venerdì, Luglio 30

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Sarà anche un argomento futile, battutissimo da ogni redazione, aggettivato all’inverosimile, ma il calcio non è soltanto una cronaca agonistica, non una statistica o una classifica perpetua: il calcio è una storia che ricomincia sempre daccapo, e pare che gli esiti e le sorti dei suoi protagonisti cambino a loro volta. C’è questo perpetuo frullío di pronostici e di auspici interiori, che va e viene tra lo stomaco e il cuore di un appassionato come se nulla potesse mai fermarsi. In un punto qualsiasi del campo. Per questa ragione, e soprattutto per via del suo contrario, vorrei anche io scrivere di Francesco Totti, di cui non si può ancora parlare al passato se non per affermare che egli è stato il più grande calciatore italiano di tutti i tempi, se non per ricordare che, ai suoi livelli, si diventa ex nell’esatto momento in cui si smette, perché l’attimo prima si è ancora campioni sfolgoranti. Sin qui, ci fermiamo al dato tecnico; refrain vuole che FT abbia vinto pochissimo, rispetto al suo valore per via della scelta istintiva di rimanere a Roma, che intanto se lo coccolava come una mamma inesausta, caso rarissimo per una città che tutto uccide, seppellisce e rimuove. Scelta pigra, forse, che però il tempo avrebbe trasformato nell’esercizio di una vocazione, nell’appartenenza a un luogo destinico, insomma in una simbiosi.

E il primo inciso sta nella circostanza che FT venisse, sin da subito, temuto e osteggiato da laziali e da juventini su tutti, ovvero da due popoli per alcuni versi cugini, tra cui si mescolava una agnellata pariolaggine, e cioè la presunzione di coabitare in una torre eburnea, da cui nemmeno valesse più la pena affacciarsi. Lo juventino di periferia, ebbro di vittorie mai sue, e il laziale di Roma nord, si ritrovarono dunque insieme a dileggiare FT per via della sua marcata, indolente cadenza, dei suoi strafalcioni grammaticali, e di una supposta coattaggine che in realtà non era tale. Non era un ‘boro’, Totti, era un ragazzo ingenuo che stava a nascondersi dietro le doppie e lo strascichío di un accento imperdonabile, come se il bergamasco o l’ascolano fossero una sciccheria, ma tanto, bastava aspettare la solita eclissi ponentina e anche FT sarebbe presto finito nel tritacarne di un ambiente impossibile: mangiato vivo. Come diavolo abbia fatto, costui, a divorarli uno dopo l’altro detrattori e scettici, ironici e sarcastici, delpieristi e baggiani, accademici e letterati… Questo è uno dei massimi enigmi del calcio moderno, e il segreto, probabilmente, sta nel fatto che Francesco Totti è un eroe antico, che con il calcio moderno, con i suoi ingranaggi spettacolari e finanziari, non c’entra niente. C’è in lui un distacco dalle amene cose del mondo. Non è frivolo, non si sballa, appare sempre eguale a sé e conduce una vita da atleta. Ha una moglie che lavora in televisione e con cui non ha mai sollevato mezzo scandalo. Ha collezionato record a valanga, il che è tipico di certi campioni del passato: a chi i record, a chi le vittorie. Eppure il suo primato imbattibile è un altro, ed è un primato simbolico. Francesco Totti è riuscito a rappresentare compiutamente una squadra, una città e un pubblico: le tre cose insieme legandole in una relazione che rimarrà assoluta e incisa nella memoria. A tal punto che, dopo il suo passaggio, sarà impossibile rivivere emozioni della medesima intensità.

Mercoledì sera, FT ha compiuto una impresa sportiva impareggiabile. Per la sua età, per i frenetici tempi del calcio odierno, per la coincidenza di trovarsi, come al solito, nel quadratino giusto dell’area di rigore avversaria. Ciò non avverrà più a nessun altro calciatore. Si è trattato di un evento unico. E la trasformazione di un campione nel mito di se stesso non è una circostanza tanto scontata. Per questo ho accennato dapprincipio alla fine del racconto. L’ha scritta Francesco Totti la parola fine al fantacalcio moderno, ed è stato uno splendido epilogo, una marcia trionfale contro il tempo, contro ogni senso, contro ogni scommessa. Incarnando, da solo, il calcio italiano. Vincere 32 scudetti è banalmente più facile.

 

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