domenica, Agosto 1

Tra Gagauzia e Transnistria, i tanti volti della Moldavia image

0

gagauzia

 

Stato europeo piccolo, senza sbocchi al mare e dove si parlano quattro lingue. Se si trattasse di un quiz televisivo o di un esame a un concorso pubblico si può essere certi che la risposta più immediata del partecipante sarebbe, la Svizzera. Se poi si volesse aiutare il candidato facendogli sapere che le lingue in questione sono rumeno, russo, ucraino e gagauzico, ecco che lo sguardo del concorrente sarebbe costretto a puntare verso altre direzioni della carta geografica. Raggiungendo la Moldavia. Paese dell’Europa sudorientale praticamente semi-sconosciuto a gran parte dell’opinione pubblica del vecchio continente. Fino al 28 novembre scorso.
Quel giorno questa piccola Nazione dalla storia controversa, stretta tra Romania e Ucraina, ha sottoscritto a Vilnius la road map del Partenariato orientale facendo il primo passo verso un cammino che ancora non si sa dove porterà. E si perchè i 34mila chilometri quadrati e i quattro milioni di abitanti che formano la Moldavia sono tutt’altro che compatti verso la scelta europea compiuta dai propri dirigenti. Nel referendum tenuto l’ottobre scorso, infatti, il 32 percento dei cittadini moldavi ha detto no alla svolta pro Bruxelles di Chisinau.
Ma se i paragoni con la Svizzera sono impossibili per molti dei parametri che definiscono la concretezza di uno Stato, non lo sono affatto riguardo le diversità etniche e linguistiche del Paese. Infatti, accanto a una maggioranza moldava di origine rumena, esiste una robusta minoranza fatta di ucraini e russi. Un miscuglio dovuto al fatto che in questa regione, compresa tra i fiumi Pruth e Dniestr, Mosca e Bucarest si sono spesso alternate per quanto riguarda sovranità politica e rivendicazioni giurisdizionali. Senza dimenticare la strategia di russificazione a tutto tondo portata avanti dall’Unione Sovietica. Se a ciò, poi, si sommano i 150mila gagauzi, popolazione turcofona ma di religione cristiana ortodossa insiediata tra il 1750 e il 1846 dagli zar per cacciare tribu’ musulmane ostili, il melting pot moldavo, a volte insalata a volte minestrone a seconda del momento storico, è bello che servito. Melting pot che con la fine dell’Urss comincia, però, a montare prendendo le sembianze di una maionese impazzita.
Il fuoco alle polveri viene, nel 1992, con la guerra di secessione portata avanti dall’autoproclamatasi repubblica di Transnistria. Un lembo di terra confinante con l’Ucraina sulla riva orientale del fiume Dniestr praticamente russofona al 100 percento. Nasce, cosi, un mini Stato di fatto, a tutt’oggi non riconosciuto da nessuno, tenuto in vita dal Cremlino con sostanziosi finanziamenti e forniture di energia a prezzo stracciato. 
Contemporaneamente alla defezione della Transmistria, parte la presa di distanza dal Governo centrale della Gagauzia. Sempre sotto sovranità moldava ma con uno status, nè Repubblica federata nè regione amministrata, che ricorda, questo si, la forte autonomia dei cantoni svizzeri. Questa è l’istituzione che intende diventare un esempio per la Moldavia del futuro.
La Confederazione elevetica è il modello «a cui puntiamo». Cosi Michail Formuzal, capo del Governo del territorio autonomo dei gagauzi. Il 54enne politico ha studiato politologia all’Università di Ginevra, e sa dunque di cosa parla. Da «piccola Svizzera» la Gagauzia si comporta anche riguardo il pluralismo linguistico. Nella sua capitale, Comrat,  se il russo è la lingua della quotidianità, il gagauzico non è affatto passato di moda. Anzi, l’idioma dalle radici turche, sempre coltivato, è utilissimo soprattutto quando si tratta di rivolgersi direttamente ad Ankara e Baku.
La minoranza turca della Moldavia è anticonformista anche riguardo le opzioni di politica estera e di integrazione tra le due grandi istituzioni continentali, Unione europea e Federazione russa, che fino a due settimane fa si contendevano la Moldavia. Prima del passo in direzione dell’Ue fatto dalla Moldavia a Vilnius, i gagauzi si trovano esattamente a metà del guado rispetto ai moldavi di etnia rumena e quelli russo-ucraini. Nè con Mosca, nè con Bruxelles, questo il percorso più adatto alla Moldavia, secondo lo Stato che nell’inverno del 1906 ha goduto del più breve periodo d’indipendenza del mondo, cinque giorni.
