sabato, Novembre 27

Tra Allah e Dio non è guerra di religione Scontri non è funzionali per il momento storico attraversato dallo Stato Islamico

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Quanto accaduto in Francia, con l’attacco alla chiesa di Saint Etienne, nella periferia di Rouen, il 26 luglio, non è uno scontro di religione, non è un simbolico attacco alla Chiesa cattolica, è un attentato terroristico e come tale bisogna avere la capacità di analizzarlo. Per la prima volta in Europa viene colpito un simbolo cristiano, una di quelle parrocchie storiche che, da secoli, sono una luce per tutti coloro che hanno perso la via. Da martedì si susseguono imperterriti proclami allarmistici su come il simbolo della cristianità sia messo a ferro e fuoco da una religione, l’Islam, che ancora oscilla tra l’animo pacifico e quello estremista.

I tragici eventi di Rouen meritano un’analisi più elaborata, perché il terrorismo non è solo follia e cieca vendetta, è strategia, è pianificazione, ma soprattutto è sopravvivenza. Le modalità con cui si è svolto l’evento sono relativamente semplici, ma denotano un grado di organizzazione importante. Alla luce della connotazione simbolica che ha assunto l’attentato, si può porre l’attenzione su diversi particolari a partire dall’arma usata. Il coltello è un’arma relativamente facile da trovare, chiunque può acquistare una lama anche molto lunga in un qualsiasi negozio di casalinghi senza destare sospetti, essendo gli attentatori poco più che maggiorenni e già sorvegliati è possibile che l’acquisto di armi da fuoco gli fosse precluso.
Avendo avuto un indottrinamento al fondamentalismo sui social media e su internet, il gesto di far inginocchiare il sacerdote, Padre Jecques Hamel -86 anni-, e di tagliargli la gola sembra ricalcare fedelmente quando visto dalle decapitazioni avvenute in Iraq e Siria nel 2014 e poi postate in rete dall’IS. Un tentativo di emulazione, quindi, di cui si può avere ancora più certezza sapendo che i due giovani attentatori hanno registrato con il telefono cellulare l’evento probabilmente per postarlo in rete in un secondo momento. Una strategia comunicativa già ampiamente assodata e che ha visto i suoi frutti proprio il 26 luglio in Normandia. La capacità di suggestione delle immagini e dei video proposti come propaganda dal Califfato sulle menti suggestionabili dei giovani adolescenti, è altissima e non è difficile pensare che giovani attentatori possano prendere spunto da quanto inviato in rete dalle bandiere nere.

L’atto di far inginocchiare Padre Jacques davanti all’altare per poi sgozzarlo ha creato una giustificazione per la teoria secondo la quale il religioso cristiano rappresenterebbe la Chiesa sacrificata come l’agnello sull’altare della jihad. Un simbolismo che sicuramente ha una dinamica fondata ma che stride con quanto finora messo in pratica dall’IS.

Da qualche tempo a questa parte si è potuto osservare un radicale cambiamento di modalità offensiva del Califfato, non più lupi solitari ma cani sciolti, ‘terroristi di vetrina’ che cercano la loro popolarità prima di diventare sacrificabili. Militanti di basso livello, la cui fede  -frettolosamente richiamata all’ordine-  è messa al servizio di uno scopo strategico da loro stessi ignorato, come potrebbero due giovani di 19 anni colpire una chiesa per scatenare una guerra con una lungimiranza che appare esagerata per il loro livello operativo.

Lo Stato Islamico non ci ha abituati a complessi rituali simbolici che richiamano lo scontro religioso, non avrebbe affidato un messaggio così complesso a due giovani indottrinati sui social media, ma piuttosto ad un vero musulmano modello, rispettoso dei dettami coranici che frequentasse la moschea e che da anni si radicalizzava con sermoni e letture. Se anche si volessero considerare i due attentatori come ‘armi’ di fortuna del Califfato, che in assenza di un martire con i requisiti del buon musulmano ha sacrificato due giovani reclute per innescare una guerriglia tra religioni, le considerazioni da fare sarebbero altre.

L’analisi di un attacco terroristico viene spesso contornata da complesse strutture ipotetiche che però affidano al terrorismo una connotazione simbolica estrema, come in questo caso. Il terrorista, e su queste pagine è stato più volte ribadito, agisce soprattutto per opportunità e se quest’opportunità riesce ad avere una connotazione simbolica meglio ancora, tuttavia quest’ultima non è alla base della scelta degli obbiettivi.
La strategia e la pianificazione di un attentato tengono sempre conto del luogo e delle ricadute politiche e sociali che questi implicano, colpire una chiesa come target di opportunità è un conto, ma considerare la chiesa come simbolo del ferimento della cristianità in Europa è tutt’altro affare. Tenendo conto della debolezza strutturale dell’organizzazione Stato islamico in Siria ed Iraq, la perdita di terreno in Libia e le misure di sicurezza sempre più stringenti in tutta Europa possiamo dire che le bandiere nere attraversano un periodo di recessione importante.

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