martedì, Settembre 21

Tpp: Trump cambia approccio? L'atteggiamento degli Usa rispetto all'accordo da cui si sono sfilati di recente è alquanto ondivago

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Lo scorso 8 marzo, Australia, Brunei, Canada, Cila, Giappone, Malaysia, Messico, Nuova Zelanda, Peru, Singapore e Vietnam hanno sottoscritto il Comprehensive and Progressive Agreement for Trans-Pacific Partnership (Cptpp), una visione rivisitata e corretta del vecchio Trans-Pacific Partnership (Tpp) messa a punto dagli 11 Paesi firmatari a seguito del ritiro degli Stati Uniti annunciato nel gennaio 2017 da Donald Trump. Il premier giapponese Shinzo Abe aveva tentato in ogni modo di far cambiare idea al presidente repubblicano, il quale non si è lasciato comunque convincere a tenere in piedi il vecchio accordo di libero scambio concepito dall’amministrazione Obama come propaggine commerciale della strategia del Pivot to Asia.

Trump ha sempre dichiarato di preferire intese bilaterali da stringere con ciascun partner a seconda del suo peso specifico  e del rapporto commerciale che intrattiene con gli Stati Uniti. Le stesse sanzioni vanno lette non come singole misure applicate per difendere la produzione interna dalla concorrenza straniera, ma come ‘armi negoziali’ su cui far leva per ottenere concessioni in altri ambiti. È scontato, ad esempio, che l’applicazione delle tariffe nei confronti dell’Unione Europea dipenderà dal grado di allineamento di quest’ultima alla strategia trumpiana volta a frenare per quanto possibile la prorompente ascesa cinese.

In quest’ottica, il Tpp (che raggruppa Paesi per un Pil complessivo superiore a quello cinese) si configurava come uno strumento utile a stornare i flussi commerciali dalla Cina per reindirizzarli verso gli Stati Uniti, nell’evidente tentativo di privare l’ex Celeste Impero di alcuni dei suoi più importanti ‘clienti’. L’obiettivo trumpiano di rimpatriare posti di lavoro ‘migrati’ nei Paesi in grado di garantire considerevoli serbatoi di manodopera a basso costo e trattamenti fiscali agevolati sarebbe tuttavia risultato irraggiungibile nel caso in cui gli Usa avessero accettato di aprire il proprio mercato a merci fabbricate in Stati strutturalmente disuguali sul piano economico. Secondo il tycoon newyorkese, gli accordi multilaterali di natura commerciale finiscono inevitabilmente per penalizzare le basi produttive dei Paesi capitalisticamente avanzati, ed è da tale convinzione che deriva la decisione statunitense di sfilarsi dal Tpp e rinegoziare i termini di adesione degli Usa al North American Free Trade Agreement (Nafta).

Il ritiro degli Stati Uniti dal Tpp e i continui attacchi del governo nei confronti dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (Omc), vero e proprio pilastro dell’economia globalizzata modellata sostanzialmente da Washington, ha tuttavia suscitato una certa irritazione in seno ai potentati economici che traggono una parte assai ragguardevole dei propri guadagni dalla presenza di un sistema mondiale completamente deregolamentato e privo di barriere tariffarie. Di fronte al clima avverso che stava venendosi a creare, Trump ha compiuto una delle sue tipiche ‘inversioni a u’ annunciando di aver dato incarico ai suoi collaboratori economici di esaminare la possibilità di varare un’adesione posticipata degli Stati Uniti al Tpp, nonostante i Paesi firmatati avessero eliminato dallo statuto del trattato le 22 clausole che erano state introdotte proprio per volontà di Washington – tra di esse figura il conferimento a un arbitrato super partes del potere di gestire le controversie tra Stati membri ed imprese.

Il ripensamento potrebbe rappresentare anche la naturale conseguenza della presa d’atto della mancata implosione del trattato che Washington riteneva scaturisse dal ritiro statunitense. Dal punto di vista statunitense, il fatto che il Giappone abbia assunto l’iniziativa negoziale riuscendo a convincere gli altri 10 Paesi a non mandare a monte il lavoro svolto nei mesi precedenti costituisce senza dubbio una minaccia potenziale, perché un’eventuale riconsiderazione delle proprie relazioni con Pechino da parte di Tokyo potrebbe trasformare il Tpp in uno strumento di cui la Cina potrebbe servirsi per intensificare la propria penetrazione nei mercati delle 11 nazioni firmatarie dell’accordo, al quale anche la Gran Bretagna, centro finanziario di primissimo ordine, sta guardando con crescente attenzione considerandolo come un’opportunità da cogliere una volta terminate le trattative per la Brexit. Attualmente, la prospettiva di una profonda revisione del rapporto sino-giapponese risulta decisamente improbabile ma le condizioni per una simile virata strategica potrebbero comunque presentarsi, specialmente alla luce del miglioramento sostanziale – del tutto inaspettato – delle relazioni tra le due Coree. Non va dimenticato che il Giappone rimane il maggior detentore straniero di Trasury Bond, ospita la Settima Flotta Usa ed occupa una posizione geostrategica fondamentale nell’ambito della strategia statunitense di contrasto alla Cina.

La brusca marcia indietro riguardo al Tpp innestata da Trump a nemmeno una settimana di distanza dall’annuncio relativo alla (ri)presa in considerazione dell’accordo non intacca i termini della questione, rispetto alla quale gli Stati Uniti saranno chiamati a tenere un approccio ben più coerente e lineare in ragione dell’andazzo generale che vede un numero sempre maggiore di Paesi organizzarsi rapidamente in sottosistemi commerciali (Giappone con Unione Europea, ad esempio) senza richiedere il placet preliminare di Washington.

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