Una distanza dalle posizioni del Governo centrale che Formuzal chiarisce affermando che l’integrazione con Bruxelles dovrebbe limitarsi all’economia, senza toccare le fondamenta della sovranità nazionale. Un punto di vista tornato alla luce dopo la dissoluzione dell’Urss insieme alle opzioni filo-rumene dell’elite moldava. Tendenze viste con preoccupazione oltre che da russi e ucraini, anche dai gagauzi. Timori che al momento dell’indipendenza moldava stavano spingendo anche la Gagauzia a considerare l’opzione della resistenza armata. Quella intrapresa, poi, dalla Transnistria. Anche grazie a quello spauracchio secessivo la Gagauzia ha ora un Governo autonomo con competenze molto più vaste di tante strutture locali di molti Stati dell’Europa orientale. Infatti, ad eccezione di politica estera, difesa e giustizia, Comrat, cittadina di circa 23mila abitanti, decide su tutto compreso il regime fiscale dei propri cittadini. Un modello, questo, che potrebbe essere utile anche a risolvere il rebus della Transnistria.
La dirigenza gagauzica continua, infatti, a mantenere buoni rapporti con quella della striscia secessionistica. Una vicinanza percepibile anche riguardo le prospettive continentali della Moldavia. Comrat e Tiraspol, l’autoproclamata capitale della Transnistria, continuano  a guardare più a Mosca che a Bruxelles.
La Moldavia non sarebbe pronta a una integrazione politica in senso occidentale, affermano le elite politiche gagauziche. Altrettanto prudenti sono le parole di Comrat sulla modernizzazione politica ed economica della Moldavia, vista come una lunghissima  transizione. Un periodo durante il quale la Moldavia dovrebbe proseguire la collaborazione con i Paesi della Csi (la Comunità degli Stati Indipendenti composta dalle ex Repubbliche sovietiche). Insomma, punti di vista molto vicino a quanto Mosca afferma, per propri interessi, nei casi Ucraina e Unione euroasiatica.
Le elite di Comrat si esprimono con avvedutezza diplomatica pesando attentamente le parole, ma la sostanza e’chiara. Anche se in questo caso in primo piano non ci sono opzioni politiche ma interessi economici. Secondo quanto apparso in una pubblicazione del think tank rumeno moldavo, Asociatia per Politica Externa (APE), negli ultimi cinque anni l’Ue ha messo a disposizione della Moldavia circa 600 milioni di dollari. Più o meno 164 dollari a testa per ogni abitante della Repubblica ex sovietica. Al contrario, Mosca, nella forma di prestiti a fondo perduto o forniture energetiche a prezzi sovvenzionati, ha distribuito a Chisinau almeno 2,3 miliardi di dollari, quasi 4600 dollari a cittadino.
I dissensi tra Comrat e Tiraspol iniziano quando si inizia a prendere in considerazione il possibile rientro nella madre patria moldava dei territori secessionisti a sinistra del fiume Dniestr. Secondo il Capo del Governo della Gagauzia, privilegiando lo status quo e mantenendo la Moldavia sotto la spada di damocle del «conflitto congelato» si spaventa tutti quelli pronti a investire nel Paese, bloccando cosi l’intera economia. In realtà il modello estremamente decentrato di Comrat potrebbe soddisfare anche le esigenze autonomiste della Transnistria. Nessuno si fa però illusioni. L’opzione Ue è lontana anni luce dalla Transnistria. Anche perchè un passo di questo tipo per i dirigenti di Tiraspol significherebbe perdita di influenza e privilegi impossibili da ritrovare nella Moldavia unita. Infatti, dopo la scelta europea di Chinisau, Evgeny Shevchuk, il para Presidente della Transnistria ha proposto di mettere la striscia secessionista moldava sotto il primato delle norme russe. Un passo versola Federazione? Improbabile. Meglio dire un passo che rende la Transnistria più vicina all’Ossezia del Nord. Ma nel cuore dell’Europa.

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->