costi o non costi, gli Stati Uniti offrono vantaggi come una classe di lavoratori più giovani e in tutto il Nord America c’erano, nel 2012, oltre quattrocentomila cittadini italiani. Il totale mondiale per lo stesso anno era di 4 milioni e 340 mila emigrati. I dati provengono dall’ultimo aggiornamento di AIRE (Anagrafe degli italiani residenti all’estero) del Ministero dell’Interno, che però non contano tutti i residenti effettivi. Non tutti gli italiani all’estero si iscrivono nell’anagrafe, la loro somma dovrebbe essere circa il doppio di quella indicata sopra. Parliamo dunque di 800.000 persone circa residenti in America del Nord e di un totale mondiale di circa 60 mila giovani emigrati. Il 70% di loro sono laureati.

Il ‘Sole 24 Ore‘ stimava -su dati OCSE- 140 mila dollari di costo per un corso scolastico completo dalla scuola primaria alla laurea. Ogni professionista che abbandona l’Italia comporta dunque un costo notevolissimo a carico del nostro sistema educativo, che non avrà il vantaggio di professionalità e relative fiscalità. Il numero dei nostri emigrati supera comunque abbondantemente il numero dei professionisti che scelgono di stabilirsi nel nostro Paese. Un’altra emorragia di investimenti che non rientreranno.

Abbiamo chiesto a un creativo italiano, Alessandro Fruscella, quale impegno comporta lasciare il proprio Paese e lavorare all’estero. Alessandro fa il direttore creativo nella sede centrale di BBDO, a New York. L’agenzia, una delle più grandi del mondo e che ha 15.000 dipendenti in 80 Paesi di tutto il mondo, è nata nel 1928 dalla fusione di altre due agenzie (una delle quali fondata nel 1891).

Dopo 4 anni di permanenza a New York Alessandro sintetizza così il primo impatto con the Big Apple: «L’agenzia, la città, il visto, il rumore di fondo, gli aerei, gli shooting (servizi video-fotografici) e Los Angeles, la mia Roma in due valigie, il delirio, i fusi orari, i taxi, i documenti, i moduli da riempire e firmare, il nuovo conto in banca, il social security number, l’assicurazione sanitaria, i grattacieli, gli ascensori, le scale, i nomi, la metro, le strade, i brief (testi con le indicazioni su cui si baserà una campagna pubblicitaria), la lingua, i pessimi caffè, le porzioni enormi, gli hamburger, il cambio, la SIM e il nuovo cellulare, il jailbreak dell’iPhone, i “data plan not available on prepaid accounts”, cenare da solo, le lavatrici, le lavanderie a gettoni, il fare e disfare le valigie, mille e mille volte, la serratura della porta, il nuovo mazzo di chiavi, casa nuova e non vedere l’ora di poter dare un posto alle cose e chiamare quattro mura “casa”, le street e le avenue, le insalate, i pranzi leggeri e le lunghe passeggiate, il guanciale che non si trova, i nomi degli stati, gli “how are you?” ai quali non si risponde mai, le porte che si aprono nel verso sbagliato, le revolving-door (porte girevoli), il freddo, il caldo, l’aria condizionata a palla, il rumore del mare che manca».

Prima di trasferirsi negli USA Alessandro Fruscella ha lavorato 7 anni per BBDO (DLV) in Italia. Ha già vinto diversi premi (tra i quali, nel 2013, un Leone d’oro e uno d’argento al Cannes Lions Festival of Creativity). 

Ci racconti come hai preso la decisione di vivere e lavorare all’estero?

La decisione di trasferirmi a New York è arrivata un po’ per caso, non sono mai stato un grande fan degli Stati Uniti. Un direttore creativo tedesco con cui avevo collaborato anni prima si è trasferito a New York e mi ha chiesto di unirmi al suo team. Mi sono trasferito non perché volevo andare via dal’Italia, ma perché volevo lavorare con une delle persone più interessanti conosciute da quando lavoro in pubblicità. Non è stata l’idea di New York a farmi fare le valigie, ma la voglia di conoscere un altro pezzo di mondo.

Il successo è frutto di lavoro e impegno?

Anni fa cenai con il padre di un’amica straniera che, alla domanda ‘Cosa fai nella vita?’, rispose dicendo ‘Cerco di fare del mio meglio’. Sul momento pensai a una battuta, non sapevo ancora che quelle parole avrebbero trovato un loro particolare posto dentro di me. Ricordo però di aver sorriso e annuito, quasi a volerle lasciare entrare. Forse inconsciamente sapevo che sarebbero rimaste mie per sempre, perché in fondo è quello che ho sempre cercato di fare: del mio meglio, in tutto. E spero, a volte, di riuscirci. Perciò non credo che il successo sia solo frutto di lavoro e impegno. Un po’ di credito bisogna darlo anche al fatto di non cercare ostentatamente il successo. Cerco, semplicemente, di fare sempre del mio meglio, cose di cui andare orgoglioso, e presento solo idee che vorrei girare. La mia ricetta? Ci metto passione, un po’ di follia, coraggio. Poi ci vuole anche un pizzico di magia e, certo, anche un po’ di culo. 

