Tornare alla leva non sarebbe un dramma

Il servizio militare rimette per molte generazioni il senso più alto di appartenenza allo Stato. Per decenni la così chiamata ‘naja‘ ha sfornato amor di patria e uomini fatti e formati, a molti dei quali ha donato un lavoro e un senso all’esistenzaLa leva non è stata solo bullismo e condizioni disagevoli, ma un momento di condivisione e di ritorno alle origini.
E oggi? Oggi la leva obbligatoria non esiste più, sostituita da un esercito di professionisti, tutti volontari, di diverse età ed estrazioni sociali. Si potrebbe pensare che alla fine non sia cambiato così tanto dalla leva di qualche decennio fa, ma quello che è davvero cambiato è il ruolo dell’Esercito e delle Forze Armate in questo Paese.

Gli uomini in divisa sono sempre maggiormente richiesti per incarichi che vanno dalle operazioni strade sicure, alle missioni internazionali in alcuni importanti scenari internazionali, ma il numero degli uomini è sempre più basso. Facendo un’ipotesi basata sui fatti e sulle attuali condizioni rese note dalla Difesa, sarebbe necessario per coprire il fabbisogno di un reggimento standard poco meno del doppio del numero di volontari attualmente assegnati in un anno. Allo stato attuale e per le condizioni di impiego in cui verte la forza armata sarebbero richiamati circa il doppio degli uomini e delle donne attualmente reclutati, circa 9000 unità con la leva obbligatoria. Le compagnie che compongono un reggimento sarebbero così rese pienamente operative dal punto di vista della truppa, la catena di comando (ufficiali e sottoufficiali ) richiederebbe un revisione numerica dal vertice. Con il ritorno della leva i volontari in ferma prefissata di 1 anno sarebbero aboliti e i loro compiti passerebbero ai subentranti. Per i volontari in forma prefissata di 4 anni (che non avrebbero bisogno di aumentare il loro bacino di reclutamento) i compiti svolti sarebbero finalmente quelli opportuni: addestramento e mantenimento delle capacità operative per l’impiego all’estero.

La leva, dunque, andrebbe a svolgere tutte quelle mansioni che non comportano l’uso eccessivo delle armi e che si avvicinano maggiormente a ruoli di sorveglianza con responsabilità minime. Sarebbero occupati nella manutenzione delle caserme e dei mezzi tattici e nel caso di una riforma più profonda sarebbe possibile impiegarli nelle cucine attualmente in mano a ditte esterne. Salvo che per i VFP4, non sarebbe possibile uscire in missione se non con ruoli limitati alle retrovie e anche qui in settori con responsabilità e mansioni limitatissime.

Bisogna sottolineare come in passato la leva obbligatoria ha preteso il suo contributo anche da ragazzini indifesi e con un carattere inadatto ad essere scaraventati in mondo di adulti pretenziosi. Per quanto la componente psicologica nel servizio di leva era (e da molti è ancora) considerata poco più che una scusante per non adempiere al proprio dovere patriottico, durante gli anni ’80 era piuttosto facile essere considerati inadatti al servizio e rimandati a casa. Nella quasi totalità dei casi questi ragazzi si finsero psicologicamente instabili per non svolgere i loro mesi di servizio, tesi avvalorata dal fatto che molti di questi hanno poi ripreso gli studi o sono andati a ricoprire incarichi importanti.

Se prima chi doveva controllare e comandare era poco più che un ragazzino con una mimetica troppo grande e un grado che non gli apparteneva, oggi la situazione sarebbe diversa. In primis – dai comandanti di squadra agli ufficiali – si avranno soggetti professionalmente preparati, con anni di esperienza alle spalle che potrebbero essere supportati nel nuovo ruolo richiesto da psicologi con competenze specifiche. La professionalità e l’esperienza della catena di comando, garantirebbe ai ragazzi di leva un controllo più mirato e la pronta segnalazione alle autorità competenti di situazioni di disagio. Tutto questo ovviamente con una ricollocazione dell’organico attualmente in servizio nei ruoli che gli competono, situazione possibile solo con il ritorno della leva e dunque con il completamento del quadro dei singoli reparti.

Qualora la leva risultasse riportata in auge in modo consono e produttivo, il risultato che potremmo ottenere è quello di avere soggetti – magari inizialmente reticenti – che trovandosi in un contesto di gruppo (un gruppo positivo ovviamente) si sentano motivati e spinti verso nuove esperienze di vita. Vedranno nella forza armata una risorsa per il loro futuro e un accrescimento personale rilevante.

Per questi soggetti invece il punto nevralgico non è quello del sostegno psicologico, ma bensì di come dovranno essere reimpiegati nel mondo civile, oppure introdotti in quello militare. La lunga disquisizione sulla bontà della leva obbligatoria non può esaurirsi in poche righe e non può essere dettata da un malcontento per l’andamento infruttuoso della nostra società.

Le perplessità non mancano, i dubbi sono moltissimi e le questioni non analizzate e mai menzionate sono tantissime; donne nelle forze armate, cittadini stranieri con cittadinanza, sbocchi lavorativi futuri, riforma del settore sicurezza e difesa sul lungo periodo. Solo per citarne alcuni.