domenica, Giugno 13

Toto legge elettorale?

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In un recente molto conosciutoshout show”, mi ha colpito ilragionamento”, in materia di legge elettorale, o meglio di legge elettorale in discussione di un parlamentare, noto perchè dedito a lunghidigiuni”.

Solo per chiarire e non lasciare interdetto il lettore. Mi riferisco a quelli che un tempo venivano chiamati (al solito in inglese … noblesse oblige, anche se questo è francese!) talk show. Conosco benino l’inglese che è la mia lingua abituale di lavoro e dunque so che “to talk” significa conversare, discorrere. Tra persone civili, cioè, scambiarsi cortesemente opinioni, magari, se lo si fa in pubblico, indossando la cravatta regolamentare se maschietti, vestiti decentemente se femminucce. Ma io sono uno antiquato e quindi non capisco l’abitudine odierna di mostrarsi in TV sbracciati, discinti, con la barba mal rasata, le maniche della camicia arrotolate su braccia solitamente pelosissime (trucco e parrucco?) a urlare come ossessi: ma appunto io sono vecchio e non capisco queste cose moderne e giovanili non uso nemmeno lo smartphone qualunque cosa esso sia e mai comunque se ho di fronte un interlocutore (questo me lo ha insegnato la mamma) e per me la cravatta è una di quelle cose indispensabili in pubblico, altrettanto dei pantaloni. Tanto più che un talk show dovrebbe essere uno spettacolo di conversazione, ma ormai è uno spettacolo di urla e stracciamenti di vesti, di interruzioni continue, paternamente sollecitate con un sorriso dal conduttore, scamiciato, di turno.

Vi si “parla”, urlando, di tutto e tutti di tutto, senza spesso sapere di che si tratta, ma sempre tutti pronti a lanciare “dati” che conosce solo il lanciatore e che vengono contestati, sempre senza visibile fondamento, dall’altro urlatore. Confesso, che comincio a non sopportarli più e non solo perché mai vi verrò invitato. Non appartengo nemmeno alla compagnia di giro degli iscritti all’OGG (Ordine dei Grandi Giornalisti) che si invitano continuamente a vicenda a parlare di tutto e a presentare il proprio puntuale, anzi influenzale, libro di annata.

Ma, in quel caso, il tema era la decisiva affermazione del digiunatore, felice di avere visto la caduta della legge porcata (dolcemente definita porcellum) come se fosse merito suo, ma deciso a contestare (molto debolmente stavolta) il suo principale, opponendosi alle timidissime preferenze da lui proposte.

Sarà meglio precisare rapidamente. La legge porcata è stata annullata dalla Corte Costituzionale (non dal digiunatore e non per suo merito) con una sentenza, forse discutibile, ma nel merito chiarissima e inattaccabile: niente voto di lista eccessivo, niente premio di maggioranza eccessivo. I due aggettivi sono importanti, perché in pratica lasciano aperta la possibilità che il divieto non sia assoluto: su quel “eccessivo” si gioca una partita furibonda.

Sul tappeto parlamentare vi sono due proposte: entrambe con un premio di maggioranza (inferiore al precedente) ma l’una con una possibilità di voto di preferenza in una lista in cui il capolista o più capolista sono eletti comunque, l’altra in cui si proporrebbe il collegio uninominale, in cui uno vota la lista di cui fa parte solo uno o due o comunque pochi candidati: non li sceglie, ma sono pochi.

Il digiunatore, felice, concionava contento sul fatto che la cosa è democraticissima, perché se a uno non piacciono quei “pochi” nomi è liberissimo di non votarli … lo diceva senza ridere, serissimo. Cioè, un elettore, vede i nomi proposti dal “suo” partito e, tranquillo … vota per un altro partito! Mah. Se poi la gente non va a votare per niente, perché stupirsene, sempre che non sia proprio questo lo scopo.

Ma insomma saranno i nostri beneamati parlamentari a decidere, non ci resta che attendere.

A ciò, però, si è arrivati dopo una lunghissima diatriba, che ha trovato un suo momento culminante in una sentenza della Corte Europea dei diritti dell’uomo, che faceva due affermazioni, a mio parere, assurde: ogni stato è libero di fare la legge elettorale che vuole, dato che una certa “approssimazione” (letterale) nella corrispondenza tra il voto dei cittadini e il risultato è accettabile e, secondo punto, è legittimo che la legge elettorale sia fatta in modo da garantire un certo risultato (“canalizzare” le opinioni al fine di un risultato, dice la Corte!). Canalizzare, in italiano, vuol dire predeterminare, francamente io qualche perplessità la avrei.

