sabato, Maggio 15

Tra amnistia e colpo di spugna Approvata la rimozione delle pene per numerosi crimini della guerra civile

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 nepali

Agli osservatori esterni – quando ve ne sono stati, perché il conflitto era poco meno che dimenticato – appariva una specie di guerra uscita da un’altra dimensione temporale, ormai passata e persa nel tempo. Un’insurrezione armata nelle campagne guidata da un movimento di ispirazione maoista (Partito Comunista del Nepal – CPN), diretta a rovesciare una monarchia molto poco costituzionale, quella di re Birendra, e un connesso sistema di proprietà terriera semi-feudale. Il tutto consumatosi in un decennio, tra gli anni ’90 e ‘2000, nel bel mezzo dell’era post-Guerra Fredda e dell’apertura delle nazioni asiatiche al mercato ed alla globalizzazione.

Questo il panorama di fondo della sanguinosa guerra civile che ha devastato il Nepal tra il 1996 ed il 2006. Nonostante le caratteristiche d’altri tempi, le vittime e le sofferenze patite dall’ex paradiso degli hippie ed oggi degli scalatori, non sono state differenti da quelle di altri drammi analoghi nel Sud del mondo. Quasi 18mila vittime, la maggior parte delle quali contadini nelle aree controllate dai maoisti, migliaia di feriti ed oltre 1000 persone scomparse nel nulla.

Nonostante i numeri non siano paragonabili a quelli di Sri Lanka, Pakistan e Myanmar, anche questa guerra civile ha visto da ambo le parti l’utilizzo di mezzi terroristici contro la popolazione civile. Forti di un vasto consenso nelle campagne, per via delle proposte di riforma e redistribuzione agraria, i ribelli del CPN dimostravano periodicamente la propria aggressività con bombe e raid nei villaggi e nelle cittadine di provincia.

Viceversa, l’esercito regolare, dal 2002 in poi supportato da aiuti economici e militari sia dall’India che dagli Usa, reagiva con operazioni di rappresaglia dirette contro i villaggi delle aree infestate dalla guerriglia, che però spesso si risolvevano nello sparare nel mucchio. Bombardamenti indiscriminati e sfollamenti forzati mietevano centinaia di vittime tra la popolazione. Una strategia controproducente: nel 2005 la guerriglia controllava ormai saldamente buona parte del territorio extra-urbano, mentre povertà, malgoverno e la violenza dei paramilitari filo-governativi hanno finito per distruggere il consenso nei confronti della monarchia anche nella capitale Katmandu.

Nel 2006, l’epilogo: manifestazioni e scioperi costringono re Gyanendra a rinunciare al trono ed il Paese si avvia a trasformarsi in una Repubblica Federale. I maoisti interrompono le azioni armate, si trasformano in un partito politico legalmente riconosciuto e parte dei militanti confluisce nelle forze armate regolari. Nel 2008 le prime elezioni democratiche dal 1992 vedono proprio la vittoria del CPN, ma i continui scontri con gli altri partiti, primo tra tutti il Nepali Congress (centro-sinistra), nel 2011 costringono gli ex ribelli ad un governo di coalizione per portare a termine la transizione politica e le riforme costituzionali.

In sospeso, rimangono però i conti con le atrocità del conflitto. Nel 2007, con l’assistenza dell’Alto Commissariato ONU sui diritti umani, il governo di transizione, ancora composto da tutte le forze politiche del Paese, istituisce una “Truth and reconciliation Commission”. Nel 2008 iniziano i lavori della Commissione, ma i risultati, fin da subito, si dimostrano estremamente deludenti.

Tra il 2008 ed il 2009, tutti i 282 procedimenti penali avviati dai tribunali istituiti dalla commissione si risolvono in archiviazioni dei processi. Nel solo 2010 le archiviazioni raggiungono il numero di 309. Si giunge così al 2013 senza neanche una condanna, mentre le indagini sembrano evitare tutti gli alti gradi dell’esercito regolare, degli ex ribelli e della polizia del regime realista. Nel frattempo, sotto la coperta della riconciliazione nazionale, molti ex comandanti dei ribelli maoisti accusati di crimini dagli osservatori ONU e dei militanti per i diritti umani, fanno carriera politica ed entrano nelle stanze governative. Tra le fila dell’esercito e della polizia, il discorso è praticamente analogo: la grande maggioranza dei quadri ed alti ufficiali rimane al proprio posto, nel nome della pacificazione tra le parti e del rigetto di epurazioni.

Si giunge così al 22 marzo 2013, quando familiari delle vittime del conflitto e la comunità internazionale si ritrovano di colpo davanti un avviso di colpo di spugna: in una seduta segreta, mai comunicata al pubblico né ai funzionari ONU, l’esecutivo del Primo Ministro Khilaraj Regmi annuncia una amnistia per buona parte degli accusati di secondo piano. Secondo il Governo, la misura dovrebbe servire a sfoltire i procedimenti e puntare agli accusati di alto grado, ai quali – è lo stesso Premier a rivelarlo nell’occasione- sia i partiti conservatori filo-monarchici che i ribelli stanno cercando in ogni modo di evitare anche solo procedimenti penali.

Le reazioni sono però durissime, soprattutto da parte dei familiari delle oltre mille persone scomparse senza lasciare traccia e delle quali si attende ancora di conoscere il destino e le responsabilità della eventuale morte. Per queste famiglie, i processi contro i crimini di guerra non sono solo un conto col passato, ma un modo per giungere alla verità. La durezza delle critiche costringe il governo di coalizione Congress-CPN a ritirare il proposito, ma sull’intero processo di riconciliazione aleggia ormai l’ombra di un coordinato e tacito boicottaggio.

Nel gennaio scorso, sono direttamente i militanti ex maoisti a firmare una petizione in favore dell’adozione di amnistie nei confronti degli accusati di crimini di guerra, ed inviarla alla Corte Suprema di Katmandu che però respinge l’appello. La strada ormai è però tracciata, essendo inoltre il governo rafforzato dal risultato elettorale del novembre 2013, che proietta di nuovo i maoisti a far parte della maggioranza di governo. Il 20 aprile, il Governo presenta in Parlamento un progetto di legge nel quale si afferma che anche agli accusati per crimini di guerra, potrà essere decretato il perdono da parte dell’esecutivo.

Il 27 aprile, nonostante le veementi critiche di ONG, familiari delle vittime ed i moniti dell’Human Right Chief dell’ONU in Nepal, Navi Pillay, il Parlamento approva con una maggioranza di tre quarti dei votanti, ben oltre anche la soglia della maggioranza qualificata richiesta per l’approvazione dei provvedimenti di clemenza.    

Pur essendo sfumata l’ipotesi di una disastrosa amnistia collettiva, l’ampio consenso ottenuto dalla legge in Parlamento rende fin troppo chiaro quanto sia il governo nepalese che le forze politiche conservatrici legate al passato regime abbiano perseguito di comune accordo l’oscuramento della giustizia sui crimini di guerra. Entrambe le parti si sono assicurate una finestra di intervento a gamba tesa sul dopo-processi, nel caso questi portino a condanne eccellenti tra membri di partiti, forze armate e dell’ordine e perfino parlamentari. Per le oltre mille famiglie dei nepalesi scomparsi nel nulla, la verità intanto si allontana.

 

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