mercoledì, novembre 21

Tortora: ‘mi hanno fatto scoppiare una bomba dentro’ 30 anni dalla morte dal 'titolare' del più indicente caso giudiziario italiano

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 Ci sono frasi, parole, che restano scolpite, non c’è bisogno di annotarle sul taccuino. Una di queste frasi è di Leonardo Sciascia, che parla del caso che vede protagonista Enzo Tortora, accusato dalla procura di Napoli di essere “un cinico mercante di morte” (parole del pubblico ministero Diego Marmo); individuo nei confronti del quale “più si cercavano le prove della sua innocenza, più si trovavano quelle della sua colpevolezza” (sempre parole del PM Diego Marmo). In realtà Tortora viene “semplicemente” arrestato, inquisito, processato, condannato e infine pienamente, limpidamente assolto, per “pentito preso”. E qui la frase “scolpita” di Sciascia, che il cronista presente cita a memoria senza bisogno del conforto di una verifica: “Il caso Tortora non sta soltanto nell’angosciosa vicenda che sta vivendo: è il caso del diritto, il caso della giustizia”.

  Tortora il 18 maggio 1988, ad appena 59 anni muore, stroncato da un tumore ai polmoni: “Mi hanno fatto esplodere una bomba atomica dentro”. La “bomba” è l’accusa di far parte della Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo e di essere un corriere della droga.

      Ora lo dicono tutti, perfino coloro che a suo tempo credettero alle infamanti accuse, perfino coloro che contribuirono al suo crucifige: Tortora è la vittima per antonomasia dell’errore giudiziario. Chiunque protesta, a torto o a ragione, la sua innocenza, per dare forza al suo argomentare, si paragona a Tortora.

  Il punto lo aveva ben colto lo stesso Tortora, quando sosteneva che il suo, in realtà, è “il caso Italia”; appunto, come dice Sciascia: “il caso del diritto, il caso della giustizia”. Il diritto negato, la giustizia che non c’è, non vengono garantiti: nelle forme e nella sostanza.

  La figlia maggiore di Tortora, Silvia, ancora oggi dice: “Dal mio punto non è cambiato nulla: sono 30 anni di amarezza e di disgusto. Mi aspettavo una riforma del sistema giudiziario, invece non è accaduto. I processi continuano all’infinito. Anzi in 30 anni c’è stata una esplosione numerica” E ancora: “Vedo dei passi indietro nelle disuguaglianze, l’essere una comunità non esiste più. Ci siamo incrudeliti ed assuefatti all’ingiustizia, c’è un generale imbarbarimento”.
    L’Affaire comincia il 17 giugno 1983. Tortora con il suo  “Portobello” è all’apice del successo: 28 milioni di italiani, incollati sul teleschermo, quando appare, sorridente, elegante, empatico. Un record difficilmente battuto. Alle 4 di notte i carabinieri bussano alla stanza dell’Hotel Plaza di Roma, e lo arrestano. Per trasferirlo nel carcere di Regina Coeli i militari aspettano la mattina e cameramen e fotografi lo possono così riprendere con le manette ai polsi. Assieme a Tortora sono eseguiti altri 855 ordini di cattura, presunti affiliati alla nuova Camorra Organizzata. Le accuse vengono da due “pentiti”, uno schizofrenico, Giovanni Pandico; e Pasquale Barra detto ‘o animale: un killer che in carcere sventra il gangster Francis Turatello e per sfregio ne addenta le viscere. Poi a catena si aggiungono altri 17 “pentiti”: una gara a chi la spara più grossa, per ottenere i benefici concessi ai “pentiti”. E’ in “venerdì nero” della camorra. Un po’ alla volta tutto si svapora: centinaia di omonimie, di “errori”, di assoluzioni (tra le altre, il cantante Franco Califano, anche lui ingiustamente inquisito, accusato, arrestato).

  Un castello accusatorio che non sta in piedi, e chiunque legga le carte si può rendere conto dell’errore clamoroso. Ma, obietta sempre Sciascia, la parola “errore” è alquanto approssimativa; e per spiegarsi meglio, fa sua la notazione dell’amato Manzoni nella “Storia della colonna infame”: “Non di errore si tratta, ma di ingiustizia: un’ingiustizia che poteva esser veduta da quelli stessi che la commettevano, un trasgredir le regole ammesse anche da loro”. E dunque, “se non seppero quello che facevano, fu per non volerlo sapere, fu per quell’ignoranza che l’uomo assume e perde a suo piacere, e non è una scusa, ma una colpa”.

    Il 17 settembre 1985 Tortora è condannato a 10 anni di reclusione per associazione a delinquere di tipo mafioso e traffico di stupefacenti. In Appello, il 15 settembre 1986 la sentenza si ribalta: assoluzione con formula piena. Durante il primo processo, Marco Pannella lo convince a candidarsi nelle liste del Partito Radicale, viene eletto europarlamentare.  Tortora torna a presentare “Portobello” il 20 febbraio 1987: apre la trasmissione come aveva promesso: “Dunque, dove eravamo rimasti?”. La Cassazione il 13 giugno 1987 conferma l’assoluzione. L’anno dopo la morte.

  Per tornare a Tortora, implacabili, severe, giuste, le parole di Silvia: “Mio padre è stato prelevato dalla sua vita senza che venisse aperta una commissione d’inchiesta, senza che nessuno pagasse per quell’errore”. Tortora e i suoi eredi non sono mai stati risarciti per la mostruosità di cui sono rimasti vittima. E amare sono le parole di Silvia: “Anche se penso che se ne sia andato troppo presto è meglio che non veda questo schifo. A cosa è servito il suo sacrificio? La potenza del dolore e dell’ingiustizia ha provocato un solo effetto: la sua morte”.

  Nessuno dei “pentiti” che lo ha accusato è stato chiamato a rispondere delle sue calunnie. I magistrati dell’inchiesta hanno tutti fatto carriera. Solo tre o quattro giornalisti hanno chiesto scusa per le infamanti cronache scritte e pubblicate. Tortora è sepolto a Milano, e ha voluto essere accompagnato da una copia della “Storia della colonna infame”. Sulla tomba un’epigrafe, dettata da  Sciascia: “Che non sia un’illusione”. Trent’anni dopo, l’auspicio non corrisponde alla realtà.

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