E infatti, non è certamente così, e ciò va detto con chiarezza, tanto più che la Corte stessa, su esplicita affermazione del “difensore” dell’Italia dinanzi alla Corte (che dunque parlava a nome e per conto dell’Italia, neanche del governo, dell’Italia proprio) affermò che la legge italiana andava benissimo, dato che “come noto” il voto in Italia è condizionato dalla criminalità organizzata, lasciando intendere che invece i partiti ne sono esenti. Testualmente al punto 55 della sentenza 11583/08 della Corte europea dei diritti dell’uomo: «Le Gouvernement fait valoir qu’en l’espèce l’ingérence dans le droit des requérants découlant des prévisions de la discipline électorale mise en cause répondait à des buts légitimes, à savoir notamment ceux de : déjouer les ruses et les intimidations des organisations criminelles visant à infiltrer les centres du pouvoir politique ; prévenir le commerce des voix et l’endettement des candidats pour financer leur campagne électorale ; et favoriser la présence de candidats ayant une compétence spécifique…» («Il Governo fa valere che nel caso di specie l’ingerenza nel diritto dei ricorrenti derivante dalle disposizioni della legge elettorale in discussione…risponde a fini legittimi … e precisamente: mettere fuori gioco i trucchi e le intimidazioni delle organizzazioni criminali … »)

Chiaro?

Tesi ribadita dal digiunatore, che insisteva anche sul punto.

La nostra Corte, invece, almeno su questo ha pietosamente sorvolato salvo a dire che, posto che la Corte europea affermava la libertà dello stato di scegliere la legge elettorale preferita, vi sono dei principi nella nostra Costituzione che rendono la legge porcata, appunto una porcata.

Benissimo, ma la Corte non trae da ciò la semplice conclusione che dunque una legge elettorale deve garantire ad ogni elettore di fare valere e pesare il proprio voto, anche se il risultato provvisorio è esattamente quello: proporzionale puro. La Corte, infatti, lascia aperto un varco, un enorme varco, con quell’aggettivo di cui parlavo sopra. Un premio di maggioranza, si può anche avere purché minore dell’attuale. Una lista bloccata, anche, purché meno numerosa dell’attuale.

In sostanza la Corte si candida a valutare, vista la legge che uscirà dal dibattito parlamentare, se le scelte del Parlamento sono “sufficienti”. Ma questo non compete assolutamente alla Corte costituzionale, questo è compito del Parlamento, che, a sua volta, deve legiferare nel rispetto della Costituzione, la quale fa un esplicito e chiarissimo (articolo 10 e articolo 117) riferimento al diritto internazionale.

Il diritto internazionale, in realtà, pur non entrando minimamente nel merito delle modalità tecniche del voto (non potrebbe, visto che è una norma di validità universale) afferma però chiarissimamente che il voto deve essere tale da rispecchiare nettamente la volontà effettiva del popolo e, specialmente, tale da garantire che il voto di ciascuno non sia inutile o magari irrilevante.

Il discorso tecnico sarebbe lungo e complicato e quindi mi fermo qui. Ma ciò che dovrebbe preoccuparci tutti, e che comunque preoccupa me, è che dovremmo evitare che alla fine la decisione sul prossimo Parlamento venga presa da altri che non siano gli elettori. Entrambe le ipotesi di cui sopra, a mio parere hanno per effetto, possono avere per effetto, di distorcere deliberatamente e magari preventivamente la volontà popolare effettiva.

La discussione, in merito, è scarsa in maniera preoccupante. Al di là delle urla, un dibattito pacato serio, attento alle esigenze di democrazia, finora non si è visto.

Non oso e non sta a me proporlo, ma mi domando se questo giornale non potrebbe molto utilmente farsene promotore. In fretta però, c’è chi preme per fare molto in fretta, di corsa, senza permettere di discutere seriamente. A Napoli, città non priva di un umorismo fatalistico unico nel suo genere, si dice (in traduzione italiana) “la gatta per fare in fretta fece i micini ciechi”.

Appunto: poi la gatta se ne va a spasso a cercare un nuovo marito e i gattini …

 

 

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Sull'autore

Giancarlo Guarino, ordinario, fuori ruolo, di diritto internazionale nell’Università degli Studi di Napoli Federico II, è autore di numerose pubblicazioni su diverse tematiche chiave del diritto internazionale contemporaneo (autodeterminazione, terrorismo, diritti umani, ecc.) indagate partendo dal presupposto che l’Ordinamento internazionale sia un sistema normativo complesso e non una mera sovrastruttura di regimi giuridici gli uni scollegati dagli altri.

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