Hai scelto NYC perché…

New York è stata una scelta facile, in fondo è la Roma antica dei nostri tempi. Arrivando oggi a New York si ha la stessa sensazione che probabilmente provavano gli antichi venendo a Roma. Il centro del mondo, gli edifici più grandi, gente proveniente da ogni angolo del globo attratta dal cuore pulsante dell’economia mondiale. Forse se mi avessero chiesto di trasferirmi a Phoenix ci avrei pensato di più…

Quanto costa la vita a New York? Casa, bollette, cibo, vita sociale, trasporti pubblici e telefono.

Posso piangere? New York è la città più costosa che io abbia mai visitato. Tutto costa di più. E ogni volta che metti piede fuori casa non puoi evitare di spendere. Un po’ come se dovessi sempre pagare un pedaggio a questa città. Il famoso “fiorino” di “Non ci resta che piangere”. È uno strano animale, New York: certi giorni la odii e senti che non puoi vincere, altri giorni sembra perfetta e hai la sensazione che potresti vivere qui per sempre. In ogni caso questa città ti ispessisce la pelle, come se dovessi meritarti ogni giorno quel metro quadrato di spazio che occupi. 

Molti dicono ‘vorrei andare a lavorare fuori dall’Italia. Lo consiglieresti?

“Considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza”… A differenza di tanti (che ce l’hanno fatta ad andare all’estero o che sono rimasti) non odio l’Italia. Sono orgoglioso delle mie radici e non invidio nulla a nessuno. Credo, e dopo 4 anni di America ne sono sempre più convinto, che in Italia non si viva poi così male. Certo la crisi, il lavoro, le tasse, la fila all’ufficio postale e bla bla bla. Ma le difficoltà ci sono ovunque e i problemi li hanno tutti. Il lavoro che ti soddisfa davvero è sempre difficile da trovare. Dunque devi anzitutto essere contento di te, se no stai male ovunque. Purtroppo, invece, molti pensano che basti “andare via dall’Italia” per trovare un magico Shangri-La. Io non credo che sia così.

Ricevo spesso email (da giovani creativi, amici di amici o perfetti sconosciuti) che mi chiedono come ho fatto ad andarmene, che vorrebbero avere una formula precisa e scientifica. Rispondo sempre che non è facile, che in America è molto difficile ottenere il visto, ma che allo stesso tempo non è impossibile. Così un’esperienza all’estero la consiglio a chiunque: ti apre gli occhi, ti fa capire che il mondo è grande e che quella italiana non è l’unica “cultura”. 

Quali sono stati i tuoi principali clienti per BBDO e le tue campagne più celebri? Un tuo spot, per esempio, ha aperto le Olimpiadi di Sochi 2014.

BBDO è uno dei maggiori network internazionali di pubblicità e ha circa 280 uffici in oltre 80 paesi. Mi sento quasi a casa qui nella sede principale di New York, che funziona da hub di comunicazione per le campagne internazionali. In Italia ho lavorato su diversi brand automobilistici: Chrysler, Jeep, Dodge, Mercedes-Benz e Smart (con un’occhio all’ecologia). Poi ho lavorato per promuovere canali televisivi, cinema, medicinali, gioielli, banche e tanti altri ambiti. A New York ho lavorato per 3 anni su Gillette, creando campagne internazionali sia per i rasoi che per altri prodotti.

Da un anno lavoro su Visa e lo spot che ha aperto la cerimonia delle Olimpiadi di Sochi p stato fatto per un freestyle skier sponsorizzato da loro. Abbiamo appena lanciato la nuova piattaforma di comunicazione per questo brand, un lavoro che ha richiesto molto tempo e che andrà avanti per anni. È interessante lavorare su brand globali, di ampio respiro, per un’agenzia così internazionale. Vado molto fieri dei lavori fatti in Italia per Smart e Mercedes, ma anche di un progetto per gli animalisti di PETA, contro l’uso di scimmie in pubblicità. Il solo segreto è presentare solo cose che vorresti produrre, di cui sei contento, facendo attenzione a ogni dettaglio.

Quali sono i segreti della creatività?  

Non credo ci sia una formula precisa, anche perché spesso i risultati sono difficilmente quantificabili. Le regole in creatività non aiutano, bisogna essere liberi di pensare. Ciò che accomuna i miei lavori è la costante ricerca di un insight, cioè di una verità’ che giace da qualche parte nella testa del consumatore. Fatto questo, l’idea viene quasi da sola e si tratta solo di darle la forma migliore possibile.

Ti definisci con una sola frase?

Tra il dire e il fare ci sei solo tu.

 

 

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