venerdì, Agosto 6

Noi e Totò Riina: un legame segreto e quotidiano

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Totò Riina, in vista dell’ultimo respiro, si è ripreso le prime pagine dei giornali. Un colpo di coda inatteso, ma forse per questo rumoroso.
Eppure il modo peggiore per parlare di lui è proprio quello che ci appare più logico e immediato, ossia guardarlo da lontano, quasi fosse qualcosa di estraneo a noi, cedere alla finzione di essere altra cosa, dimenticando quell’uomo è invece la proiezione caricaturale, tragicamente caricaturale, della miriade di micro-illegalità di cui ci rendiamo protagonisti noi, che crediamo di non avere legami di parentela coi grandi criminali.

Il tema della morte dignitosa, quello per il quale le prime pagine dei giornali sono state occupate per giorni dal boss dei boss, purtroppo si è trasformato un diversivo, un diversivo forse fuori luogo, stante il fatto che si può morire dignitosamente anche in carcere e considerato che non stiamo parlando di un condannato qualunque.

Non è un gioco di parole e neppure una provocazione, parlare di somiglianza tra noi e lui, semmai è la rappresentazione indiretta di un equivoco di cui non riusciamo a venire a capo e che fa del nostro Paese uno dei paradisi planetari dell’illegalità, con intere regioni in mano alla malavita, mentre la politica spesso e volentieri le tiene la giacca o nella migliore delle ipotesi non si può considerare estranea. Non può bastare, infatti, un’organizzazione criminale per impossessarsi di territori così vasti, occorre ben altro, occorre un’azione corale, un vero e proprio esercito di fiancheggiatori, una lunghissima catena di complicità, una cultura collettiva deformata, supina, omissiva, che con la propria desistenza apre la strada a rischi spesso mortali, perché la criminalità uccide non solo le persone ma il presente e il futuro.

Quindici giorni fa parlavo di legalità ad alcune centinaia di ragazzi di un liceo abruzzese. Non affronto mai l’argomento e non avrei dovuto esserci neppure in quella scuola, tuttavia il caso la pensava diversamente. Sarebbe toccato a don Luigi Ciotti, ma era indisponibile per un impegno sopravvenuto dopo che gli inviti erano stati diramati. Così, dovendo già effettuare altri incontri da quelle parti, nello stesso periodo, con una settimana di preavviso mi era stato chiesto sostituire il relatore.

Proprio per le premesse fino a qui svolte, ai ragazzi presenti avevo chiesto di puntare l’attenzione su di noi e non sui grandi gruppi criminali, tenuto conto che tutti tendiamo ad associare l’illegalità ad eventi e personaggi di grande clamore, rifiutandoci di vederla nel nostro comportamento, nella nostra vita.

Il punto è proprio questo, abbiamo un insano rapporto con l’illegalità. La pratichiamo ma ce ne sentiamo estranei, mentre soprattutto coi giovani sarebbe fondamentale domandarsi qual è il posto che ciascuno di noi occupa in questa degenerazione che sembra inarrestabile. Una degenerazione logica, giacché l’illegalità è la negazione della nostra natura cooperativa, dunque la sospensione del progresso, perché la specie di cui facciamo parte cresce solo cooperando.

Proprio a causa del nostro destino sociale, riscontriamo che nei luoghi dove maggiore è l’illegalità il progresso rallenta. Per conseguenza diminuiscono le risorse disponibili e chi può manovrare il poco che rimane, a cominciare dai posti di lavoro, diventa il padrone di ogni singola vita, una situazione che nell’intero Meridione si replica ogni giorno, umiliando intere popolazioni, che nella maggior parte dei casi sono vittime e complici nello stesso momento. Il resto del Paese se la passa appena meglio.

Dunque, la violazione del nostro destino di cooperatori fa aumentare l’illegalità e questa ammazza il territorio. Un circolo vizioso, anzi un vero e proprio giro della morte. Un processo che non può essere innescato da poche anime nere, occorre una massa critica importante perché, ad esempio, una regione finisca in mano ad un’associazione malavitosa e vi rimanga. Troppo a lungo abbiamo diviso il campo tra attori e spettatori, mettendoci sempre nei panni degli spettatori, prendendo le distanze dal palcoscenico e delegando il ruolo degli attori ai malavitosi e agli eroi.

Non è un caso che certi fenomeni antisociali non diminuiscano la loro virulenza.

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